lunedì 12 febbraio 2018

Sessantotto in salsa cremonese

Ricorre quest'anno il cinquantesimo anniversario del Sessantotto, noto in Europa come il “maggio francese”, perchè la fase acuta della rivolta iniziò il 3 maggio, con i primi scontri alla Sorbona di Parigi. La miccia che innescò l'incendio fu una riforma, proposta da Christian Fouchet (ministro dell'Educazione nel governo gollista di Georges Pompidou), che tendeva a creare un legame stretto fra università e mondo produttivo, marginalizzando le facoltà umanistiche. Tuttavia era già da un anno che il mondo studentesco era in fermento a causa del sovraffollamento delle università, dell'incertezza degli sbocchi professionali, la crisi dei valori tradizionali, lo scarso ricambio nelle classi dirigenti.  A Trento, gli studenti avevano occupato la Facoltà di sociologia mesi prima rispetto a quelli di Nanterre, da cui tutto era iniziato. Il 2 maggio, dopo 40 giorni di occupazione, l'Università di Nanterre fu sgomberata dalla polizia. La prova di forza ebbe l'effetto opposto dal voluto e gli studenti sloggiati si trasferirono alla Sorbona e contagiarono la maggiore università parigina coi loro slogan: "L'immaginazione al potere", "Tutto e subito", "Vietato vietare". il 7 e l'8 grandi cortei attraversarono Parigi; il 10 nel Quartiere Latino sorsero barricate e per tutta notte le vie divennero un campo di battaglia, con centinaia di feriti. Il giorno 13 la rivolta toccò l'apice: mentre un manipolo di studenti occupava la Sorbona, 800mila scioperanti bloccavano Parigi. Per un mese la Francia fu incendiata dalla rivolta, poi il vento cambiò e subentrò alla rivoluzione il desiderio di nomalità. Ma intanto il dado era gettato. In Italia la contestazione studentesca divampò qualche mese dopo, agli inizi di novembre.

Gli studenti in Questura la mattina del 19 novembre (foto Faliva)
A Cremona il 6 novembre nella sala cooperative e mutue di via Beltrami 18, Roberto Giammanco tiene una conferenza su “La rivolta degli studenti” su invito di un gruppo di studenti cremonesi. Qualche giorno dopo a manifestare la loro inquietudine sono per primi il 9 novembre gli studenti dell'Istituto magistrale Sofonisba Anguissola, nel corso di una tavola rotonda convocata dal giornale dell'istituto “Gruppo 66”, anche se si affrettano a chiarire di non essere “contestatori nel senso violento che oggi si attribuisce al termine”, ma solo interessati “ad una discussione aperta e civile sui problemi che ci riguardano più da vicino e che investono tutto tutto quanto il nostro futuro e il nostro avvenire di uomini e di insegnanti”. La contestazione, però, è presente, e verte sulle prospettive offerte dalla scuola, che ogni anno sforna decine di abilitati all'insegnamento che, per accedere alla facoltà di magistero, devono sostenere un esame di ammissione con il risultato di creare schiere di maestri disoccupati. Il motivo? L'inflazione degli studenti, attirati dai quattro anni di corso. Il dibattito è acceso, animato da un lato dal presidente del parlamento dell'Istituto Giovanni Gregori e da un'abilitata recente, Franca Dall'Acqua, e dall'altra i professori Pontiroli, Barbieri e Marcocchi e il direttore didattico Siboni.
I temi della politica e dell'attualità sono ancora lontani in queste prime manifestazioni spontanee di disagio, centrate soprattutto sui temi del diritto allo studio fin da quando, ad inizio dell'anno scolastico, nel settembre il Comitato di agitazione studentesca, nucleo che dà luogo al Movimento Studentesco, aveva diffuso un documento in cui si invitava a combattere nella scuola “il classismo: il 90 % degli alunni delle scuole elementari sono figli di lavoratori dipendenti, nella Università essi si riducono al solo 6%; l’autoritarismo poiché non abitua alla critica personale ma solo ad assimilare un contenuto fornito da superiori (professori, presidi, programmi ministeriali); l’antidemocrazia: gli studenti non hanno alcun potere di controllo sui professori e i professori non l’hanno sul preside”. il documento, annunciando la costituzione del Movimento Studentesco, enunciava i principi su cui doveva basarsi la lotta degli studenti: “Nessuna delega alla soluzione dei nostri problemi; no al parlamentino. si all’assemblea; in ogni istituto si devono creare dei nuclei di mobilitazione permanente tra loro collegati e possibilmente ramificati per classe. studenti: l’azione deve cominciare da oggi!”. 
La protesta degli studenti il 20 novembre
Da questi confini l'analisi si allargherà nei mesi successivi ai temi più generali suggeriti dall'attualità, come la pace, il Viet-Nam, l’America Latina e la figura di Che Guevara, la Cecoslovacchia, la fame nel mondo. Già l'anno prima, d'altronde, qualche studente come Deo Fogliazza dell'Itis, aveva partecipato alla Marcia per la pace nel Vietnam organizzata da Danilo Dolci, Ernesto Treccani e Don Gaggero, in due tappe contemporanee: una che da Milano andava a Roma, l’altra che raggiungeva Roma partendo dal Belice in Sicilia. Un gruppo di ragazzi di Casalmaggiore aveva trascorso una settimana a Parigi per essere presente alle lotte del maggio francese e nei luoghi storici del dibattito extrascolastico, come il Ristorante Centrale, l’Osteria del Vicolo del Cigno, Cinto ed altri si iniziava a discutere e ad impostare volantini che poi venivano ciclostilati presso qualche partito o sindacato che disponesse dell'attrezzatura necessaria, sneza che dovesse interferire.
A Cremona i temi di discussione vertono sui numerosi casi di sovraffollamento in edifici vetusti ed inadatti, sugli orari ed i trasporti scolastici, le mense e così via e su questi problemi molto sentiti si elaborano in diverse scuole dettagliate piattaforme rivendicative proprio utilizzando il diritto di riunione nelle aule. Man mano, però, il movimento diventa meno “spontaneo”, si struttura, si articola e politicizza, dialoga e polemizza coi “vecchi partiti”, si confronta con le organizzazioni giovanili degli stessi. C'è anche un gruppo che in via Oberdan si struttura in modo autonomo e dà vita ad un giornaletto, “Il quarto lato del triangolo” in cui affronta le tematiche più specifiche del mondo studentesco cremonese, come ad esempio i i problemi degli studenti “pendolari” che vengono con autobus e treni a Cremona dalla provincia.
Nel frattempo, però, inizia a crescere la tensione: l'11 novembre avvengono tafferugli a Bologna e Roma. Il 12 novembre si tiene al Cittanova l'assemblea degli studenti del Manin, la prima in orario di lezione alla mattina, moderata da Floriano Soldi con relazioni di quattro studenti: Conte, Mangani, Goi e lo stesso Soldi, al termine della quale viene diramato un comunicato stampa, in cui si ribadisce “l'assoluta infondatezza delle continue accuse che in altre sedi si fanno ai giovani di non essere che strumento, portavoce di determinati partiti e organizzazioni politiche. Niente di più falso: per lo meno al liceo classico si è sentito un appello corale all'unità e all'assoluta indipendenza del fronte studentesco e si è sottolineato continuamente come da gran parte dei giovani sia del tutto superato il discorso delle divisioni partitiche”.
Il provveditore Grimaldi parla agli studenti
Il 13 novembre all'inaugurazione dell'anno dell'Università Cattolica di Milano gli studenti inscenano una protesta abbandonando l'aula della facoltà di lettere e filosofia, al liceo scientifico Leonardo da Vinci la polizia interviene per sgombrare il corridoio del primo piano dagli studenti che lo occupavano, al liceo Berchet 150 studenti disertano le lezioni, a Ferrara polizia e carabinieri intervengono per sedare la protesta degli studenti del liceo scientifico Antonio Roiti contro il preside che non concede il diritto di riunirsi in assemblea, a Fidenza un centinaio di studenti dell'istituto commerciale Luca Paciolo sciopera contro la sostituzione dell'insegnante di estimo agrario. Altre agitazioni avvengono a Mestre, Roma e Bologna. La protesta non risparmia neppure il mondo della cultura d'evasione. Si ribellano anche gli autori di fumetti che disertano in massa il Salone dei Comics di Lucca ed il oltre duecento firmano una dichiarazione contro le strumentalizzazioni intellettualistiche cui sono soggetti: si trovano insieme a braccetto Tex Willer e Trottolino, Zagor e Braccio di Ferro, Diabolik e Tiramolla. E tra gli autori Jacovitti e Bruno Bozzetto, Pier Carpi e i fratelli Montecchi, Armando Testa e Biassotti, soggettisti delle storie di Topolino e Paperino. Il giorno dopo scendono in piazza anche gli studenti di Firenze, Vigevano, Napoli, Sanremo, Genova, Savona, Bari e Bologna.
Il 20 novembre anche a Cremona si tengono le prime manifestazioni: circa settecento studenti delle Magistrali si recano davanti al Provveditorato per consegnare una petizione con le loro richieste, a loro si aggiungono anche studenti del Beltrami, dell'Industriale e dello Stanga, mentre quelli dello Scientifico e del Classico si limitano ad una protesta interna. Il preside del Beltrami Enzo Maffini acconsente alle richieste perchè partecipi alla protesta una delegazione dell'ultimo corso dei geometri, preoccupato per il crollo di parte della cancellata dell'istituto sotto la pressione degli studenti che in via Palestro sono sempre più numerosi. Nel corso del pomeriggio il comitato studentesco decide indire per il giorno dopo una manifestazione di tutti gli istituti superiori cittadini con la richiesta dell'assemblea degli studenti in ogni istituto.
La protesta del 20 novembre
All'appuntamento in piazza Roma si ritrovano oltre seimila studenti che, incolonnati da un discreto servizio d'ordine formato da agenti di polizia e carabinieri, si dirigono verso piazza Cavour e corso Vittorio Emanuele per raggiungere il Provveditorato agli studi. Sugli scalini del palazzo è posizionato un microfono, dove, richiesto a gran voce, si presenta il Provveditore Vero Grimaldi che “assicura che terrà buon conto di tutte le proposte che gli verranno dagli alunni, massimamente se esse saranno state presentate con quella cordialità, della quale non si può fare a meno nelle relazioni umane. Invita, quindi, i giovani a non disertare ancora le aule facendo presente che la scuola, anche per chi non voglia attribuirle altri meriti, è metodo, è graduazione, è programma; rileva inoltre che anche i contestatori hanno ricevuto proprio nella contestata scuola strumentazioni linguistiche ed attrezzature intellettuali sì da poter esprimere in modo efficace le loro opinioni; nutre, infine, la speranza che i giovani sappiano dignitosamente giovarsi del clima di libertà e di benessere preparato con molta fatica dai loro padri”. Il Provveditore, accolto con applausi, se ne va tra i mugugni. Tocca agli studenti dir la loro. Il rappresentante degli istituti tecnici chiede la ristrutturazione dei programmi, un nuovo metodo di insegnamento, l'abolizione delle spese di studio, il diritto di assemblea, e l'orario unico. Quello del liceo classico li liceo unico, il tempo pieno, il presalario, la scuola obbligatoria fino ai 18 anni, le materie opzionali l'abolizione del voto e l'immediata soluzione del problema edilizio. Lo scientifico rivendica la cassa scolastica di studio, la ristrutturazione dei programmi negli insegnamenti di chimica e disegno, l'assemblea per discutere sui diritti degli studenti. A mezzogiorno la manifestazione di scioglie in un clima di grande incertezza, nel pomeriggio di susseguono le voci su un intervento del Provveditore per autorizzare la concessione delle assemblee in tutti gli istituti ma, nonostante i tentativi degli studenti, non vengono reperiti i presidi che possano eventualmente confermare la notizia e, di conseguenza, si resta d'accordo nel ritrovarsi la mattina successiva davanti ai cancelli delle scuole per decidere il da farsi. Il giorno successivo tutti i presidi, in accordo con il Provveditorato, concedono il diritto di assemblea, ma tuttavia la protesta prosegue perchè ai ragazzi fermi in attesa davanti ai cancelli degli istituti arriva la notizia che il preside dell'Istituto professionale per il Commercio Einaudi di via Cavallotti non ha concesso il diritto all'assemblea, ma, sembra solo per la mancanza di un locale adatto, e che gli studenti del Liceo Scientifico sarebbero stati rinchiusi nella scuola. Gli studenti del Classico, dell'Industriale, Magistrali e Beltrami non entrano in classe e si concentrano nuovamente in piazza Roma e raggiungono lo Scientifico dove ad attenderli vi è un cordone di polizia. Tre rappresentanti degli studenti entrano nell'istituto ed apprendono che in realtà il diritto di assemblea è stato concesso e che gli studenti sono entrati. Questa viene immediatamente convocata, e sarà la prima nella storia del mondo studentesco cremonese, e delibera a maggioranza di unirsi agli studenti che attendono in via Palestro. La preside concede ai ragazzi di uscire da scuola e questi vengono accolti all'esterno dagli applausi, poi tutti insieme si dirigono nuovamente a parlare con il Provveditore Grimaldi, decidendo, dopo l'incontro, il rientro a scuola.
La protesta del 20 novembre (foto Faliva)
Gli studenti medi cremonesi hanno fatto un passo avanti verso l'auspicata forma di colloquio con i docenti – commenta il cronista de “La Provincia” - La dimostrazione è arrivata proprio ieri mattina quando l'assemblea dello Scientifico, in piena libertà ha deciso di uscire per solidarietà, unendosi ai colleghi che già manifestavano. E' questo il primo atto di un colloquio che va concretizzato, seriamente, con coscienza non solo dei propri diritti ma anche dei propri doveri. Sottolineeremo come gli studenti cremonesi abbiano compiuto con maturità queste agitazioni riuscendo ad escludere qualsiasi interferenze di elementi che avrebbero potuto trarne vantaggio di ordine partitito e politico. Non sono mancate, è vero, alcune lamentele in ordine a questo particolare. Ma noi, in coscienza, abbiamo seguito passo, passo lo svolgersi delle manifestazioni e possiamo affermare che solo gli studenti hanno manifestato, negando a chiunque la possibilità di strumentalizzarli. Ciò è un fatto positivo perchè è solo dibattendo fra di loro i problemi e con la comprensione dei professori che i giovani potranno portare avanti le loro idee, le loro istanze a vantaggio non solo di loro stessi ma anche della società. In questi tre giorni di agitazione studentesca molti si sono chiesti: che cosa vogliono gli studenti? Quali sono le loro idee? Interrogativi ai quali è difficile dare risposte precise assolute. La «contestazione» degli studenti era nella logica delle cose. Nel dopoguerra si sarebbe dovuto verificare, parallelamente alle trasformazioni politiche, economiche e sociali del paese, il passaggio dalla scuola di élite (tipica di un particolare assetto sociale) alla scuola di massa. Di fatto invece si è verificato solo un ampliamento di ciò che già esisteva, senza adeguare le strutture fondamentali. La scuola è ancora ancorata all'accademicità, al tecnicismo ed al nozionismo. Ora il mondo studentesco è in agitazione. Molto spesso gli studenti assumono posizioni di rottura nei confronti della società ma non dimentichiamo che sino ad oggi non è stato fatto tutto o quanto meno è stato fatto poco perchè essi possano trovare nella scuola non solo il motivo meramente culturale ma anche la preparazione a quella che sarà la vita professionale e civica. Sono grossi problemi, d'accordo, che non si possono risolvere con la bacchetta magica ma dobbiamo dare atto che anche per quelli piccoli si è agito in ritardo”.
Il movimento degli studenti proseguirà nel 1969. Momenti di tensione avranno luogo nella primavera in Piazza Marconi, capolinea dell’autotrasporto pubblico provinciale, con blocco dei bus da parte degli studenti, con rivendicazioni di gratuità del trasporto scolastico e relative agli orari.

