martedì 3 aprile 2018

La Grande Guerra raccontata ai bambini

In guerra muoiono così i poveri come i ricchi. La carestia, conseguenza della guerra, è sentita specialmente dai poveri. Ma anche i ricchi soffrono molti danni che derivano dalla guerra. E' perciò impossibile che la guerra l'abbiano voluta i ricchi”. Era il marzo del 1918, l'esercito tedesco aveva scatenato l'offensiva di primavera sul fronte occidentale, mentre su quello italiano, dopo il grande sforzo militare e logistico di Caporetto, che non aveva prodotto un completo crollo dell'esercito italiano, gli austriaci erano ridotti allo stremo. Per far fronte alla riorganizzazione dell'esercito italiano, i ranghi imperiali erano stati rimpolpati con reclute diciassettenni e veterani, ma scarseggiavano le armi ed il cibo e la propaganda degli alleati aveva finito con lo sfiancare anche l'ostinata pervicacia degli austroungarici. Proprio in quei giorni, in attesa dell'attacco finale sul Grappa e alle foci del Piave, agli italiani veniva richiesto un ultimo sforzo. Non solo ai soldati al fronte, ma anche alle donne ed ai bambini rimasti nelle città e nei villaggi. Tutti potevano e dovevano essere utili alla patria. Anche la scuola durante la Grande Guerra si trasformò in una macchina per il sostegno patriottico. A cambiare furono in particolare le materie che, dopo un'attenta revisione, proposero programmi pedagogici legati al tema del conflitto e discussioni legate all'attualità. L'obiettivo era far capire anche ai bambini cosa fossero la Patria, la guerra per Trento e Trieste, l'eroismo militare e farli familiarizzare anche con gli aspetti più tragici della guerra come le violenze quotidiane e la morte.
L'opuscolo stampato a Cremona nel 1918
(Museo del Risorgimento di Bologna)

Fu così che proprio nel marzo di cent'anni fa, per iniziativa del Segretariato Provinciale di Cremona delle Opere federate d'assistenza e Propaganda Nazionale venne pubblicato un opuscolo “Pro resistenza interna. Dettati per le scuole elementari” dove i dettati, divisi per classi 2a e 3a, 4a, 5a, 6a affrontavano i temi della crudeltà del nemico, dell’impegno alla resistenza interna da parte della popolazione, delle misere condizioni di vita dei profughi delle terre invase, degli eroi italiani (da Dante a Garibaldi) e non mancavano per le ultimi classi, lettere di figli ai padri in guerra, in cui i bambini raccontavano i loro sacrifici per aiutare la mamma e il loro impegno per la vittoria dell’Italia.
La necessità di avvicinare la scuola e la trincea finiva con il coinvolgere tutte le materie di insegnamento: per la lingua italiana erano previste letture di giornali e periodici che narravano episodi della guerra, l’esame e la descrizione di vignette, quadri, cartoline illustrate rappresentanti i più significativi momenti ed episodi di guerra e specialmente atti d'eroismo del nostro esercito; per la geografia si proponevano tra l’altro, la configurazione del Carso e l’elenco dei comuni conquistati, ed i problemi logistici che affrontava in questo senso l'esercito italiano. Snel programma di scienze venne dato grande spazio alle novità tecnologiche in campo militare. I bambini scoprivano così le armi utilizzate al fronte, gli esplosivi, la crudeltà dei gas asfissianti, gli affascinanti aeroplani. Non mancavano poi riferimenti alle tecniche di costruzione delle trincee, dei camminamenti, dei reticolati e l'organizzazione delle retrovie. Infine, venne suggerito agli insegnanti di educazione fisica di sostituire le ore di ginnastica e sport con visite agli ospedali militari, alle fabbriche riconvertite alla produzione militare e ai campi di prigionia
Gli insegnanti avevano anche il compito di sorvegliare e segnalare i casi di bambini che si dimostrassero poco inclini a sostenere la guerra e lo sforzo patriottico. Antonio Gibelli ("La Grande Guerra degli italiani", BUR, Milano, 2009, p. 235), racconta ad esempio di una bambina che in un tema, scrisse: "Chi fa la guerra sono tutti poveretti perché di signori non ce n'erano lì in terra" riportando delle considerazioni sentite dal padre, ricoverato in un ospedale dopo essere stato ferito al fronte. La maestra, dopo aver chiesto dove avesse sentito queste cose, strappò il compito e diede un ceffone alla piccola. Nulla doveva turbare il crescente patriottismo dei bambini. 
Non a caso l'opuscolo cremonese si apre con il testo che abbiamo riportato all'inizio. E' un dettato per bambini di 2ª e 3ª elementare. Altri affrontavano il tema del nemico tedesco. Infatti fino alla fine del XIX secolo, i bambini erano stati poco considerati all'interno delle società e del nascente mercato di massa. Al contrario, all'inizio del Novecento iniziarono ad essere visti come dei potenziali lettori e consumatori di beni, nella consapevolezza che la loro nazionalizzazione avrebbe costituito per molti versi la premessa all’opera di statalizzazione dell’infanzia condotta successivamente dal fascismo. “I Tedeschi. Recita un altro dettato – si credono destinati da Dio a governare il mondo e perciò fanno la guerra per dominare tutti gli altri popoli. Siccome poi la Germania è molto popolata e possiede tanto ferro e tanto carbone, così con la prepotenza, cerca, fuori dai suoi confini, nuove terre per dare sfogo alle sue produzioni. Per queste ragioni la Germania fa la guerra con grave danno di tutti gli altri Stati”. Come i soldati al fronte, anche ai bambini si chiedeva obbedienza, senza la pretesa di sapere i perchè ed i per come della guerra. Un dettato per la 2ª e 3ª: “Noi fanciulli non dobbiamo prestar fede ai cattivi e agli ignorante che vogliono i tedeschi in Italia. Dobbiamo ascoltare le parole dei nostri maestri e ripetere in casa e fuori che questa guerra è stata voluta dalla Germania, la quale mira a diventare a ogni costo la padrona del mondo”. Ed ancora un richiamo nazionalista: “Gli uomini più grandi del mondo sono: gli scienziati Archimede, Galileo, Volta e Marconi; il poeta Dante Alighieri; lo scopritore Cristoforo Colombo; i pittori Raffaello, Tiziano e Michelangelo; i musicisti Rossini e Verdi; i condottieri Giulio Cesare, Napoleone e Garibaldi. Questi grandi sono nati in Italia e, per essi, tutti gli uomini ebbero la civiltà ed il progresso. Gli italiani non lo devono dimenticare; gli italiani hanno diritto, come ogni altro popolo, di avere la propria libertà, perchè la propria civiltà continui a trionfare”.
Foto del Museo dell'Educazione-Università di Padova
Se la condizione dei bambini nel periodo di guerra mutava in relazione alla loro appartenenza sociale, è comunque possibile rilevare alcuni elementi che accomunavano le esperienze dei più piccoli. A partire dalla diffusione dell'ideologia della parsimonia e dei sacrifici che divenne un imperativo economico e morale che riguardava tutti i cittadini, indistintamente, inclusi i più piccoli. Nei giornalini a loro destinati, nelle cartoline illustrate, nei manifesti murali, i bambini diventavano destinatari di ammonimenti precisi: non consumare troppo le scarpe saltando alla corda, non sprecare carta facendo macchie sui fogli, consumare solo lo stretto necessario per l'alimentazione, magari rinunciando allo zucchero che scarseggiava. Ai più piccoli si consigliava questo dettato: “La carestia, conseguenza della guerra, comincia a farsi sentire. È dovere di tutti sopportare le privazioni di questi difficili momenti senza lamento alcuno, serenamente e silenziosamente. Tutto ciò che risparmieremo nelle nostre case tornerà a beneficio dei soldati che, altrimenti, ai gravi disagi della trincea dovrebbero aggiungere anche quello più grave della fame”. Ed ancora: “I nostri bravi soldati resistono, combattono da leoni, perhè il crudele nemico non avanzi, Essi vogliono vincere e vinceranno. Ma alla volontà loro la nostra si aggiunga forte, risoluta. Il ricco, il povero, il letterato, l'operaio, il sacerdote, si uniscano fraternamente in un solo pensiero: la vittoria. Grandi e piccoli, uomini e donne con animo virile sopportino dolori e privazioni. Bisogna resistere, bisogna vincere”. Un dettato per i più grandicelli ammoniva: “E' tempo di sacrifici, fanciulli miei, delle generose rinuncie, che ognuno impone a sé stesso, sull'unica legge del cuore, quando la Patria è nel pericolo e nel dolore. L'aula è poco riscaldata: ebbene, ci riscalderemo noi con la ginnastica che fa l'animo lieto e rinvigorisce il corpo; occorre tanto legno lassù per nuove trincee; nessuno qui senta il freddo. Il pane è oscuro: ma ai nostri prodi combattenti non mancheranno le buone pagnotte; nessuno si lagni. Gli abitini sono un po' logori, ma di grigio verdi ce ne saran sempre di nuovi; non pensiamo a inutili capricci. E non più leccornie, non più cinematografi, non più sollazzi, finchè lo straniero calpesti il suolo d'Italia”. Un altro dettato cerca di giustificare la mancanza di derrate alimentari. mettendo all'indice i disfattisti: “Alcuni dicono ancora oggi: «Si poteva restare neutrali e non vi sarebbe stata carestia». Ebbene guardiamo le azioni neutrali p.e. la Svizzera e la Spagna. Esse sono in condizioni quasi peggiori di noi per quantità di generi alimentari. Ciò perchè gli Stati in guerra han proibito l'esportazione di molti generi e han rincarato tutto. I neutrali, per aver ciò che loro manca, devono pagarlo ad altissimo prezzo. E' aumentato anche incredibilmente il costo dei trasporti di merci, per i danni dei sottomarini. I negozianti nei paesi neutrali hanno comperato ad ogni prezzo i viveri, per rivenderli ai paesi belligeranti, e tutto questo ha portato la carestia anche ai neutrali, carestia forse più grave di quella che sentiamo noi”.
Disegni di un bambino (Museo dell'Educazione-Università di Padova)
Non mancavano parole anche per le martoriate popolazioni che si trovarono nei territori invasi dalle truppe austriache e tedesche all’indomani di Caporetto; qui i bambini e le bambine conobbero anche la paura e la fame, la prepotenza degli uomini in armi, il precoce contatto con la violenza e con la morte. Inoltre i bisogni della popolazione finirono in se- condo piano rispetto alle priorità dell’esercito occupante: i generi alimentari destinati ai civili vennero drasticamente razionati; le produzioni manifatturiere e agricole vennero requisite e si procedette allo smantellamento di ciò che ri- maneva dell’apparato produttivo; foraggi, animali, derrate alimentari e persino suppellettili domestiche e biancheria dovettero essere consegnate. “Abbi pietà di tutti gli infelici; ma, oggi, il tuo cuore sia specialmente rivolto ai profughi delle terre invase: ai miseri che abbandonarono la casa, le cose più care, per isfuggire alla cattiveria del nemico, per essere liberi e Italiani. Per loro risparmia il soldino destinato alla gola”.