Verrà poi occupato l’ITIS - Chimici allora in via S. Lorenzo con l’obiettivo dello studio e della realizzazione dell’orario unico, che risultò piuttosto lunga ed impegnativa e che venne esacerbata dalla voce che il Preside stesse elaborando una contropiattaforma rispetto agli occupanti insieme a studenti di destra. All’occupazione venne poi posta fine dall’intervento dei Carabinieri. Anche il Liceo classico fu occupato per un breve periodo dagli studenti nel febbraio 1969: l’occupazione, per l’atteggiamento più disponibile del Preside, fu poi trasformata in assemblea permanente, con gruppi di studio che si riunivano in orari non di lezione e che si tennero per un lungo periodo. 

venerdì 9 febbraio 2018

La chiesa di S.Ambrogio compie 80 anni

La chiesa di Sant'Ambrogio nel 1938 nella foto di Ernesto Fazioli
Nel 2018 compie ottant'anni la chiesa di Sant'Ambrogio, l'ultimo dei grandiosi edifici sacri cremonesi. La progettazione della chiesa è opera dell’architetto Giovanni Muzio e risale al periodo compreso tra il 1934, data approssimativa d’inizio, e il 1935, ed è l'ultimo grande edificio sacro costruito a Cremona che possa a tutti gli effetti essere considerato un'opera d'arte sia per valore intrinseco sia per importanza storica. Questa chiesa esemplifica, infatti, la poetica costruttiva del suo progettista, l'architetto Giovanni Muzio (1893-1982) che dedicò una parte importante del suo operato specificatamente all'architettura sacra moderna. Nel vasto ed importante catalogo di Muzio spiccano, infatti, ad esempio la Cappella del Sacro Cuore dell'Università Cattolica, progettata tra il 1930 ed il 1932, la chiesa milanese di S.Maria Annunciata in chiesa Rossa del 1932, l'Angelicum del 1939 e la Basilica dell'Annunciazione a Nazareth. Accanto a queste si inserisce proprio la chiesa di Sant'Ambrogio di Cremona, vasto progetto a carattere anche urbanistico, solo in parte però realizzato.
Quando, infatti, nel 1934, il vescovo di Cremona Giovanni Cazzani decise di affidare ai Minori Francescani la cura d'anime di un'intera parrocchia, quella di Sant'Ambrogio, il quartiere si raccoglieva ancora disordinatamente, tra case, campi e fabbriche, attorno alla piccola e cadente chiesa omonima del XVIII secolo che risultava, però, del tutto insufficiente a soddisfare le esigenze di una popolazione in rapida espansione. Serviva, quindi, un nuovo complesso che non fosse solo luogo di culto, ma offrisse anche spazi per particolari momenti di fede, come il battistero, per l'associazionismo cattolico (l'auditorium), per la comunità monastica (il chiostro dei frati) costituendosi come vero e proprio polo urbano dal forte valore sociale e religioso. Giovanni Muzio venne perciò chiamato a dare forma tangibile a questo progetto che a buon diritto entrava nel programma di nuova evangelizzazione promosso dalla Chiesa Cattolica in quegli anni, coadiuvata in questo proprio dall'Ordine Francescano.
L'interno della chiesa, foto di Ernesto Fazioli 1938

Il suo progetto, imbevuto di moderno classicismo, ottenne l'approvazione, nel maggio del 1935, della Commissione Diocesana per l'arte sacra che sottolineava "il senso di semplicità grandiosa e moderna... del complesso architettonico". A padre Pacifico Valugani, nominato Superiore del convento, ed al cugino padre Pasquale spettò il gravoso compito di sostenere economicamente il progetto reperendo i fondi necessari, impresa resa possibile dal generoso aiuto di tanti benefattori e dagli interventi delle autorità politiche del tempo come il podestà Attilio Gnocchi a cui si deve l'approvazione, nel bilancio comunale, dell'acquisto per 13 lire il metro di un vasto appezzamento di proprietà dei Minori posto in fondo a piazza Castello dove, poi, sorsero le scuole elementari "Costanzo Ciano" oggi Bissolati. Venne, perciò, costituito un Comitato Esecutivo presieduto da monsignor Carlo Boccazzi e si moltiplicarono in città le iniziative volte alla raccolta di fondi; così l'8 novembre 1935 venne aperta in alcuni locali della Galleria 23 marzo (oggi XXV aprile) una pesca di beneficenza di carattere principalmente gastronomico che ottenne largo successo così da essere ripetuta in prossimità della ricorrenza di S. Omobono anche nei due anni successivi, mentre il 6 febbraio 1936 le maestranze della Cavalli e Poli offrirono a beneficio della nuova chiesa "quintali 3,50 di ferro e la somma di lire 500". Ad un intervento diretto di Farinacci è, poi, da far risalire la cospicua offerta di 25.000 lire decisa dal Duce per "l'erigenda chiesa di S.Antonio a S.Ambrogio" come da lui stesso comunicato al comitato il 10 settembre 1937, mentre nell'aprile del 1938 Farinacci offrì personalmente la somma di lire 15.000 "per onorare la memoria della madre...e con l'augurio che questo suo gesto possa servire d'incitamento ad altri offerenti".
Nel frattempo i lavori proseguirono alacremente ed ad un anno dalla posa della prima pietra, nel giugno 1936, la cripta era già ultimata, nel 1937 si stavano alzando i muri perimetrali che in agosto raggiungevano l'imposta del tetto, mentre nel marzo 1938 la copertura era completata; per tutto questo periodo il cantiere fu spesso oggetto di visite illustri , diventando una sorta di cantiere-aperto ante litteram, visite che si completavano con la visione dell'esposizione permanente, nella vicina casa Azzolini, dei progetti stesi da Giovanni Muzio nonché del plastico completo di tutte le strutture previste per questo futuro centro di arte e di fede. Tra queste visite se ne ricorda in particolare una del vescovo Cazzani che nell'autunno del 1937 "servendosi delle scale a pioli si portò sulla sommità dell'edificio , percorrendo tutto il fianco meridionale e ammirando insieme lavori e panorama". 

La posa della prima pietra (foto Fazioli)
La posa della prima pietra avvenne il 9 giugno 1935 alla presenza di Farinacci, membro del Gran Consiglio, del prefetto Carini, del segretario federale, gli onorevoli Moretti e Mori, il vice podestà, il preside della Provincia, i membri del comitato d'onore, il rettore dell'Università cattolica padre Agostino Gemelli, in rappresentanza dell'Ordine dei Frati Minori, il vescovo Giovanni Cazzani con il Capitolo della Cattedrale. Gli operai del Nastrificio Alquati, oggi parte della Casa di Cura delle Figlie di San Camillo, donarono tre ore di lavoro e l'azienda, da parte sua, l'equivalente. Aspersa la croce elevata nel punto esatto in cui sarebbe sorto l'altare maggiore del nuovo tempio, il vescovo firmò la pergamena che doveva essere racchiusa nella prima pietra, controfirmata poi dalle principali autorità in duplice copia, una delle quali destinata all'archivio del convento: “Il Vescovo depone la custodia della pergamena entro al pietra, che chiude con il cemento; poi, mente i seminaristi intonano un salmo. Il progettista, architetto Muzio, ordina agli operai di calare il grosso blocco di granito, che il vescovo asperge con l'acqua santa. Sono le 18,30. Il Vescovo si inginocchia e intona le litanie dei Santi, per invocare lo ausilio della Coorte celeste alla grave opera che i Frati Minori stanno per intraprendere. Quindi, seguito dal corte dei canonici, e da altri sacerdoti, fa il giro delle fondamenta che benedice e che, con l'aspersorio di issopo, irrora d'acqua benedetta”.
La posa della prima pietra (foto Fazioli)
L'inaugurazione avvenne tre anni dopo, il 12 giugno 1938, con la presenza dell'arcivescovo di Milano cardinale Ildefonso Schuster. La mattina il vescovo monsignor Cazzani, assistito dal Capitolo della Cattedrale aveva benedetto la nuova chiesa che, verso le 10,30, era stata subito gremita dai fedeli, mentre i Frati Minori, diretti dal maestro Guido Manfredini, avevano intonato la “Missa jucunda” del Vittadini che accompagnava il primo pontificale. La cerimonia solenne avvenne il pomeriggio con la grande processione eucaristica per il trasporto della Santissimi dalla vecchia alla nuova chiesa, che per un momento di temette di dover sospendere a causa del maltempo che infuriava e la pioggia che cadeva a rovesci. Ma verso le 15,30, poco prima dell'arrivo del metropolita lombardo, il cielo si era improvvisamente schiarito e la macchina organizzativa del ricevimento aveva potuto mettersi in moto. Lungo il percorso del corteo era stato predisposto un ingente schieramento di forze militari: lungo via Milano erano schierati gli artiglieri con i loro automezzi ed il colonnello che poi si sarebbe messo alla testa della scorta d'onore del cardinale Schuster, con altri militari e fanti. Verso le 15,30 l'auto del cardinale fece il proprio ingresso nel cortile del Seminario vescovile, accompagnata da trentun colpi di cannone e dal suono di tutte le campane cittadine. Dopo l'abbraccio con il vescovo ed i saluti del clero cremonese, l'incontro con le autorità, i gerarchi e Farinacci, che sull'uniforme fascista portava per l'occasione la fascia del Gran Cordone dell'Ordine Coloniale della Stella d'Italia. “Dopo una breve sosta in Seminario – ricorda il cronista de “Il Regime Fascista” - il Cardinale è salito sull'automobile scoperta e l'onorevole Farinacci gli si è assiso di fianco. I carabinieri a cavallo si sono incolonnati dietro la macchina che, seguita da numerose altre, si è messa in movimento. E' stato un passaggio trionfale attraverso le strade tutte imbandierate. Le finestre, ornate con drappi, arazzi, fiori, erano gremite, dietro i cordoni la folla faceva ala ed applaudiva al passaggio del cardinale che, sorridendo, rispondeva con gesti di benedizione. Via Carlo Alberto, piazza Risorgimento. Via Crema erano brulicanti di folla; e ovunque si rinnovarono le fervide dimostrazioni di affetto e di entusiasmo. Alla porta della nuova chiesa erano il Provinciale dei Minori lombardi, il superiore cremonese, Padre Pacifico Valugani, che è stato l'entusiasta animatore dell'iniziativa, ed un gruppo di frati che hanno reso omaggio al Cardinale Schuster. Il quale è entrato nella chiesa accolto dalle acclamazioni della folla che la gremiva e, dopo aver pregato davanti all'Altare Maggiore, si è assiso in Trono. La chiesa si è vuotata lentamente: i fedeli andavano ad incolonnarsi per la processione, che doveva muovere dalla vecchia chiesa di Sant'Ambrogio, dopo la benedizione, impartita dal Vescovo, ai tradizionali gigli di Sant'Antonio, che cento bimbi bianco vestiti avrebbero poi portato in processione, formando un pittorico gruppo gentile. Nella nuova chiesa, intanto, il Cardinale si intratteneva con l'architetto Giovanni Muzio, progettista della chiesa, e aggiungeva le sue alle felicitazioni che egli aveva ricevuto numerose per la bella opera compiuta. Si intratteneva anche con Padre Pacifico Valugani, al quale diceva altre parole di compiacimento”.
Padre Pacifico Valugani sul cantiere nel 1937
Una volta giunta a destinazione la processione, Schuster si limitò ad una breve discorso e ad una brevissima funzione religiosa. “Egli ha citato un episodio della vita di San Francesco. Il quale, un giorno, invitò un suo fraticello ad accompagnarlo, perchè doveva andare a tenere una predica. E si mossero, «come i Frati minori vanno per via», con cuore compunto, con atteggiamento devoto. E soltanto verso sera, dopo aver tanto girato per le strade di Roma, tornarono a battere alla porta del convento. Con stupore del fraticello, che non seppe trattenersi dal domandare: «E la predica?». E San Francesco rispose: «La predica l'abbiamo fatta». L'avevano fatta processionando così, con tanta devozione e tanto raccoglimento. Da questo fatto trae lo spunto il Cardinale per dire che due prediche di seguito non si fanno; e poiché i cremonesi hanno già fatta la loro – partecipando con cuore devoto alla processione, cadendo in ginocchio davanti al Santissimo senza curarsi se per terra vi era tanto fango che imbrattava le vesti, dimostrando in vari modi quanto grande e radicata sia la loro fede – egli non farà che una esortazione: «Nella nostra fede vi è l'anima del popolo italiano. Sappiatela sempre conservare intatta». Ha concluso dicendo che la idea di far sorgere il nuovo tempio in onore di Sant'Ambrogio e di avervi voluto aggiungere il Santuario Antoniano, è una garanzia di aumento dei pace di aumento di bene. Infine ha invocato su tutti la benedizione di Dio”. Il giorno successivo, festa di Sant'Antonio, nella nuova chiesa si celebrò un'altra funzione solenne officiata dall'arcivescovo di Sassari Mazzotti, nel corso della quale venne eseguito l'inno processionale in onore di Sant'Antonio, composto per l'occasione dal maestro Federico Caudana.


L'inaugurazione con il cardinale Schuster (foto Fazioli, 1938)
Del progetto originario, alcune strutture come l’abside, il tiburio, il battistero e il campanile non sono state realizzate. Il santuario antoniano, oggi impiegato come cappella settimanale, è stato infatti completato solo nel 1961. Muzio è padrone della metodologia progettuale razionalista che lo guida fin dall’inizio nella distribuzione degli spazi, delle funzioni e delle strutture del complesso architettonico. Un ampio sagrato si apre davanti al corpo longitudinale della chiesa e alla imponente facciata esaltando lo slancio verticale del portico, collegato all’area del convento retrostante, il cui chiostro è stato realizzato soltanto in parte. Nonostante le parti mancanti, l’opera di Muzio appare compiuta nella sua concezione complessiva e trasmette chiaramente quella capacità di ordinare volumi puri, dando vita a una continuità tra esterni e interni anche attraverso astratte tessiture in laterizio che donano coerenza e omogeneità a tutto il complesso e che rimandano alla tradizione lombarda e cremonese. La pianta è concepita a navata unica, con un chiaro rimando alla struttura basilicale delle origini; lo spazio è scandito da sette campate e da pilastri slanciati collegati alle pareti da archi pensili a formare un corridoio perimetrale e un ballatoio sospeso, esteso sino al portico della facciata, entrambi percorribili. La copertura è realizzata mediante un susseguirsi di piccole volte a botte autoportanti in laterizio armato, disposte trasversalmente, che caratterizzano anche l’esterno dell’edificio. Un’altra piccola volta, simile alle precedenti ma posta longitudinalmente ad esse, segna il grande arco centrale del portico di accesso alla chiesa. All’interno, le piccole volte sono decorate su disegno dello stesso Muzio. L’ampia navata è illuminata da numerose vetrate e si inserisce tra i pilastri e le volte creando giochi caleidoscopici di pieni e di vuoti, contribuendo a dare allo spazio un carattere monumentale ed accogliente al tempo stesso. Per l’illuminazione notturna Muzio ha pensato a semplicissimi candelabri applicati ai pilastri. L’architetto milanese si è occupato anche della progettazione dei confessionali e degli altari, in modo da creare un insieme coerente ed armonico.