La necessità di fornire un sostegno patriottico ai soldati impegnati al fronte, vede in prima linea anche i bambini. Il nostro opuscolo si conclude con l'indicazioni di due dettati dal forte contenuto emotivo: “Scrivete al vostro babbo, suggerite alla mamma, che con voi gli scriva: ditegli che lo vedete con gli occhi del cuore e della mente, e ve lo figurate attento e fiero, pronto all'attacco per la vittoria nostra, per la sconfitta di quel nemico che mira con ansia feroce a rendersi padrone delle nostre case, delle nostre belle campagne, delle nostre industri città, che vuol calpestare le tombe dei nostri avi che l'avevano scacciato, che vuol soffocare in noi ogni palpito di libertà, che vuol renderci schiavi una seconda volta”. Ed infine: “Questo grido: La Patria è in pericolo! Questo grido che vuole chiamare in soccorso tutte le forze di tutti gli italiani, viene persino dalle madri, che hanno già perduto un figlio e che scrivono all'altro che è in trincea: «Figlio mio, fai il tuo dovere; combatti e vendica il fratello ucciso; combatti e sii degno della libertà che vogliamo, della giustizia che dobbiamo amare!» Vi sarà ancora oggi un insensato che osi dire: «Ben vengano i Tedeschi!»? Ricordatevi: Tedesco significa bastone, catene, forza, miseria, avvilimento, distruzione di tutto ciò che è bello, santo, di tutto ciò che amiamo. Di tutto ciò che è nostro”. La guerra non risparmiava nessuno, tutti venivano chiamati. Anche i bambini.