giovedì 8 febbraio 2018

Guido Sommi, l'ultimo dandy

Guido Sommi ritratto da Tamara de Lempicka
Il volto è una maschera fredda ed impassibile, lo sguardo glaciale e magnetico lascia trapelare l'inquietudine interiore, l'espressione corrucciata, l'eleganza formale, il movimento quasi nevrotico del braccio, l'elegante abito scuro ed i capelli lucidi di brillantina. Per restituire la complessa personalità di questo dandy sofisticato, la Lempicka ricorre ad una serie di allusioni: l'eleganza ossessiva del marchese e la sua attenzione al minimo dettaglio dell'abito, tipica dell'estetica futurista, è richiamata dalla stilizzazione esasperata della figura che rimanda alla cartellonistica e ai figurini di moda del periodo. Quando nel 1925 Tamara de Lempicka lo raffigura così, lei e Guido Sommi Picenardi sono amanti. Sua moglie, la principessa Anna Maria Pignatelli, detta Mananà, funerea animatrice delle notti romane, da un paio d'anni conduce vita separata, stanca degli eccessi del marito, e probabilmente frequenta già Guido Parisini, un ex ufficiale di cavalleria, che poi diventerà il suo amante ufficiale. Anche lei si è fatta ritrarre qualche anno prima, nel 1917, lo stesso anno del matrimonio con il marchese cremonese, da una pittrice di scuola futurista, lontana parente di Boccioni, Adriana Bisi Fabbri, che sarebbe morta di spagnola un anno dopo, a soli 37 anni. E' un ritratto inquietante, di matrice simbolista, che raffigura Mananà immersa in un'atmosfera notturna con un trucco bianco che rende spettrale il suo volto, così come quando era apparsa ancora giovanissima ad una festa parigina agghindata da Pierrette, con un look che non abbandonerà mai per tutta la vita. Non per nulla, per quegli occhi cerchiati di nero che emergevano tra la cipria bianca del volto come un misterioso fantasma, negli ambienti parigini la chiamavano da tempo “la belle morte”. Ed alimentando il mito di se stessa Mananà si dedica allo spiritismo, durante il giorno dorme in una bara da cui si racconta si alzi solo la sera per iniziare la sua vita notturna tra balli, feste e happening artistici decadenti. Altri raccontano delle sue scorribande notturne nella villa Sommi Picenardi di Olgiate, quando cavalca nuda nei dintorni col volto coperto di un trucco bianco, cadaverico. E d'altronde a Venezia, una volta sposata, si fa notare perchè passeggia in piazza San Marco con un ghepardo al guinzaglio.
Mananà ritratta da Adriana Bisi Fabbri
Guido e Mananà si sposano il 10 marzo 1917 nella cappella della villa di famiglia in Roma, ed il matrimonio diventa un evento di tale importanza che ne parla pure il parigino “Le Figaro”. Dal giornale francese sappiamo che la funzione avviene nel “villino” Pignatelli di via Piemonte alla presenza di tutta l’aristocrazia romana e che Guido era stato arruolato volontario in guerra. All'epoca Guido sta per compiere venticinque anni e Mananà ne ha ventitrè. I due sposi sono già tra i più stravaganti protagonisti della mondanità internazionale, ultimi rampolli di due nobili famiglie. La figura di lui è ancora oggi, per molti aspetti, avvolta nel mistero: sesto marchese di Calvatore dal 1926, anno della morte del padre, signore di Sommo e Pieve Altovilla, e Cavaliere d’onore e devozione del Sovrano ordine militare dei Cavalieri di Malta, è figlio di Nadina Grigor’evna Bazilevskaja, appartenente a una delle più ricche famiglie russe. Il padre Grigorij, già proprietario di terreni nel distretto di Poltava e erede universale della zia paterna, Marija Dolgorukaja, appartiene ad una delle famiglie più ricche e potenti dell'Ucraina. Il 28 gennaio 1891 Nadina sposa Girolamo Sommi Picenardi, marchese di Calvatone, nato a Villa di Grumone il 23 agosto 1869, ex-allievo della Scuola superiore di Venezia, cavaliere dell'Ordine di Malta e segretario di Legazione presso l'ambasciata italiana di Costantinopoli.
In occasione delle sue nozze il principe veneziano Andrea Marcello dà alle stampe alcuni documenti su Angelo e Lorenzo Marcello, priori dell'Ordine dei Cavalieri di Malta a Venezia, dedicandoli al padre dello sposo. Si hanno notizie di Nadina nel Cremonese già intorno al 1889, quando entra in possesso del podere di Licengo. L'anno successivo al matrimonio nasce a Mentone il 12 marzo 1892 Guido, che talora per gioco si firma con il nome Sommi Basilewsky. La marchesa Sommi Picenardi risiede stabilmente nella villa di Torre fino al 25 novembre 1909 quando si trasferisce, per i mesi invernali, assieme al figlio Guido, da Torre de' Picenardi a Venezia, così come appare da un Attestato del sindaco del 19 novembre 1909, con timbro della Prefettura di Cremona e firma in data 20.11.1909: "Il sottoscritto sindaco del Comune di Torre de Picenardi dichiara essergli perfettamente notorio che la mobiglia, quadri ecc. di proprietà della Signora Marchesa Sommi Picenardi caricati a questa stazione ferroviaria diretti a Venezia sono mobili d'uso tolti dalla abituale dimora di costei denominata Castello Picenardi e destinati per l'abitazione invernale a Venezia". I marchesi Sommi-Picenardi a Venezia risiedono in Casa Blaas, alle Zattere, Dorsoduro 1401 e fanno parte del bel mondo veneziano, come è attestato da articoli della stampa locale (La fantasia settecentesca rievocata da Brunelleschi al Lido, «Gazzetta di Venezia», 18 agosto 1926, p. 4, sul ricevimento organizzato il 15 agosto all'Hotel Excelsior al Lido in onore  dell'ambasciatore cinese). Il nome dei Sommi Picenardi appare anche nell'Archivio storico delle arti contemporanee di Venezia in un elenco di nobili famiglie veneziane, possibili acquirenti di opere d'arte. Fino al 1914, tuttavia, Guido risiede nella Caffehouse del giardino di Torre, creata su progetto dell’architetto Luigi Voghera nell’anno 1826, poi modificata e ampliata nel 1899 dall’architetto cremonese Giovanni Repellini, per essere adibita a residenza del giovane marchese. A Venezia Guido inizia a dedicarsi ai suoi studi musicali. Ammiratore e amico di d’Annunzio, frequentatore fin da giovane dei futuristi, a partire dai primi anni Venti Guido compone musiche per alcuni mimodrammi messi in scena dalla compagnia Balli russi Leonidoff, fondata dalla ballerina Elena Pisarevskaja e dal regista futurista Aldo Molinari.

Tamara de Lempicka nel 1928
Anche Maria Anna dei principi d’Aragona Pignatelli di Terranova di Cortes vanta nobili natali. La famiglia Pignatelli Aragona Cortes affonda radici nella storia del regno di Aragona e di Sicilia, mentre il Cortes deriva da un’unione, seppur indiretta, con Stefania Cortes, unica discendente del conquistador Hernan Cortes. L’ampia famiglia contava diverse proprietà (e annessi diritti di sovranità) in Italia, in Messico e in Spagna. Nella sua genealogia figura anche un personaggio inquietante a cui poter far risalire, in un certo senso, l'attrazione di Mananà per il mondo delle tenebre e dell'occulto: Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Messina, è il pastor di Cosenza citato nel Purgatorio di Dante per aver profanato nel 1266 la tomba di Manfredi. Ne aveva dissotterrato il corpo dal tumulo di pietre sotto il quale i cavalieri francesi lo avevano sepolto per onorarne l’eroismo, benché fosse stato un nemico; poi, lo aveva trasportato a candele rovesciate e spente, come si faceva con gli scomunicati e gli eretici, ed infine ne aveva disperso i resti al di fuori dei confini dello stato della Chiesa. Il padre di Mananà è Giuseppe Pignatelli di Terranova (1860-1938), detto Peppino, senatore del neonato Regno d’Italia e la madre, donna Rosa, era nata marchesa de la Gàndara y Plazaola.
La coppia dei novelli sposi è tra le più ricercate di Roma, e anche la più mondana. Tamara de Lempicka, a cui Mananà presenta nel 1926 una delle suefrequentazioni famigliari, Gabriele D'Annunzio, così li descrive: «Mananà e Guido Sommi Picenardi, la cui maniera di vivere sarebbe definita oggi come una sorta di "hippy", capeggiavano un circolo di giovani brillanti, che si occupavano ogni notte tra feste, opera, balletti, concerti e pranzi in dimore private con servi in livrea. In tali occasioni, le donne erano sempre magnificamente vestite e coperte di gioielli; gli uomini sempre belli e eleganti. La conversazione era supremamente coltivata e spiritosa».
Anche Indro Montanelli, rispondendo ad un lettore, Giovanbattista Brambilla, nella sua rubrica La Stanza del 25 giugno 1997, parla di un soggiorno nella villa di Torre de' Picenardi, ospitato dalla strana coppia: “Erede in linea diretta non solo dei principi Pignatelli, ma anche del grande conquistador del Messico, essa apparteneva al dorato jet – set cosmopolita degli inizi del secolo, quando le capitò di partecipare a una grande festa mascherata a Parigi, punto di raccolta di quella società.. Vi si presentò truccata da Pierrette con la zazzerina a gronda sulla fronte e il volto interamente coperto da una patina di biacca. Ebbe un tale successo che non volle più abbandonare questa cosmesi, nemmeno quando gli anni cominciarono a farlesi sentire. Io, che pure per un certo periodo l’ho molto frequentata, non l’ho mai vista che con la zazzerina incanutita sul volto di gesso, a tutte le ore del giorno e anche della notte, perchè solo di notte lei viveva. Così d’altronde la voleva anche suo marito, Guido Sommi Picenardi, altro dannunziano doc, ricco di talenti (letteratura, teatro, musica) coltivati da raffinato dilettante, e per questo incompiuti. Una volta che m’invitarono a un soggiorno nella loro famosa Torre, mi misero a dormire in un letto foderato di lenzuola di seta nera che sembrava una bara. Superstizioso come sono, buttai via le lenzuola, ma anche il materasso era nero, come lo era tutto il decor di quella casa che sembrava uscita dalla fantasia di un impresario di pompe funebri. Dopo la morte del marito, Mananà si scelse per compagno la sua antitesi umana: Guidone Parisini era un ex ufficiale di cavalleria che s’intendeva e parlava solo di stalle e di concorsi ippici. Si ritirarono prima a Capri, poi a Venezia, dove lei, sempre addobbata da Pierrette, dette sfogo alla sua passione, la scultura. 

Non sappiamo in realtà quando la Lempicka abbia conosciuto Guido Sommi Picenardi e, soprattutto, se sia stato lui il tramite per le sue frequentazioni futuriste parigine, Marinetti e Prampolini, oppure se viceversa attraverso i futuristi lei abbia conosciuto il marchese. A Milano Tamara giunge nel 1925, invitata dal conte Emanuele Castelbarco che vuole organizzarle una personale. La inaugura il 28 novembre, nella galleria Bottega di Poesia: trenta dipinti e diciotto disegni. Già pittrice affermata, è la moglie dell’avvocato polacco Tadeusz de Lempicka, da cui divorzia tre anni dopo, e la madre di Kizette, nata nel 1916. Il marchese Guido Sommi Picenardi è un dandy bizzarro che la introduce nel circolo dei Futuristi: si dice sia appassionato di occultismo, e pare pratichi sedute spiritiche, oltre ad essere un occasionale travestito, e un casanova quasi professionista. Si dice abbia tendenze sadiche e omosessuali, cosa che deve certo affascinare l’animo decadente di Mananà nei primi tempi, ma che poi finisce per stancarla dato che a partire pressappoco dal 1923 i coniugi iniziano a condurre vite separate.
La Villa di Torre de' Picenardi
Tamara, attirata dalle famiglie blasonate, e ancor di più dal fascino tenebroso del marchese, ne diventa la sua amante. Da quel loro primo incontro, nel 1925, nascono due ritratti. Uno dei due, già esposto anni fa a Palazzo Reale di Milano nella mostra dedicata alla de Lempicka – è andato all’asta da Sotheby’s New York con una stima di 4-6 milioni di dollari nel novembre 2016, nella vendita serale di Impressionisti e Arte Moderna. La tela è rimasta fino al 1969 nella collezione privata della pittrice, forse come souvenir della focosa relazione con il bel nobiluomo italiano. L’opera proviene dalla collezione newyorkese di Kenneth Paul Block e Morton Ribyat, coppia di collezionisti americani che trascorsero insieme più di sessant’anni della propria vita. Block era un celeberrimo illustratore che lavorò per il New York Times, Chanel, Balenciaga e Saint Laurent; il suo compagno Ribyat fu un valido disegnatore di tessuti, attivo per importanti aziende del settore.
Negli anni Trenta Guido Sommi si fa notare sulle pagine del “Regime Fascista” per la sua feroce critica alla produzione artistica contemporanea, soprattutto nei riguardi di Sironi, colpevole per le “deformazioni irrealistiche” del suo linguaggio pittorico. Poi si ritira nel castello di famiglia a Torre dei Picenardi negli anni Quaranta, dopo aver subìto le torture dei nazisti nel 1945 in quanto probabile oppositore al regime fascista, al contrario del cugino Gianfrancesco, fedele di Mussolini. Conduce là il resto di una vita apparentemente solitaria, morendo “in circostanze poco chiare”, il 30 marzo 1949.
Mananà, invece, va avanti nella sua vita di sempre tra feste, ricevimenti, balli mascherati e pranzi di gala, a Roma stringe amicizia con la marchesa Luisa Casati, che abita pocoa lontano da lei in via Piemonte 51, compagna delle sue scorribande spiritistich. Si dedica alla scultura, dapprima in un piccolo appartamento al pianoterra dello stabile 11 di Corso d’Italia, nei pressi di Villa Borghese, poi in un secondo atelier, probabilmente in via Margutta. Poi con Parisini si trasferisce a Capri. Delle sue sculture non sia nulla. Per non smentire la sua fama di artista “maudite”, secondo Federico Zeri sarebbero state caricate nottetempo su di una zattera e affondate al largo della laguna.

Anche la morte di Mananà, avvenuta nel 1960, è avvolta nel mistero. La leggenda vuole che la principessa Pignatelli sia morta a Venezia, dove si era trasferita ormai anziana, precipitata e annegata nel Canal Grande mentre usciva da Palazzo Mocenigo, sua ultima dimora, per partecipare all’ennesima serata mondana. C'è chi dice che fosse stata avvelenata dalla tintura nera dei suoi capelli, ma in realtà morì poco dopo, all’ospedale, in seguito alle complicazioni di una malattia, forse tisi, che la tormentava già da lungo tempo e che la caduta nell’acqua gelida avrebbe sensibilmente peggiorato.

La battaglia nel campo di fagioli

Oberto Pallavicino da "Cremona Fedelissima"
All’ombra del Torrazzo il nemico s’inchina”, questa la scritta che campeggiava allo stadio Zini in curva sud tra i colori grigiorossi, sotto un Torrazzo alto come la curva e due simboli di Parma, lo scudo cruciato e due guerrieri, uno con le gambe nude. I tifosi cremonesi hanno dimostrato di conoscere bene la storia della loro città, riportando alla luce un episodio curioso avvenuto tanti secoli fa che ha per protagonista, da un lato Uberto Pallavicino divenuto nel 1249 "signore perpetuo" di Cremona, con l'appoggio di Buoso da Dovara, uno dei maggiori esponenti dello schieramento ghibellino locale, e dall'altro l'odiata Parma, dove l'anno prima, nel 1248, i cremonesi avevano rimediato una cocente sconfitta. L'episodio, passato alla storia come la “battaglia del campo dei fagioli” è ricordato anche da Antonio Campi nella sua “Cremona Fedelissima” con queste parole: “Lo sdegno, che havevano conceputo i Cremonesi per la perdita del loro Carroccio, nella rotta ricevuta sotto Parma, haveva loro talmente infiammati gli animi contra i Parmegiani, che altro non bramavano, se non di poterne far aspra vendetta, la onde chiamarono al governo di Cremona, con titolo di Podestà Ubertino ò (come lo chiamano altri) Uberto Pallavicino Marchese, huomo in quei tempi potentissimo, & di grandissima riputatione, & quello, che di non poca importanza era, Favorito sopramodo da Federigo Imperatore. Ne fu si tosto il Pallavicino assonto a questo supremo grado, che ragunate le genti da guerra de Cremonesi, messe insieme un potente essercito, con quale incontanente sotto Parma se n'andò, sperando che per esservi grandissima carestia di vivere, fosse il popolo per tumultuare, & dargliela nelle mani. Ma i Parmegiani poste da parte le discordie, che fra di loro per le fattioni contrarie si trovavano, & prese l'armi di commune concordia, se ne uscirono col loro Carroccio animosamente contra i nemici. Non furono però corrispondenti le forze al loro ardire, percioche attaccatasi la battaglia, dopò l'haver sostenuto per spatio di più di cinque hore il valore de' nimici, finalmente non potendo più resistere, diediero à Cremonesi tanto più honorata vittoria, con quanto maggior sudore essi se l'acquistarono. Furono condotti à Cremona meglio di due milla de' nimici prigioni, insieme col loro Carroccio, il quale perche tutto di panno bianco era coperto Biancarda era chiamato; Fù il Carroccio tenuto per trofeo per molti anni da Cremonesi, & i prigioni spogliati con troppo vendichevole scherno delle brache, à casa vergognosamente furono rimandati; Sono restate queste brache fino à giorni nostri sopra le volte del Duomo, appese à muri. Non tacerò quello che affermano alcuni - aggiunge il Campi – l'usanza di far correre il Toro ogn'anno nel giorno dell'Assuntione di Maria Vergine, haver havuto origine in questo tempo, per memoria della sopradetta vittoria, per essere quell'animale insegna de Parmegiani. E durata questa usanza, ò più tosto abuso, sino all'anno MDLXXV nel quale anno essendo venuto in Cremona Carlo Borromeo Cardianle di Santa Chiesa, Arcivescovo di Milano, e Visitator Apostolico, per far la visita della chiesa Cremonese, fù per riverenza (mi credo) di tant'huomo intermessa, & lasciata del tutto”.
La gioia dei Cremonesi per la vittoria è spiegabile con il fatto di non aver mai digerito la precedente sconfitta maturata a Vittoria il 12 febbraio del 1248, al punto che in diecimila avrebbero giurato di non radersi più barba e capelli fino a quando l'onta subita non fosse stata vendicata. Tanto che i ghibellini cremonesi, dopo la vittoria del “campo dei fagioli” assunsero il soprannome di “barbarasi”, avendo potuto sciogliere il loro voto.
La battaglia di Vittoria, 1248
Vittoria era la città-accampamento costruita nell'estate del 1247 da Federico II tra Parma e Fidenza durante l'assedio di Parma, per trascorrervi i mesi invernali nell'attesa della capitolazione della città: nelle intenzioni dello Svevo, una volta rasa al suolo Parma, i suoi abitanti avrebbero dovuto confluire a Vittoria, il cui nome evocativo adombrava il destino di futura capitale imperiale. In quanto centro operativo dell'imperatore, Vittoria era stata prescelta come luogo di deposito dei fondi liquidi, del tesoro, compresa la corona, delle vesti imperiali, delle armi, delle salmerie, delle vettovaglie e della biblioteca imperiale. Al momento della sua caduta era ancora in costruzione, una città in fieri, ben più simile a un accampamento che a una struttura urbana, ma la sua perdita ebbe pesanti conseguenze dal punto di vista politico e simbolico. In aiuto di Parma assediata erano accorsi i veronesi e i piacentini, e Gregorio da Montelongo giunto da Milano, legato papale in Lombardia nel 1238 e capo carismatico della reazione antisveva. Montelongo, abilissimo stratega, era stato inviato da papa Gregorio IX ad organizzare le forze filopapali nell'Italia lombarda, e sostenne la città nei lunghi mesi dell'assedio e rivestì un ruolo di primo piano anche nello scontro risolutivo. Si trattò di un'operazione vasta e complessa, svoltasi su un fronte lungo una ventina di chilometri dal Po a Parma e scandita da scontri plurimi e fulminei fra le truppe di re Enzo di Svevia e le milizie parmensi e milanesi.