martedì 27 marzo 2018

Quando le case erano chiuse

Casa di tolleranza negli anni Venti
Il 20 febbraio 1958, sessant'anni fa, il Parlamento approvò la legge n.75, più nota con il nome della sua creatrice, la senatrice socialista Lina Merlin. La legge aboliva la regolamentazione della prostituzione in Italia e, di conseguenza, portava alla chiusura delle “case chiuse”, che avvenne nel giro dei sei mesi successivi, il 20 settembre 1958. L’intento era quello di contrastare lo sfruttamento delle prostitute. L’iter della legge Merlin era stato molto lungo (la prima bozza risaliva al 1948) e contrastato: la proposta creava, infatti, una spaccatura trasversale nell’opinione pubblica italiana. Fra gli oppositori, Indro Montanelli pubblicò nel 1956 un pamphlet polemico intitolato “Addio, Wanda!”, che, in un certo senso, rispondeva al libro pubblicato l’anno precedente da Carla Voltolina, moglie del futuro Presidente Pertini, e dalla stessa Lina Merlin, intitolato “Lettere dalle case chiuse”, che raccoglieva 70 lettere ricevute dalle ragazze delle case di tolleranza e dal personale di servizio. Alcune favorevoli, altre contrarie alla chiusura. La senatrice Angelina Merlin, detta Lina, era stata maestra elementare della provincia di Padova, classe 1887, partigiana.
Durante il periodo fascista Angelina era stata spedita al confino in Sardegna perché aveva rifiutato di aderire al regime. Dopo la proclamazione della Repubblica, è stata l'unica donna nella prima legislatura repubblicana, eletta con il partito socialista. Si racconta che quando la sua discussa proposta di legge arrivò in Parlamento Lina invitò Pietro Nenni ad ordinare al partito di votare a favore. «Altrimenti – disse – farò i nomi dei compagni che sono proprietari di casini». E lui: «Dio mio, Lina, e come faccio ad avvertirli tutti?».
Dal 1958 ad oggi, il tema della prostituzione continua a rimanere al centro del dibattito politico e innumerevoli sono state le proposte, anche recentemente, di variazione e di revisione della legge n.75. Al momento dell'approvazione della legge le "case chiuse" erano 560 e ospitavano circa 2.700 prostitute.
Quando, con l'applicazione della legge Merlin, il 20 settembre 1958 vennero chiusi i bordelli, a Cremona erano presenti una settantina di prostituite distribuite in sette case di tolleranza. Bordelli esistevano però anche a Crema, in via Vico Sala 9 e a Casalmaggiore, in via Centauro 23. Le case chiuse cremonesi erano in via Bardellona, in via De Stauris, in via dei Dossi, in via Cavitelli, in via Fogarole e in via Castore Polluce. I peggiori lupanari si trovavano in via Bardellona, all’angolo con via Aselli, e in via Vacchina, una laterale di via Bissolati. Il “Vacchina” era uno dei noti casini che esistevano nella zona di porta Po, l’altro era in vicolo Dei Dossi. Il “Vacchina” era diretto dalla signora Maria, una corpulenta matrona sulla cinquantina dalle labbra rosso corallo. Anche l’altro bordello di via Dei Dossi era abbastanza declassato. Il tenutario era chiamato “el padròon de le vache” e disponeva di un nugolo di scugnizzi che durante la presenza delle truppe americane in città, andavano alla ricerca dei “boys” da portare al casino. Ed in cambio, quale ricompensa, ricevevano la possibilità di dare una sbirciatina a qualcuna delle signorine del casino, quando riuscivano a racimolare almeno quattro clienti. In via Bardellona i casini erano due: il primo era situato verso la curva di via Aselli, il secondo un po’ più all’interno. Quello verso via Aselli era squallidissimo e frequentato da nugoli di militari. Le prostitute vestivano sottovesti nere lerce, mentre i clienti aspettavano il loro turno su panche in legno in condizioni peggiori di quelle delle stazioni ferroviarie. Il secondo bordello di via Bardellona era invece un po’ più dignitoso: la tenutaria si chiamava Carlina, era un donnone con un grembiule nero che inforcava occhiali cerchiati in metallo che la facevano sembrare più un’oblata che una maitresse. Il personaggio più noto del mondo del piacere nostrano era però la Egle, tenutaria del casino di via Fogarole. Tarchiata, dai capelli giallo polenta, la voce rauca per le molte sigarette. Un giorno nei pressi del suo bordello avvenne un fatto di sangue: uno spazzino uccise l’amante a colpi di pistola. Quando fu celebrato il processo la Egle venne chiamata in qualità di testimone e i cremonesi che affollavano l’aula per il clamore suscitato dall’omicidio passionale, manifestarono un certo imbarazzo non sapendo se salutarla o meno. Un altro noto casino era il “Belfiore” di via Cavitelli, molto trascurato: la casa era buia, i divani su cui sedevano i clienti in attesa erano ormai sfondati con le molle che uscivano dal fondo, ma il bordello era frequentatissimo per la bellezza di alcune delle ragazze che periodicamente vi lavoravano. Il bordello più elegante era in ogni caso il Polluce di via Castore Polluce, una laterale di via Milazzo, nei pressi della chiesa protestante. Era il ritrovo più caro di Cremona, dove ogni consumazione superava di 150 lire le tariffe fissate per le altre case di tolleranza cremonesi. L’interno era grazioso e l’arredamento di buongusto. La tenutaria era una certa Mimma, milanese, esile, intelligente, di buona cultura, che contrastava con la portinaia, un donnone di 120 chili che incuteva terrore. Il Polluce era frequentato dalla Cremona “bene” e vi si usava il “libero”: in buona sostanza il cliente di rispetto aveva facoltà di scegliere la ragazza da solo. Per quanto riguarda l’origine, le ragazze che esercitavano a Cremona erano principalmente venete. Vi erano anche alcune milanesi, qualche meridionale e molte emiliane.
Le case di tolleranza cremonesi furono anche spesso al centro di episodi di cronaca nera, a causa dei loro frequentatori. Non erano rari i sequestri di armi e di droga, soprattutto cocaina. Per questo motivo, ad esempio, fu chiusa nel novembre 1928 la casa di tolleranza di via Villa Glori 14 e la sua tenutaria Annita Bellotto condannata a sette mesi di carcere e 3500 lire di multa. Ad altri sei mesi di carcere e mille lire di ammenda fu condannato nell'aprile 1929 un certo Emilio Medica per aver mantenuto aperto un bordello non autorizzato. Altre volte le condanne riguardavano l'adescamento all'esterno della casa, come nel caso di due prostitute che sostavano davanti all'ingresso di vicolo Traverso 10 “richiamando in tal modo l'attenzione dei passanti”, e della tenutaria del bordello, che si presero un mese di carcere sempre nel giugno del 1929. Nel giugno del 1951 venne arrestato un giovane macellaio per aver colpito al volto una ragazza di una “casa chiusa” rompendole il setto nasale.

In epoca storica la presenza di case di tolleranza organizzate è documentata fin dal XIV secolo, come ha dimostrato la giovane studiosa Barbara Venturini nella sua tesi di laurea “La prostituzione a Cremona nella prima età moderna” presentata presso l'università degli studi di Pavia nell'anno accademico 2009/2010. La normativa del Trecento prevedeva l'allontanamento delle meretrici dalla Cattedrale, dove probabilmente si recavano per adescare clienti, dalle maggiori piazze e dalle vie, dove era loro proibito di transitare durante il giorno. Le prostitute erano, quindi, obbligate a risiedere all'interno del postribolo, dal quale non potevano allontanarsi per più di dodici metri.
Un'ulteriore norma prevedeva la presenza di un postribolo solo all'interno dei confini della piazza, forse spiegabile con il mutato atteggiamento dei governi che avevano intuito l'utilità sociale e soprattutto economica della prostituzione. Anche i documenti d'archivio confermano l'esistenza di un postribolo nella città negli anni precedenti al 1559. Nonostante questa attenzione alle meretrici erano imposti particolari vincoli: anche a Cremona erano costrette a portare un mantello di fustagno bianco di riconoscimento e non potevano circolare all'interno della città se non nei giorni e negli orari consentiti. Le meretrici, secondo gli “Ordini fatti sopra il vestire” del 1572, non potevano portare oro, argento, capi di seta, gioielli e perle, erano obbligate ad indossare una berretta senza alcun tipo di ornamento, e una “cintola” o banda rossa che pendesse per tutta la lunghezza del vestito. Non potevano abitare nelle vicinanze della città e dei sobborghi cremonesi, se non nei
luoghi destinati ai postriboli, in caso contrario avrebbero dovuto pagare una pena di venticinque lire imperiali. Le stesse meretrici, ma anche terzi, non potevano gestire un postribolo all'interno dell'area della Cittadella, compresa tra piazza del Duomo, piazza Stradivari e piazza della Pace, pena una multa e la cacciata dal luogo. A loro era consentito uscire dal postribolo solo il sabato per effettuare la spesa, mentre in tutti gli altri giorni della settimana non potevano muoversi in città, a meno che indossassero il mantello di riconoscimento lungo fino ai gomiti. Quelle che contravvenivano agli ordini potevano essere spogliate pubblicamente degli indumenti indossati
da parte delle milizie del Podestà.
La prostituzione veniva permessa, ma nessuna persona, però, poteva fermarsi nel postribolo dopo il terzo suono della campana serale, né abitare con le donne né cercare ricovero nelle taverne vicine, pena una multa di cinque libbre imperiali. Gli stessi proprietari delle locande, dove i lenoni erano soliti condurre le donne protette durante la notte, non potevano dare alloggio oltre il terzo suono
della campana né a una prostituta né a un protettore. Lo stesso valeva per le maitresse che erano obbligate inoltre a denunciare la presenza di eventuali lenoni che le prostitute tenevano in casa. La severità dei regolamenti, tuttavia, non impedì che in città sorgessero problemi di convivenza con
il vicinato. Dopo la chiusura del postribolo pubblico nel 1559 le donne venivano ospitate da un certo Tommaso Nuvolone e dalla moglie, detta la Barzotta, nella propria casa nella vicinia di San Sebastiano, fuori le mura della città. Lamentando il disagio causato dalla situazione, i vicini
decisero di chiedere al Senato di Milano di espellerle, ma Tommaso, appellandosi alla mancanza oggettiva di un postribolo, invitò il governo spagnolo a concedergli il permesso di ospitare legalmente le donne pubbliche nella propria abitazione. Con ogni probabilità il permesso non fu accordato, se nel 1576 alcune donne, probabilmente prostitute, vengono censite in una zona diversa della città, dove vivevano da sole in affitto in case situate nella vicina di San Paolo, nella contrada di Santa Tecla che, lontana da luoghi sacri e vicina alle mura, poteva costituire il luogo più adatto
per esercitare il mestiere più antico del mondo. Nel 1592 nella zona di San Bassano, a ridosso delle mura e limitrofa alla vicinia di S. Paolo, le donne che vi vivevano da sole o con figli a carico
erano 59 e, non essendovi l'indicazione della professione, erano quasi sicuramente prostitute.
Di fronte alla presenza del fenomeno della prostituzione dilagantele risposte della città di Cremona furono molteplici. Nel 1587 i membri della Compagnia della Carità istituirono la Casa del Soccorso, nota anche come conservatorio di San Raffaele, nella vicina di Santa Lucia, zona marginale abitata in prevalenza dai ceti popolari e dagli indigenti, per fronteggiare il fatto che “molte giovinette, per non haver parenti, ne altri che buona cura di loro tenessero, facilmente perdevano l'honestà, et la salute insieme, con offesa di Dio, et ruina dell'anime”. Per “rimediare a tali disordini col divino aiuto, et col favore, et auttorità dell'Illustrissimo, et Reverendissimo monsignor Nicolò Sfondrato Cardinale, et Vescovo di detta Città, fondarono, et eressero un luogo pio, comperato à proprie spese da essa Compagnia, chiamato il Soccorso...e dove sotto il reggimento di honeste, et prudenti
persone si riducessero le figlie senza recapito, et pericolose di cader in peccato, et ivi fossero provedute di vivere, et vestire, e amaestrate nella christiana disciplina, et esercitate nelle sante virtù, et honesti costumi. Et poi a suo tempo si procurasse di consegnarle à parenti loro, se pur n'havessero de' buoni, ò di dar loro altro onesto ricapito”. Le giovani che potevano essere ospitate nella casa dovevano avere un'età anagrafica compresa tra i dieci e i trent'anni e un'origine espressamente cremonese. Era assolutamente vietato l'ingresso a “quelle che haveranno perduta la verginità..., le stropiate, ò mal sane, et inferme; non le ispiritate...nè le pazze, purchè l'accesso avvenisse secondo le volontà delle giovani e non su costrizione del padre o della famiglia. Sempre grazie all'azione
della Compagnia della Carità venne fondato nel 1595 il conservatorio di S. Maria Maddalena, che accolse le malmaritate, cioè le donne sposate che si trovavano in difficili situazioni coniugali, le donne in pericolo di perdere la propria honestà e quelle che, dopo averla perduta, desideravano
la redenzione”.

L'altra pensilina di piazza Stradivari (1908)