Come racconta Salimbene de Adam, il 18 febbraio 1248 Federico era lontano dal campo, impegnato in una battuta di caccia col falco dalle parti di Busseto, quando un gruppo di parmensi trascinò il grosso dell'esercito imperiale lontano dalla città con una falsa sortita. Nel frattempo, il resto delle truppe parmensi con donne, fanciulli, giovani, vecchi attaccò Vittoria, avendo ragione con relativa facilità dei difensori rimasti. La città-accampamento fu ridotta in macerie e il tesoro imperiale fu depredato. La corona fu rinvenuta fra le rovine dal popolano "Curtuspassus", venduta ai parmensi per 200 lire imperiali e portata nella cattedrale cittadina. Taddeo de Sessa, insigne giurista e stretto collaboratore di Federico, venne catturato, mutilato delle mani e condotto in carcere a Parma. I vincitori s'impadronirono anche del carroccio dei cremonesi, e Vittoria rimase, secondo le parole di Salimbene de Adam, "civitas que fuit et non est". Lo stesso Federico da lontano vide il fumo della città di Vittoria incendiata e dovette ritirarsi oltre il Po a Cremona, seguito fra gli altri anche dal Marchese Uberto Pallavicino. Federico, seppur duramente colpito dal punto di vista militare e politico, neutralizzò in parte le conseguenze della disfatta inviando le milizie imperiali verso il Passo della Cisa per garantirsi un libero transito in direzione della Toscana e di Roma. Bernardo Orlando Rossi, già responsabile di una congiura ordita contro l'imperatore e fra i capi dei fuorusciti parmensi, venne catturato e ucciso dalle forze imperiali. La sconfitta rese anche l'imperatore ancor più consapevole della necessità di risolvere una volta per tutte la situazione della Lombardia, senza contare che ebbe ripercussioni anche dal punto di vista economico: per rifarsi delle perdite subite, infatti, egli si vide costretto a imporre una tassa di guerra straordinaria in Sicilia dove il malcontento per il carico fiscale costituiva da tempo uno dei problemi maggiori per il governo imperiale.
Federico II di Svevia
La distruzione di Vittoria, inoltre, ebbe un'importante valenza simbolica e scosse significativamente il prestigio di Federico, andando a incidere in maniera forte sulla sua immagine, sui modi della sua percezione nella sensibilità collettiva, sulle interdizioni culturali e sui condizionamenti di ordine etico-politico che ne accompagnavano la persona e il ruolo. Basta ricordare gli episodi cremonesi citati da Jacopo d'Acqui e Salimbene da Adam. Nel primo un semplice popolano lo rimprovera dicendogli. “O imperatore, meritereste di essere decapitato, perchè avete abbandonato Vittoria per dedicarvi ai vostri svaghi preferiti”. Nell'altro un gobbo a Federico, che gli chiede quando aprirà la sua cassetta, cioè la gobba, risponde che non può aprirla perchè ha perso la chiave a Vittoria.
Nel 1249, riorganizzato l’esercito, Federico II ripassò il Po e mosse contro i Milanesi che con i Piacentini andavano a difendere Parma; lo scontro però non avvenne, Federico si recò a Pisa dove il 9 Maggio 1249 procedeva all’investitura del dominio Pallavicino in favore del Marchese Uberto. Nel diploma imperiale sono elencati i possessi del Pallavicino nelle Diocesi di Cremona (Busseto, Zibello, S. Croce, Ragazzola, Tolarolo, Polesine), Parma, Piacenza, Volterra. Caduto Re Enzo, figlio dell’imperatore, prigioniero dei Bolognesi, Federico si ritirò nel Regno di Napoli e nell’Ottobre 1250 da Foggia inviò al fedelissimo Uberto un altro diploma, con cui gli donava nuovi privilegi e Busseto col suo territorio si configurava come una Signoria svincolata da qualsiasi altra città della Lombardia: è forse questo il primo atto ufficiale della esistenza dello Stato Pallavicino. In quello stesso anno Uberto fu eletto Podestà di Cremona e, in forza di questo potere,rafforzò il castello di Busseto capitale della sua Marca. Nel frattempo Uberto il 18 Agosto 1250 si impadronì di Borgo San Donnino e poi continuò la sua marcia verso Parma, dove ingaggiò la micidiale battaglia così attesa dai cremonesi.
La Cronica di Salimbene de Adam tratteggia l'aspetto fisico del marchese in modo poco rispondente a quello che si ritiene proprio di un condottiero: precocemente invecchiato, gracile, cagionevole di salute, e per di più privo di un occhio che un gallo gli aveva strappato quando era ancora in culla. Quanto al carattere, era quello di persona assetata di potere e quindi disposta, per conseguire nuovi successi, a sacrificare anche chi aveva condiviso con lui tante esperienze; tuttavia capace di pensare in grande (dotato "magnifici cordis"), tale da suscitare un'indiscutibile ammirazione.

La Festa del Toro in un'incisione del Cipelli del 1572
La Festa del Toro, che il Campi fa risalire al ricordo della battaglia del “campo dei fagioli”, era preceduta dalla festa del Rigotto, che iniziava la mattina del 14 agosto quando la piazza si animava con una battaglia tra ragazzi che si lanciavano mele, pere, meloni ed angurie. Per tradizione i più poveri di essi chiedevano per quel giorno l'affitto delle aree della piazza ai venditori che normalmente le occupavano. Poi prendevano posto su dei banchi i 150 consiglieri del Comune, il podestà, il governatore ed il comandante delle milizie cittadine preceduti dal suono dei pifferai collocati sopra l'arengario. I brentadori innaffiavano allora la piazza mentre le statue di Berta e Baldesio, poste sotto la Bertazzola, venivano rivestite dai fornai con abiti in panno bianco e rosso, colori della città, mentre l'abito ed il cappello vecchio rigato con gli stessi colori (chiamato appunto Rigotto), dentro cui veniva nascosta una moneta da sei zecchini o fiorini, venivano gettati alla folla che ingaggiava una battaglia per aggiudicarseli. Questa festa cessò definitivamente nel 1773. Il giorno successivo, Festa dell'Assunta, tutti i rappresentanti delle categorie mercantili della città e del contado si trovavano in Duomo e, chiamati da un banditore, presentavano ai Fabbriceri offerte in cera e denaro. In piazza si teneva la caccia del toro, alla presenza dei magistrati cittadini ognuno accompagnato da quattro servitori: un toro coperto da una gualdrappa veniva condotto legato da dodici macellai, inseguito da cani a ragazzini. Poi veniva introdotta una barca tirata con carrucole, su cui salivano i marinai che con canne spruzzavano acqua sulla folla assiepata in piazza, mentre i mugnai gettavano farina.


venerdì 5 gennaio 2018

Il mio nome è Hume...David Hume

David Hume
Forse a Cremona, dove fervevano i preparativi per la visita del nuovo governatore dello Stato di Milano, il conte Ferdinando di Harrach con la moglie, che, appena fresco di nomina, tornava in città dopo pochi mesi dal primo passaggio nel settembre 1747, era sfuggita la presenza di quel grassoccio e pacifico nobiluomo scozzese. D'altronde erano anni che la città e le campagne erano percorse senza sosta da soldati spagnoli, francesi e austriaci che chiedevano in continuazione vitto, alloggio e denaro. E poi quel signore elegante dall'aspetto bonario, faceva di tutto per passare inosservato. Guardava, ascoltava e passava oltre. Guardava e scriveva, tanto. Si accompagnava ad un maturo militare inglese, il tenente generale James Saint Clair, responsabile delle forze militari britanniche in Fiandra, dove era stato inviato due anni prima, quando dalla corte di Vienna erano iniziati a soffiare altri venti di guerra. Era lui che aveva voluto con sé quel giovanotto, che di militaresco non aveva nulla, in una delicatissima missione, una vera a propria operazione di intelligence, destinata a restar sotto traccia. Una presenza talmente discreta che non venne mai notata dagli annalisti locali. Eppure quell'uomo mite, grassoccio e rubizzo, di lì a qualche anno avrebbe fatto molto parlare di sé. Quello strano tipo, che parlava un italiano fluente ed aristocratico con una marcata inflessione inglese, non era altri che David Hume. Il ricordo di quel passaggio a Cremona è raccolto nelle poche righe, acute ed essenziali, di una lettera inviata all'amico Montesquieu il 12 maggio 1748: “Ahimè, povera Italia! Il povero abitante muore di fame nel mezzo dell'abbondanza della Natura: e nella vigna carica arde per la sete. Le tasse sono qui esorbitanti oltre ogni limite”. Il tutto intervallato da un passo tratto dalle Egloghe di Virgilio, la sua grande passione: “Impius haec tam culta novalia miles habebit; Barbarus has segetes?”, cioè “Un veterano senza Dio possiederà questo terreno incolto, questi campi un barbaro?”. Non poteva esserci un'immagine più chiara per descrivere la disgraziata situazione in cui versava Cremona, paradigma di quella dell'intera pianura Padana, che il quel momento attraversava la sua crisi peggiore. Anche per Mantova, dove era stato solo qualche giorno prima, Hume osservava l'11 maggio: “Dirò solo che nulla può essere più singolarmente bello della pianura della Lombardia, né più mendicante e miserabile di questa città”.
Tra il 1745 e il 1748 Hume fu segretario particolare del generale James di Saint Clair, già luogotenente delle forze britanniche nelle Fiandre, presso le ambasciate segrete militari di Vienna e di Torino. “Allora vestii l’uniforme di ufficiale…e aiutante in campo” , osserva Hume nella sua autobiografia, racimolando una fortuna di 1000 sterline. Saint Clair lo aveva scelto, chiesto e ottenuto rifiutando un segretario che gli era stato assegnato dal ministero, il che significa che il filosofo godeva della massima fiducia del luogotenente. Hume accettò l’incarico soprattutto per il desiderio di fare nuove esperienze e conoscenze e anche per un obbligo di riconoscenza verso Saint Clair perché aveva già rifiutato in precedenza l’impiego offertogli dallo stesso nelle Fiandre. Dopo un viaggio attraverso l'Olanda e la Germania e un soggiorno a Vienna, il generale St. Clair partì da Vienna per Torino il 26 aprile 1748, passando per Trento, Milano, Mantova, dove giunse l'8 maggio, e Cremona. L'annuncio della firma dei preliminari di pace a Aix-la-Chapelle rese però praticamente inutile la missione di ambasceria; tuttavia, su richiesta del re di Sardegna, il generale St. Clair, con Hume e il seguito dell'ambasciata, si ferma a Torino fino alla fine di novembre. Del soggiorno di Hume a Torino rimangono poche notizie, più che altro aneddoti sul suo presunto innamoramento di una contessa e su alcuni disturbi fisici provocati dall'alimentazione. Hume continuò la carriera diplomatica anche in seguito perché tra il 1763 e il 1766 fu segretario del conte di Hertford, ambasciatore inglese in Francia e, per qualche mese, egli stesso ambasciatore supplente. Ancora fra il 1767 e il 1769 fu sottosegretario di stato del ministro per il dipartimento del Nord, generale Conway, nel governo di William Pitt il Vecchio. Ma il vecchio e bonario Hume pare non averne approfittato più di tanto.
Dal viaggio da Vienna a Torino al seguito di Saint Clair, che accompagnerà anche nell’attacco tentato alle coste della Francia, nascono le considerazioni di Hume sulla guerra e la sua posizione critica nei confronti dei conflitti, da cui emerge lo sguardo realista e a tratti ironico di Hume sulla “miserabile guerra. Questi scritti si collocano in una fase decisiva per lo sviluppo del suo pensiero politico e ci consegnano una figura inedita del filosofo come cultore dell’arte bellica, esperto di strategie militari, ufficiale amico di generali e ministri, osservatore acuto delle personalità dei sovrani e delle dinamiche internazionali.
Cremona nel XVIII secolo
Quando Hume arrivò a Cremona, la città usciva dall'incubo di una nuova guerra, che sembrava ancora realtà solo un anno prima, quando ad aprile erano già stati requisiti 170 carri con quattro cavalli ciascuno per le esigenze delle truppe, ed a giugno era stata applicata una nuova tassa di oltre quattro lire per finanziare altre imprese militari. Perciò quando il 18 ottobre 1748 arrivò la pace di Aquisgrana che riconosceva Maria Teresa come legittima erede di Carlo VI e al marito Francesco Stefano di Lorena il titolo imperiale e quello di Granduca di Toscana, la città tirò un sospiro di sollievo. La Lombardia avrebbe goduto di 48 anni ininterrotti di pace, dopo quasi mezzo secolo di ininterrotte operazioni belliche che avevano pesantemente falcidiato l'economia del territorio. Ancora a gennaio del 1746 era stata richiesta una nuova provvista di frumento per le truppe, una raccolta di carri per rifornire di sale il Piemonte, un nuovo rifornimento per la fortezza ed il campo di Pizzighettone, ed ancora una raccolta di muli per l'armata per paura della recrudescenza della peste bovina. Da quindici anni la provincia era percorsa in lungo e in largo dagli eserciti: prima da quelli coinvolti nella guerra di successione polacca, e poi in quella austriaca. Fin dal 1730 si era trasformata in una grande caserma: alla fine di luglio di quell'anno, infatti, le caserme rigurgitavano di armati e due compagnie vennero alloggiate nel convento di San Pietro, altre due in San Bartolomeo, S. Angelo e S. Domenico, in scuderie vennero trasformate S. Agostino e S. Vincenzo. Il convento di San Francesco fu adibito a magazzino di avena, orzo e spelta provenienti dalla Germania, la chiesa di S. Antonio del Fuoco diventò il magazzino della paglia e delle stoppie. A metà ottobre si annunciava l'arrivo di ben otto battaglioni ed ai primi di febbraio una grida del governatore Daun obbligava i cittadini a mettere a disposizione dell'esercito altri cavalli e carrozze per trasportare le truppe austriache a Casalmaggiore, Pizzighettone, Parma e Piacenza. Alla fine del dicembre 1733 l'esercito franco-piemontese aveva occupato la provincia con settemila cavalli, distribuiti in due gruppi lungo il Po e l'Oglio, da Casalmaggiore a Soncino, compreso Bozzolo. La provincia era al centro di tutte le operazioni militari rifornendo l'esercito confederato di fieno, biade, legna, paglia, olio candele, orzo, granaglie e via dicendo. La presenza di così tanti soldati faceva aumentare i casi di stupro e di adulterio, ma, osservava il cronista di questi fatti, il notaio Carlo Calvi, non tanto per le violenze subite quanto per i regali che i giovani francesi offrivano alle donne povere della città.
Durante il primo inverno di guerra, nei mesi di gennaio e febbraio 1734, Cremona ospitò 15.000 soldati, quasi trentamila la provincia, con 7000 cavalli. L'anno precedente l'abate dei canonici lateranensi aveva espresso la propria preoccupazione che i dirigenti degli ospedali francesi volessero convertire in ospedale la chiesa e la canonica di San Pietro, cosa che puntualmente avvenne, così come per le altre chiese di San Luca, San Francesco, San Geroldo, Sant'Angelo, S, Caterina della Incoronata, il Seminario, i palazzi Redenaschi e Pallavicini e San Domenico. La chiesa e il convento di S. Agostino, secondo quanto affermato dal priore Camia, avrebbero ospitato più di ventimila soldati francesi feriti e ammalati, di cui 17.000 sarebbero morti in tre anni. Gli agostiniani per ottenere il risarcimento dei danni subiti si rivolsero allora all'ambasciatore francese a Roma, attraverso il cardinale Fleury, il quale rispose che se il re Luigi avesse dovuto pagare tutti i danni provocati dalla guerra non sarebbe bastato tutto il suo patrimonio.
Maria Teresa d'Austria
Magazzini militari per la conservazione del fieno furono aperti nelle chiese di S. Antonio Abate e di San Carlo ed il magazzino del vino in S. Cristoforo. Alla fine del 1734 i soldati francesi alloggiati in città erano 12.000 ed in provincia, nei quartieri d'inverno, vi erano 31 battaglioni. Un memoriale dei deputati inviato alla Giunta di Governo ai primi di ottobre del 1735 bene descrive la situazione drammatica del cremonese, dove molti contribuenti che non erano riusciti a versare la loro quota di diaria, avevano ricevuto reiterate minacce di esecuzione, in quanto dopo essere stati spogliati di tutti quei generi da cui si poteva derivare denaro, non erano stati in grado di pagare la loro quota di tributi. Erano stati ridotti in miseria dai continui ordini di carri, buoi, alloggi per le truppe, spoglio di fieni, stoppie e dall'obbligo di acquistare fuori dal paese il fieno per l'esercito. La vendemmia, inoltre, era stata effettuata in buona parte dalle truppe prima del tempo, quando le uve non erano ancora mature. Mentre, non potendoli mantenere, gli animali erano stati spediti fuori Paese. A complicare ulteriormente le cose era sopravvenuta un'epidemia del bestiame, proveniente dal Veneto.
Per questo il 13 dicembre si era celebrato un triduo nella chiesa di S. Abbondio, con suppliche alla Vergine di Loreto e l'esposizione della santa Tavola nella chiesa di Sant'Agata, a cui si doveva offrire un peso di cera bianca. Da un bilancio consuntivo del 15 giugno 1736 in meno di tre anni, a partire dal novembre 1733, Cremona aveva fornito fieno, avena, legna, paglia, alloggiamenti ,stoppie, lettiere per cavalli, e subito danni per mobili, spese di spurgo agli ospedali, letti forniti agli ufficiali per 4.788,231 lire, e per la diaria lire 433.985 moneta di Milano. Nonostante tutto a luglio vennero richiesti nuovamente foraggi e legna, e ad agosto si ordinò di pagare lire 12.2.5 di Milano per ogni lira d'estimo, ed a settembre, appena entrate a Cremona le truppe imperiali, nuovamente di pagare la doppia diaria di 40.000 fiorini. I padroni erano cambiati, ma le tasse restavano le stesse.