Vi ricordate la pensilina di piazza Cavour, realizzata vent'anni fa, nel 1998, e smantellata dieci anni dopo? E le infinite polemiche che precedettero la sua definitiva eliminazione in vista di un concorso di idee che prevedesse l'intera riqualificazione della piazza, rimasto dal 2009 lettere morta? Nulla di nuovo. Dalle carte dell'Archivio storico comunale, depositato presso l'Archivio di Stato, spunta il progetto per coprire con una pensilina piazza Cavour ben cent'anni prima della giunta Bodini, finito nel nulla, ma sicuramente dalle linee architettoniche molto più eleganti, sensibili al gusto liberty del tempo.
Il disegno per la centina della pensilina
Il progetto fu realizzato dall'Ufficio tecnico del Comune su incarico della giunta guidata da Giuliano Sacchi, sollecitata dalla Camera di Commercio di Cremona. Era da tempo che si dibatteva sulla necessità di dotare il centro storico della città di un mercato coperto, destinato soprattutto ad ospitare il mercato dei bozzoli, ma anche altre necessità mercantili. Si era pensato anche di coprire con una tettoia in vetro il cortiletto Federico II del palazzo municipale, ma l'idea venne scartata a favore di piazza Cavour, trovando unanimi consensi. A provocarne il definitivo abbandono fu con ogni probabilità il continuo valzer di sindaci che caratterizzò quello scorcio di secolo con l'alternarsi di Giuliano Sacchi, Giuseppe Puerari, Luciano Ferragni, Andrea Armanni, Osvaldo Archinti, Giuseppe Lava, Pietro Rizzi, Ferdinando Bolza ed ancora Luciano Ferragni nel giro di dieci anni tra il 1888 ed il 1898. Di certo se ne parlava ancora, come vedremo, nel 1908, anche se, abbastanza caustico, nel 1918 Giuseppe Garibotti, che aveva presentato un progetto di riordino generale dei mercati in un unico edificio coperto, osservava: “I mercati coperti da crearsi in piazza Cavour, a porta Po, od a Porta Romana, entravano nei programmi elettorali, oppure venivano soltanto esaltati in qualche adunanza di nuovi eletti, senza raggiungere mai un qualsiasi concretamento”. E ribadiva il severo giudizio sulle precedenti amministrazioni: “Se non fossero stati illuminati e lodevolissimi interventi della Banca popolare e del Comizio Agrario, il Mercato bestiami in Cremona sarebbe ancora – con tutta probabilità – una vasta area con poche tettoie. Avessero almeno i nostri predecessori dimostrato di voler, prima o dopo curare la creazione di moderni mercati pel grano, verdure frutta, polleria, pesce, dove ogni giorno devono raggrupparsi numerosi venditori ed acquirenti! Ma pur troppo, mai venne concretato ed attuato ciò che ripetutamente era invocato dagli interessati” (Il nuovo ordinamento dei Mercati per generi di alimentazione. Relazione al Consiglio comunale dell'assessore G. Garibotti, Cremona, Interessi Cremonesi, 1918). Parole profetiche quelle di Garibotti, talmente profetiche che anche il suo ambizioso progetto di demolire palazzo Galizioli per realizzare sull'area il mercato coperto in un nuovo edificio, rimase lettera morta.
Ma vediamo invece la storia della nostra pensilina di fine Ottocento. A proporla fu il sindaco Giuliano Sacchi nella riunione di giunta del 31 agosto 1888, che diede incarico all'Ufficio tecnico di progettare “una tettoia stabile per coprire l'intera piazza Cavour lasciando libere le strade che la fiancheggiano e che l'attraversano tenendo tale tettoja distante non meno di 4 metri dalle linee dei colonnati dei portici e metri 5 dalla fronte della casa Rossi”. La necessità nasceva dal fatto di dover trovare una nuova sistemazione del mercato dei bozzoli, che allora si teneva in piazza del Duomo sotto un tendone: “Il padiglione – informava il sindaco - che per la sua estensione è insufficiente di spazio, di rilevante spesa per le sua conservazione, non presenta quella sicurezza dal riparo delle acque di pioggia che un tale edificio deve nel modo il più assoluto accertare. Questo padiglione che venne attivato ora sono sei anni si è già ridotto allo stato da richiedere una radicale riforma. Essendosi ripetuto anche quest'anno il fatto in misura molto maggiore di quanto sia sucesso nei passati anni 1886 e 1887, che durante un acquazzone, sotto il padiglione pioveva come se non vi fosse stata la copertura in loco. Fortunatamente il mercato in quel giorno era poco popolato e i mercanti colla loro merce ripararono sotto i portici del municipio, ma se la pioggia fosse caduta in una giornata di popolato mercato, la merce si sarebbe sciupata d'acqua”. Dai dati statistici che lo stesso sindaco aveva portato in giunta, si ricavava che nel 1888 si erano prodotti 81.920 chilogrammi di bozzoli, non molto in verità, rispetto a quanto prodotto nel 1882, ad esempio, quando i chili furono 113.848, ma comunque una discreta quantità tale da far dire al sindaco: “Avete l'esempio del mercato dei bestiami. Prima che in forze quel bellissimo piazzale fuori di porte Venezia sul quale vien tenuto, avrà una mostra di mercato. Ora per la comodità del luogo ha centuplicato di frequenza, ed ha acquistato la fama di uno dei migliori mercati della Lombardia, Veneto, Emilia, Piemonte e da qualche anno è frequentato da negozianti napoletani. Se l'amministrazione comunale, per lesineria di denaro, non avesse avuto il coraggio di apprestare le comodità che presenta il luogo destinato al mercato, Cremona non avrebbe acquistato quel grado di movimento commerciale che la fa continuamente prosperare e notare anche che il solo ponteggio della piazza rende l'interesse del capitale occorso per la sua costruzione.
Egual sorte avrà il mercato dei bozzoli se sapremo predisporre un piazzale sufficientemente ampio e con copertura sicura della piazza. Non è a discutersi se convenga al Comune abbandonare o tenere con cura il mercato bozzoli. E' un cespite di somma pertiene al commercio cittadino e tornerà di non lieve ristoro alle finanze del Comune. Nessuna amministrazione cittadina potrebbe ideare la sopresione del mercato bozzoli, anzi il suo obbiettivo sarà sempre quello di sostenere, protegge, fare fiorire nel miglior modo questo mercato”. 
La planimetria del mercato dei bozzoli
Ragion per cui diventava indispensabile recuperare nuovi spazi attrezzati. “Dall'esperienza è risultato che la superficie necessaria al mercato non deve essere minore di metri 1261. La piazza del Comune devesi a priori escludere perchè è una piazza da tenersi sgombra per non deturpare la sua bellezza monumentale. La piazza Pescheria e del Lino è troppo piccola perchè non ha di spazio utile che metri quadrati 800. Scegliendo, o non si può altrimenti, la piazza Cavour, bisogna provvedere per il trasporto in altra località della statua di Vittorio Emanuele, e la nuova località la troverei opportuna nel luogo dove ora trovasi la colonna della Pace, destinandosi questa a altro spazio. Il monumento di Vittorio Emanuele si troverebbe meglio colocato in questo muovo posto perchè acquisterebbe un punto prospettico di molto effetto, ciò che le manca del tutto dove ora trovasi. Il trasporto dei due monumenti importerà la spesa di L. 3500. L'edificio proprio a coprire il piazzale del mercato non può essere che una tettoia stabile a colonne di ghisa con davanti una copertura in ferro a parfetta tenuta d'acqua con pavimentazione di granito, di stile ed altezza e non di lusso soddisfacente al decoro cittadino. Il costo di quest'opera ammonterà a L. 65.000 alle quali aggiunte le L. 3500 per il trasporto dei monumenti si ha un totale di L.68.500”.
Lo stesso sindaco Sacchi non si nascondeva le difficoltà che il progetto avrebbe potuto incontrare e concludeva la sua presentazione dicendo: “Questo progetto potrà incontrare degli ostacoli, specialmente per la occupazione della piazza e forse anche nelle spese per chi non volesse riflettere alle spese che abbiamo attualmente col padiglione mobile. Forse potrà essere respinto per la prima volta dal Consiglio comunale, ma non per ciò dobbiamo arrenderci dallo studio e presentare le nostre proposte. Avremo scaricato il peso delle responsabilità, avremo fatto il debito nostro chiamando l'attenzione pubblica sopra tanto grave oggetto, e non dubitate che il tempo e non a lungo ci darà ragione. Ciò che sarà stato a noi negato verrà imposto ad altra amministrazione comunale”.
Passò qualche settimana e fu la stessa Camera di Commercio con una lettera del 5 novembre a sollecitare la Giunta a prendere in considerazione l'idea di realizzare il mercato coperto in piazza Cavour, destinandolo non solo ai bozzoli, ma anche alla frutta ed al pollame, tanto che la giunta, guidata da Giuseppe Puerari, facente funzioni di sindaco, il 4 gennaio 1889 discusse ed approvò la .proposta camerale. Ma passarono altri due anni e solo il 26 aprile 1891, quando era sindaco ancora per pochi giorni Luciano Ferragni, il progetto predisposto dall'Ufficio Tecnico venne esaminato ed approvato prima di una nuova crisi con la successiva nomina del regio commissario straordinario Andrea Armanni. Il verbale della giunta recita: “La giunta avuta contezza del progetto di mercato coperto allestito dall'Ufficio Tecnico secondo le dategli istruzioni, e trovatolo soddisfacente così del riguardo della scelta della località, come per quanto alla ideata struttura ed al disegno della tettoia, ne prende atto, augurandosi che la giunta che sarà chiamata a succederle nell'amministrazione del Comune lo prenda nella dovuta considerazione e ne spinga la esecuzione avuto riguardo in particolar modo al bisogno urgente di provvedere al mercato pei bozzoli, essendo divenuto inservibile il padiglione mobile destinato a quello scopo”. A questo punto, però, del progetto si perdono le tracce ed è ancora la Camera di Commercio a rispolverare la questione molti anni dopo, nel 1905, confidando nel nuovo sindaco Francesco Piazza, a cui il presidente Meneghini scrive il 29 settembre: “Nell'adunanza 25 u.m. Il signor consigliere Robbiani proponeva (ed il consiglio camerale ammetteva) di rinnovare pratiche col Comune di Cremona per una migliore sistemazione del mercato civico locale usufruendo all'uopo del cortile del palazzo municipale opportunamente coperto. Ora, ricordando da nota municipale 8 gennaio 1889 n. 11100, questa camera confida che codest'onorevole Amministrazione possa raggiungere lo scopo desiderato dal commercio – o con l'accenata copertura del cortile del Municipio o con altri più pratici e migliori progetti. Gradirà il sottoscritto di avere un cenno di riscontro in argomento, e di conoscere le vedute di codest'onorevole Giunta in proposito per darne analoga comunicazione a questo consiglio camerale”.
Il progetto di Giuseppe Garibotti
Ma, ahimè, anche Piazza non ebbe migliore fortuna dei suoi predecessori e si dimise il 2 luglio 1906. Probabilmente la questione del mercato coperto venne finalmente ripresa dal nuovo sindaco Dario Ferrari, dal momento che tra le carte della pratica si trova, unica traccia della fantomatica copertura, la proposta della ditta Pasqualin e Vienna per installare una tettoia a Cremona al prezzo di 31.100 lire. Alla lettera, datata 16 aprile 1908, sono allegati due disegni dell'installazione, che riprendono il progetto presentato a suo tempo dall'Ufficio tecnico comunale, di cui esistono, allegati alla prima pratica del 1891, i disegni delle centine metalliche di un piacevole gusto liberty.

Dieci anni dopo concludeva, dunque, amaramente Garibotti: “Le amministrazioni passate del nostro Comune, per quanto sollecitate ripetutamente, non si sono mai curate seriamente di riorganizzare con criteri moderni, i pubblici Mercati, dotandolo di speciali edifici. Trascurando di rilevare le vicissitudini del Mercato coperto dei bozzoli, possiamo notare che prima ancora di provvedere al mercato coperto dove si concretano operazioni immense di riprodotti del suolo e di generi di alimentazione, si cercò dimettere al coperto e bem riparati i bovini e gli equini”. Purtroppo, però a rendere testimonianza del grandioso progetto di Garibotti sono rimasti solo i disegni dei prospetti delle facciate di quello che sarebbe dovuto diventare il grande mercato coperto di Cremona, mai realizzato: vent'anni dopo, sulle macerie di palazzo Galizioli sorse invece la grandiosa sede della Ras.

domenica 4 marzo 2018

La terribile spagnola

Compie un secolo la più terribile delle pandemie di influenza, la Spagnola, che all’inizio del 1918 fece la sua comparsa provocando milioni di morti nel mondo: tra il 1918 e il 1920 sterminò tra 25 e 50 milioni di persone, dopo averne contagiate circa un miliardo. Recenti stime parlano addirittura di 100 milioni di morti, cinque volte di più di quanti ne uccise la famigerata peste nera del 1348. Il nome “spagnola” deriva dal fatto che quando iniziò a diffondersi ne parlarono principalmente i giornali del paese iberico, questo perché la Spagna non era coinvolta nel primo conflitto mondiale e dunque la libertà di stampa non era soggetta ai limiti della censura di guerra. Del resto, annunciare che una misteriosa epidemia stava falcidiando popolazione e soldati non poteva avere un impatto positivo sul morale delle truppe, già logore da anni di durissima guerra di trincea. Per questo i giornali del tempo enfatizzavano i fatti della guerra, soprattutto in Italia dove si stava combattendo la battaglia del Piave, definendo l'epidemia “influenza dei tre giorni” e indicandola semplicemente come uno strano morbo. Fino a quando nell'estate del 1918 l'influenza esplose in tutta la sua virulenza, accompagnandosi con gravissime complicazioni a livello polmonare che furono responsabili della maggior parte dei decessi. Si ritiene che in Europa fu introdotta dai soldati americani, sbarcati in Francia nell'aprile del 1917 per partecipare al conflitto, perchè il primo focolaio fu un forte in Kansas o un altro in Texas, dove vennero colpiti 1.100 soldati.
Il nostro paese fu uno di quelli più colpiti dall'influenza spagnola; il tasso di mortalità è stato secondo solo a quello russo, dove le condizioni climatiche estreme aggravarono ulteriormente la situazione. Si stima che in Italia il morbo colpì oltre 4 milioni e mezzo di persone, uccidendone tra le 375mila e le 650mila. Un numero impressionante, se si considera che all'epoca la popolazione italiana era composta da 36 milioni di cittadini. A Cremona, secondo Mario Levi, sarebbero morte 1621 persone ma, per il silenzio che per mesi circondò la misteriosa malattia, potrebbero essere state molte di più.
Un primo accenno indiretto del morbo si ha, però, solo in un'inserzione pubblicitaria dal titolo “Tifo e 'grippe' spagnola” su “La Provincia” del 25 settembre dove si consiglia l'acquisto di un “Assorbi polvere” sulla scorta di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 19 firmato dal medico capo municipale di Milano sulle norme igieniche da adottarsi per evitare le malattie: “Tutte le nostre Signore ne faranno certamente tesoro e si provvederanno, senza indugio, di un Assorbi Polvere Ideale, perchè questo è l'unico apparecchio che nella sua semplicità e praticità riunisce tutti i requisiti necessari allo scopo. Difatti esso disinfetta gli ambienti, assorbendo istantaneamente polvere e microbi senza diffonderli nell'aria, e non solo pulisce rapidamente ed in modo perfetto pavimenti, mobili plafoni e pareti lucide ecc. ecc. ma, in virtù del preparato speciale di cui è imbevuto, conserva e rende più brillanti tutte le superfici lucide; è quindi non solo igienico, ma anche pratico, utile ed economico”. Il prezzo di un tale portento? 15,50 lire con bastone e 14,75 per l'apparecchio a forma di spazzola per i mobili. Il 1 ottobre, mentre si registravano già i primi morti, usciva un trafiletto dove si diceva semplicemente che, date le “eccezionali condizioni del momento” era stato varato un decreto legge che concedeva ai prefetti la facoltà di fissare i prezzi massimi “dei medicinali di maggior uso”, “allo scopo di ovviare ai gravi danni derivati alla pubblica salute dai prezzi eccessivamente elevati dei medicinali”.
Ma la spagnola uccideva. Lo sapeva bene un povero prete di campagna, don Gioachino Bonvicini, parroco del piccolo borgo di Ognissanti, trecento anime, quasi tutti contadini, che in questo lembo di pianura assiste attonito alla repentina scomparsa dei suoi parrocchiani. A tal punto spaventato da scriverlo nel suo “Diario”. Le poche notizie che si hanno dell'influenza sono frutto in un passaparola e, stante il silenzio degli organi competenti, acquistano quasi la dimensione di un misterioso flagello biblico che si accompagna alla guerra ed all'annata agricola compromessa dalla pioggia, che continua a cadere copiosa.
30 settembre 1918 - annota don Bonvicini - Alcuni giorni or sono Priori Caterina maritata Genevini Liderico è andata ad assistere l'ammalata sua sorella Luigina a Vighizzolo che era in casa della maestra Amalia Priori altra sua sorella, tutte e tre native d'Ognissanti, ma mentre assisteva la sorella, si ammalò essa pure, e così si ammalò anche la maestra Amalia, tre sorelle in casa ammalate, le quali sono ora assistite alla parente Giuseppina maritata Farina, pure di Ognissanti. La notte di venerdì 28 del mese. Mentre si faceva la santa comunione per viatico alla Luigina, l'hanno fatto anche le altre due sorelle. Ieri sera circa alle 11 di notte la Luigina è morta da polmonia secca e tifo, e anche del male che si dice la febbre spagnola, malattia della quale non ho mai sentito il nome e che ora è diffusa in tante città d'Italia e altri luoghi. La morte Luigina arrivata a casa da Milano circa otto giorni fa si è subito ammalata, e nella notte passata è morta. A Milano la malattia è assai diffusa, e mi diceva il parroco di Gazzo alla Pieve, dove stamattina si è tenuta la congregazione foranea, che egli ha parlato con uno che veniva da Milano che là in uno stabilimento di quattro mila operai circa ve ne erano di più di mille ottocento ammalati, e ve ne sono molti, tanto nei borghesi, quanto nei militari. A Parma si dice che il male diminuisce. Qui ad Ognissanti vi sono varie donne e giovani con tifo e condotte all'ospitale, e anche a casa a moglie del maestro Pederneschi Vittorio alla quale in questa mattina ho fatto la santa comunione. Di Dramagni vi sono all'ospitale per tifo tre donne, e a casa alcuni uomini. Non basta adunque il grande flagello della guerra, vi è anche quello di malattie contagiose. L'ospitale di Cremona ha proibito l'entrata agli estranei. Quindi non si può più visitare gli ammalati se non in caso estremo dal padre e dalla madre, ma anche in questi casi si esigono tante prescrizioni. Ha detto poi ancora il parroco di Gazzo che i medici per preventivo della malattia prescrivono di bere vino e fumare”.