L’opera forse più nota di Hume è il Trattato sulla natura umana (Londra 1739), ma che inizialmente non ebbe alcun successo. Esso rappresenta in filosofia una vera e propria svolta: Kant dirà che è stato Hume a risvegliarlo dal suo “sonno dogmatico”. Il sottotitolo del Trattato illustra bene le intenzioni di Hume: è “un tentativo di introdurre il metodo sperimentale di ragionamento negli argomenti morali”. In altri termini, Hume vuole fondare una scienza dell’uomo su basi sperimentali. 
Tutti i contenuti della mente umana non sono altro se non percezioni e si dividono in due classi, che Hume chiama impressioni ed idee. Le impressioni sono tutte le sensazioni, passioni, emozioni nell’atto in cui vediamo, sentiamo, amiamo, desideriamo ecc. Le immagini illanguidite e sbiadite di quelle impressioni sono invece le idee o pensieri. Ogni idea deriva per Hume dalle precedenti impressioni e non vi possono essere idee di cui non si sia avuta in precedenza l’impressione. Hume risolve così totalmente la realtà nel molteplice delle idee attuali e non ammette nulla al di là di esse. Egli tronca quindi di colpo il problema delle idee astratte e delle idee innate: noi non abbiamo idee se non dopo aver avuto delle impressioni; sono solo queste ultime ad essere originarie. Lo scetticismo sarà inevitabile, viste le premesse.  

mercoledì 13 dicembre 2017

Jacob, l'ultimo traduttore cremonese

Ebrei ashkenaziti
Cremona, nel Cinquecento, è stata sede, con Treviso, di una delle più grandi comunità di ebrei ashkenaziti in Europa. E proprio all'ombra del Torrazzo, verso la metà del secolo, nacque l'ultimo dei grandi traduttori, erede di una tradizione che affonda le proprie radici nel Medioevo. Si chiamava Jacob Alpron, o Halpron, ed è stato per tutta la vita uomo di grande cultura, correttore, pedagogo, tipografo e, soprattutto, traduttore in yiddish e in volgare. Alla sua figura ed al suo principale lavoro di traduzione di un trattato di particolare fortuna, Precetti per le donne hebree, un manuale scritto da rabbi Binyamin Slonik per guidare le lettrici nei loro compiti familiari e nella vita di coppia, è dedicato il libro di Pia Settimi “L'ultimo traduttore, Jacob Alpron tra yddish e italiano” (Ed. Il Prato, Padova, 2017). Ne esce il ritratto di una personalità straordinaria di intellettuale girovago, come molti altri stampatori ebrei del tempo, sempre alla ricerca di benefattori e di protezione per sbarcare per lo più il lunario come precettori in case facoltose. Sponsor di Alpron furono quasi sempre matrone ebree, donne energiche e di discreta cultura, cui spettava un ruolo da protagoniste nella gestione della vita domestica. A una di queste, una certa Bona, figlia di Emanuele Cuzzeri, Alpron dedica l’editio princeps, apparsa nel 1616, della propria versione, dall’yiddish in italiano, di un manuale che guidi le lettrici nei loro compiti familiari e nella vita di coppia. Nella seconda metà del Cinquecento, Alpron aveva spesso tradotto dall’ebraico in yiddish. Ai primi del Seicento, il nostro erudito girovago passa invece dall’yiddish al volgare, in risposta alle mutate condizioni linguistiche, dove il dialetto giudeo-tedesco degli ebrei immigrati in Italia settentrionale lascia il posto alla lingua nazionale, l'italiano. Gli ebrei di origine tedesca erano sparsi in tutta la pianura padana, ma erano particolarmente concentrati a Treviso e a Cremona. La stessa famiglia di Jacob proveniva con ogni probabilità da Praga. L'yiddish era loro lingua che, tra Quattro e Cinquecento, attecchisce tra le comunità ebraiche dell’Italia settentrionale grazie sopratutto alla tipografia ebraica che nel XVI secolo vive la propria epoca d'oro. È una produzione minore e popolareggiante, rivolta innanzitutto alle donne, che non sono in grado, per mancanza d’istruzione, di affrontare i grandi tomi rabbinici. Fino a quando agli inizi del Seicento un tipografo ebreo decideva di dedicare una parte consistente della sua produzione alla letteratura in volgare diretta al pubblico dei suoi correligionari. Era questi Jacob (Giacomo) Katz da Castellazzo, un polacco proveniente da Cracovia, conosciuto come il Soresina. Impiegato come correttore di testi ebraici nella stamperia di Giovanni De Gara a Venezia, qualche anno dopo si era messo in proprio e, grazie all’esperta consulenza di Leon da Modena, di cui pubblicava alcune delle opere più importanti, faceva uscire dai suoi torchi una scelta di significativi testi ebraici in traduzione volgare. L’opera più importante e controversa, uscita dalla stamperia di Soresina, era un manuale di ritualistica, rivolto alle donne ebree delle comunità dell’Italia settentrionale.
Mercanti ebrei in una miniatura
Si trattava di una traduzione ampliata e adattata di un’opera originalmente pubblicata in yiddish dal rabbino lituano Beniamin da Grodno, intesa a rendere edotte le donne sulle norme rituali che erano richieste di osservare. Il traduttore in volgare toscano era il rabbino Jacob Alpron, che, dopo essere transitato a Villafranca d'Asti, dove è documentato nel 1565, ed a Riva di Trento, approdato a Padova, apponeva numerose aggiunte per rendere il testo confacente alle esigenze del pubblico ebraico italiano (Mizwot nashim melammedah [...]. Precetti da esser imparati dalle Donne Hebree [...] composto per Rabbì Biniamin d’Harodono in lingua tedesca, tradotto ora di nuovo dalla detta lingua nella Volgare,Venezia 1616).
Era il primo libro di ritualistica che non veniva stampato in ebraico ma in italiano, e costituiva una vera e propria rivoluzione nel campo della letteratura ebraica, destinata agli ebrei della penisola. I
Precetti godettero di un prevedibile successo e venero ristampati a Padova nel 1625 e a Venezia nel 1652 e nel 1710. Poi nel 1732 la Chiesa di Roma li mise all’indice e ne vietò la pubblicazione, forse perché non vedeva di buon occhio che un testo di ritualistica ebraica si trovasse alla portata anche di un pubblico di lettori cristiani, che avrebbero potuto risultarne contaminati. Il domenicano Antonino Teoli, predicatore agli ebrei del ghetto di Roma, incaricato dalla Congregazione del Sant’Uffizio di redigere un dettagliato rapporto sui Precetti era giunto alla conclusione che si dovesse proibire quel testo perché conteneva sconcezze e oscenità, che avrebbero turbato i lettori cristiani, soprattutto i giovani e i più sprovveduti. Il tema delle tradizioni rituali ebraiche, che a dire degli inquisitori «erano esse quasi tanti fiumi derivati dal velenoso mare talmudico», esercitava un fascino irresistibile per i cristiani, che conoscevano poco e male il giudaismo rabbinico, verso il quale provavano in cuor loro sentimenti ambivalenti, di attrazione e di repulsione. D'altra parte la leadership religiosa ebraica era refrattaria a rendere pubblici in una lingua accessibile a tutti i riti giudaici nelle loro forme e con le loro giustificazioni nel legittimo timore che, interpretati con malizia e tendenziosità, avrebbero potuto essere fonte di nuove discriminazioni e persecuzioni. In questo, se pur con motivazioni diverse e talvolta diametralmente opposte, preti e rabbini andavano paradossalmente d'accordo. 

Antico calendario ebraico
L'ambiente in cui nasce Jacob Alpron era culturalmente molto vivo. Durante la dominazione spagnola la colonia cremonese era divenuta la più numerosa ed influente dell'ebraismo lombardo. Al momento della definitiva espulsione degli ebrei dallo Stato di Milano nel giugno del 1597 a Cremona erano presenti 37 nuclei familiari, per un totale di circa 220 persone, ma qualche anno prima, nel 1590, le presenze erano arrivate ad essere 456. Nel 1576 la popolazione si concentrava soprattutto in tre zone cittadine: S. Lucia, S. Bartolomeo, S. Sofia, S. Nicola alle spalle del palazzo del Comune; S. Elena, S. Margherita, S. Leonardo, S. Agata lungo la strada per Milano; S. Vito, S. Prospero, Mercatello, S. Tommaso, S. Ippolito sul fianco del duomo, verso la porta per Venezia. A Cremona, a differenza delle altre città, non venne mai attuato per difficoltà di realizzazione il progetto della segregazione in un ghetto, individuato nella contrada “Prato del vescovo” che dal fianco del duomo giungeva a Santa Maria in Betlem. Le attività prevalenti erano quella feneratizia, con tassi di interesse oscillanti dal 20 fino al 40%, il commercio dell'usato, l'oreficeria e soprattutto la stampa.
Sappiamo che a Cremona venne copiato un libro di preghiere già nel 1479 e, sempre nella seconda metà del XV secolo, un libro di preghiere per le feste. Risale poi al 1480 la copia del Commento di Gersonide al Pentateuco, mentre un Pentateuco era stato copiato nel 1474. Nel 1550 il celebre copista Meir da Padova copiò qui dei rotoli della Legge per Josef Norlenghi. Nella seconda metà del XVI secolo ebbe luogo anche l'episodio del Kherem, cioè la scomunica, proclamata dai rabbini di diverse città italiane, convenuti a Cremona, contro il Me'or Einajim di Azariah de' Rossi, accusato di esprimere teorie in contrasto con la tradizione, in particolare riguardo alle aggadot (insegnamenti) talmudiche e midrashiche e riguardo alle pretese della cronologia di risalire all'epoca della creazione del mondo. Il testo del Kherem fu approvato dal rabbino Avraham Menachem Porto-Cohen (Katz) e sottoscritto da Shaul Refael Carmini, rappresentante degli ebrei del Ducato, entrambi cremonesi.
L'attività tipografica per cui Cremona divenne famosa è legata alla pubblicazione di svariate opere ebraiche, stampate nella tipografia di Vincenzo Conti, prima, e, poi, di Cristoforo Draconi, entrambi cristiani, che, con la loro produzione, soppiantarono per qualche anno il primato di Venezia.
Vincenzo Conti era stato già attivo nel campo tipografico proprio a Venezia da cui si trasferì a Cremona, dove ottenne il permesso di stampare in latino nel 1555 e, l'anno seguente, iniziò a stampare testi ebraici, dietro invito degli israeliti locali, cui era vietato l'esercizio dell'attività tipografica.
La produzione del Conti si estese per un arco di 11 anni (1556–1567), suddividendosi in due periodi: dal 1556 al 1561 e dal 1565 al 1567. A differenza di quanto era in uso, Conti si servì di caratteri tipografici nuovi e di svariate decorazioni per i frontespizi. Dal 1560–61 sino al 1565 l'attività tipografica cremonese fu interrotta a causa della disputa sul Talmud che si era conclusa con il rogo del 1559, in cui furono bruciati anche numerosi esemplari della tipografia del Conti. Era accaduto che nel 1559, a seguito di una violenta predicazione quaresimale, l'Inquisitore Giovanni Battista Clarino aveva ordinato di consegnare entro poche ore, sotto pena pecuniaria, tutti i libri proibiti, Talmud in primis: in seguito alle accorate proteste ebraiche presso il sovrano Filippo II, il governatore dello Stato di Milano Cristoforo Madruzzo, pur ordinando la restituzione dei libri sequestrati agli ebrei, non vi incluse il Talmud, mentre gli Inquisitori cercarono di sottrarre la questione all'intervento dell'autorità laica, mandando al rogo oltre 10.000 libri[
La prima opera stampata dal Conti fu Ammudei Golah di Isaac ben Josef di Corbeil, che uscì grazie alla collaborazione di Samuel Boehm e Shmuel Zanvil Pescarol (Pescarolo): quest'ultimo, oltre ad aver collaborato alla stampa di diverse altre opere in cui, tuttavia, secondo l'uso del tempo, non sempre il suo nome figurava, era correttore di stampa e responsabile della censura secondo le regole imposte dall'Inquisizione. Quanto a Boehm, prima di essere attivo a Cremona, era stato noto correttore di stampa a Venezia.
Il rabbino Meir Heilpron, anch'egli di provenienza veneziana, fu attivo nella stampa di opere ebraiche a Cremona e, poi, a Mantova, mentre il rabbino Hajim Gattegno fu coinvolto nell'edizione dello Zohar, che è l'opera più famosa legata alla tipografia del Conti, uscita nel 1559. La stampa di opere in yiddish si deve, invece, a Leib Bress, rabbino di provenienza tedesca, ma legati all'attività tipografica furono anche il rabbino Abraham Pescarol (Pescarolo) e il rabbino David Norlenghi.
Vincenzo Conti dal 1558 al 1567 continuò a stampare libri ebraici censurati dall'Inquisizione, servendosi, però, della tipografia di Riva di Trento, fondata da un altro ebreo cremonese, il medico Jacob Marcaria, che vi si era trasferito nel 1557, dopo che a Cremona era stato membro del tribunale rabbinico, presieduto da Yosef Ottolenghi, in seguito alla pubblicazione della bolla di Paolo IV Cum nimis absurdum, che vietava ai medici ebrei di curare pazienti cristiani.
A Cremona Conti ultimò la stampa del Mahzor tedesco, iniziata a Sabbioneta (nel Ducato di Mantova), nel 1556, da Tobia Foa, presso cui il Conti aveva fatto il suo apprendistato, e, di converso, a Sabbioneta, venivano terminate opere cominciate a Cremona.
Dopo la morte del Conti, nel 1569 o nel 1570, l'attività tipografica fu ripresa da Cristoforo Draconi che stampò, nel 1576, l'opera Josef Lekah di Eliezer Ashkenazi, giovandosi dell'aiuto di Solomon Bueno.
Contratto matrimoniale ebraico
Tra le figure di spicco nell'editoria ebraica dell'epoca vi è anche il rabbino Josef Ottolenghi (Ottolengo), d'origine tedesca, residente a Venezia, che si trasferì a Cremona, in virtù della libertà di studio e di stampa che vi regnava, in contrasto con quanto accadeva altrove in Italia, e vi aprì una yeshivah, dando grande impulso agli studi e promuovendo l'afflusso di molti studenti forestieri. La sua opera in favore dell'incremento degli studi ebraici si ritrova menzionata con grande rilievo nella ben nota cronaca di Josef ha-Cohen, Emeq ha-Bakhah, in cui si attribuisce il rogo del Talmud del 1559 alla controversia tra l'Ottolenghi e il suo concorrente Joshua de' Cantori che, a quanto si evince da una serie di indizi, non avrebbe avuto competenza sufficiente per curare adeguatamente l’attività editoriale, praticata, peraltro, principalmente a scopo di lucro.
Legato alla disputa sul Talmud fu anche il gesuita Vittorio Eliano, d'origine ebraica, nipote del noto grammatico Elia Levita Ashkenazi, che soggiornò a Cremona come inviato dell'Inquisizione e fu attivo come censore, della cui assistenza professionale si servì, per la sua attività di stampa di manoscritti, Joshua de' Cantori.
Il vicario dell'Inquisizione inviato a remona., fra Sisto da Siena, ebraista, assistette al rogo di 12.000 codici talmudici, di mille copie del Commento della Torah di Menachem da Recanati e di 10.000 scritti di attinenza talmudica, salvando, tuttavia, 2.000 esemplari dello Zohar che giacevano nella tipografia del Conti.
Alcuni dei rabbini coinvolti nell'attività tipografica furono anche autori di opere stampate e manoscritte in particolare Josef Ottolenghi, Abraham Pescarol e David Norlenghi). Il noto Eliezer Ashkenazi (Lazzaro Tedeschi), che fu anche rabbino a Cremona. per un breve periodo, fu autore di alcune opere manoscritte, come Menachem Coen-Porto.

Antonio Campi si servì dell'incisore ebreo David da Lodi per la pianta della città di Cremona, pubblicata nel suo libro Cremona fedelissima città, del 1585