In presenza di una tale confusione, mentre l'epidemia infuria, la giunta comunale il 4 ottobre
si decide ad emanare un comunicato ufficiale in cui minimizza la portata dell'epidemia che “ha avuto e mantiene sinora tra la popolazione civile di Cremona, in complesso, un carattere assai mite. Infatti nella maggior parte dei casi si presentano fenomeni morbosi tali per cui gli ammalati vengono obbligati al letto soltanto per tre o quattro giorni”. E mentre altrove la mortalità si presentava con una percentuale del 4-5%, stando alla giunta, “in base alle chiamate ai medici condotti” la mortalità sarebbe stata inferiore all'%. Tuttavia “a profitto di tali ammalati riferibili alla popolazione povera, l'amministrazione comunale avrebbe preferito poter tornare a usufruire dell'Ospedale Ugolani Dati, ma siccome detto istituto nelle attuali contingenze non può essere ceduto, si sta altrimenti provvedendo a cura dell'Ospedale Maggiore occupando, se sarà il caso, locali di pertinenza del Comune. Frattanto, a profitto di tutti, in genere, gli ammalati, la Giunta sta dando ultime disposizioni per attuare un venditorio-permanente di latte ad uso esclusivo degli infermi”. L'amministrazione comunale non volle chiudere le scuole che “non fanno viceversa che arrecare inutili cospicui danni ad altri vitali interessi della collettività”. “Se poi si tien conto che certe misure di carattere sensazionale, ma destituite di qualsiasi fondamento scientifico, contribuiscono più che altro a diffondere il panico che agisce come un debilitante fisico e quindi come una causa di predisposizione a contrarre il morbo, la Giunta confida che, da parte della stampa, dei medici e di tutti i cittadini di buonsenso si vorrà, anziché invocare provvedimenti draconiani, fare piuttosto opera per mantenere la calma fra la popolazione, e per diffondere quei precetti di ben intesa profilassi individuale che già sono apparsi su quasi tutti i giornali dei grandi e piccoli centri”.
Di quale fosse, in realtà, la situazione, ci informa sempre, dalle pagine del suo diario, don Gioachino Bonvicini: “21 ottobre 1918. In questi giorni in questi paesi molti sono ammalati specialmente donne giovani ed anche uomini; vi sono giovani ammalate da tifo ed altre da febbri dette spagnole, che è influenza come è avvenuto in altri anni, morti fino a quest'ora non ve ne sono. Alla Pieve S. Giacomo moltissimi sono gli ammalati tra i quali il medico Tedoldi Amilcare il quale ha la condotta di Sospiro e del ricovero, e lo stesso speziale, si dice che il medico è ammalato gravemente. Andati alcuni in Comune per domandare un medico pei suoi malati hanno risposto che non ne trovano, hanno scritto anche a Mantova e non fu data risposta. Mi diceva uno di Cremona ieri che là moltissimi sono i malati, e vi sono colpite intere famiglie; nei giorni passati all'ospitale ne morivano dai 60 ai 70 al giorno, ora sembra alquanto diminuito il numero dai 25 ai 30. Mancano anche le medicine, e quelle che si danno sono carissime, basti il dire che per un'oncia di olio d'origine (ricino) ci vuole una lira, e a trovarne.
Oltre la malattia i giorni passati sono stati con grandi piogge, il melicotto sulle aie marcisce, ne hanno ancora nei campi da raccogliere e le pannocchie che sono in terra, che sono ancora molte ancora, queste vanno a male. I poveri vedono tutta la loro speranza che consiste nella raccolta del melicotto andar fallita. Sono stati fortunati quelli che l'hanno raccolto in tempo. La semina del frumento non è ancora cominciata, ed è passato San Luca che il proverbio dice: chi non ha seminato balucca. Anche questa semina la si teme infelice, perchè mi hanno detto che la semina fatta sul tardo non dà quella rendita che dovrebbe dare”.

“La calma è il segreto di ogni successo”, ammoniva ancora il giornale il 5 ottobre, assicurando l'andamento benigno dell'epidemia, che però, contrastava di fatto con le precauzioni adottate in tutta la provincia per evitare il contagio, “data la natura dell'infezione, la quale, rapida nel diffondersi, si trasmette anche a mezzo di individui apparentemente sani”. A complicare il quadro l'impossibilità di utilizzare al massimo l'ospedale Ugolani Dati, già impegnato nel soccorso dei soldati ammalati, e la mancanza di medicinali e disinfettanti, di cui si inizia a parlare dopo una decina di giorni dall'insorgenza dell'epidemia, quando la farmacia dell'Ospedale si trova sprovvista del chinino necessario a fronteggiare l'emergenza. E' proprio verso la metà del mese che iniziano ad affiorare i primi dubbi in merito alle dichiarazioni rassicuranti fornite dal medico provinciale Alessandro Prati, secondo cui in alcuni comuni colpi per primi la spagnola “è già in via di decrescenza, mostrando tendenza a presentare, abbastanza breve, il periodo di massimo sviluppo”. La polemica infuria e l'Ospedale Maggiore è costretto ad ammettere di avere quasi esaurito i 7,155 chili di chinino a disposizione il 1 ottobre, e di avere scorte di “sali di chinina” fino al 31 dicembre, residuo degli acquisti fatti nell'anno precedente, ma di aver già dato avvìo alle pratiche per le nuove forniture. Ed un anonimo funzionario di un ufficio pubblico denunciava: “E' bene si sappia che se non fosse stato per l'opera intelligente e soccorritrice dei sanitari che tutto hanno sacrificato e sacrificano per combattere l'influenza, l'ufficio locale d'igiene ben poco o nulla ha fatto e fa per evitare la diffusione dell'epidemia specialmente nelle case popolari. Nientemeno detto ufficio ha anche negato al disinfezione di alcuni uffici governativi dove, per l'affollamento di persone che lavorano in locali ristretti, giornalmente si registrano casi di malattie epidemiche con decessi. E che cosa vogliono aspettare questi signori che ne muoiano degli altri prima di provvedere ad una curata disinfezione dei locali medesimi?”. Il 17 ottobre l'ennesima pubblicazione di “precetti igienici contro l'epidemia influenzale” suona quasi una resa: “La diffusione generale di questa malattia dominante, e la impotenza della autorità sanitarie ad isolarne i focolai oramai troppo numerosi, debbono convincere la cittadinanza che solo la osservanza spontanea, diligentissima dei singoli cittadini e delle singole famiglie a precetti igienici ed alle disposizioni profilattiche possa affrettare la fine dell'epidemia conciliando nel modo più efficace l'interesse privato e quello della pubblica salute”, Ma ormai l'interesse di tutti è concentrato altrove, alla battaglia di Vittorio Veneto iniziata il 24 ottobre con l'avanzata delle truppe italiane che porterà alla vittoria. Anche don Bonvicini dal suo piccolo osservatorio non parla più della moderna pestilenza. Ne fa solo un accenno qualche giorno dopo, in occasione della festa di Sant'Omobono, quando si accorge di non avere a disposizione cantori ed organista. Ma ormai il peggio è alle spalle.

“13 novembre. Già aveva fatto conoscere la mia intenzione, ma in questo giorno è venuto il sole dopo tanti giorni piovosi. Tutti avevano il melicotto sull'aia già guasto per le lunghe piogge e tutti sono corsi per far asciugare il frutto delle loro fatiche di tutta l'estate, ma conoscevano che era andato alla malora. In paese quattro canterine erano ammalate della così detta spagnola ed obbligate al letto; il maestro Paderneschi Vittorio è stato colto da questo male e quindi non poteva venire a suonare l'organo. Venute le 10 vado fuori con la messa, 7 o 8 donne soltanto. Cosa doveva fare? Ho dovuto dir messa bassa”.

martedì 27 febbraio 2018

Sotto una cattiva stella

La cometa del marzo 2017
Il 2017 è stato un anno decisamente particolare, anche dal punto di vista astronomico, con il passaggio di ben sette comete. Le prime due sono passate la scorsa primavera a breve distanza dalla terra, l'ultima invece sarà visibile solo alla fine del 2018. Lo scorso novembre abbiamo assistito al fenomeno della Superluna, quando il nostro satellite è apparso il 14 per cento più grande del solito ed il 30 per cento più luminoso del normale. I fenomeni celesti hanno da sempre affascinato l'uomo. L'apparire in cielo di una stella cometa ha sempre procurato paura e apprensione. Presagio funesto, la cometa annuncia morte, sventura, terremoti, guerre, pestilenze e carestie. Questa superstizione era così diffusa nei secoli scorsi che, quando un'epidemia o un fenomeno meteorologico inatteso colpivano una comunità senza essere annunciati dal passaggio di una cometa, questo fatto veniva registrato come un avvenimento eccezionale. Si credeva inoltre che le disgrazie fossero tanto più gravi quanto più lunga fosse la coda della cometa, e tanto più durature quanto più questa restasse visibile nel cielo. Qualche anno fa la geologa Dallas Abbott dell'osservatorio terrestre Lamont-Doherty della Columbia University, ha spiegato la credenza popolare con il fatto che verso il 530 d. C., un frammento della celeberrima cometa di Halley si sarebbe frantumato nella nostra atmosfera diffondendo un'enorme nube di polvere che provocò un improvviso abbassamento delle temperature. Il drastico cambiamento climatico determinò effetti devastanti:  seguì un periodo di siccità che a sua volta innescò carestie e le popolazioni debilitate dalla fame vennero poi sterminate dalla "Peste di Giustiniano", che fece strage tra il 541 e il 542. Sta di fatto che ancora nel 1857 lo storico cremonese Angelo Grandi registra puntigliosamente nella sua “Descrizione dello stato fisico-politico...della Provincia e diocesi di Cremona” una serie impressionante di fenomeni tra cui aurore boreali, comete, eclissi di sole, pioggia di pietre e pioggia rossa, mettendoli in relazione a fatti storici eccezionali.
Ad esempio si registrano nel cremonese due aurore boreali che destano particolare impressione, la prima il 17 dicembre 1737 “in cui per tutta la notte apparve il cielo color di sangue, e con tanta luce come se fosse stata risplendente la luna” e la seconda il 7 gennaio 1831 quando “apparve un'aurora boreale, straordinaria per la sua intensità ed estensione". Alle comete, come detto, vengono sempre abbinati avvenimenti in qualche modo anomali, per non dire del tutto nnfausti. Nel 1223 “Il 21 aprile (Campi) si fece sentire altro tremuoto circa la mezzanotte con ispavento de' cittadini. Dalle croniche di Bergamo, giusta il Ronchetti, rilevasi che il primo di settembre apparve verso occidente una Cometa assai meravigliosa”. Qualche anno dopo “Apparve in luglio una grandissima Cometa che durò fino al principio d'ottobre, era il suo corso dall'oriente verso l'occidente (Campi)". Era l'anno 1265 e la Lombardia fu quasi tutta in armi per la calata dell'esercito francese, raccolto per ordine del conte Carlo D'Angois re di Sicilia”. Nel 1402 scoppia la peste che uccide anche Gian Galeazzo Visconti e “riferisce il Campi che avanti la resa di Bologna apparve una terribile cometa che si vedeva giorno e notte, e durò per quasi tutto il mese di maggio e di giugno, il che si credette (dal volgo) esser stato presagio della morte di quel principe". Altri passaggi di comete si verificarono nel giugno 1456 con una cometa “avente lunghissima coda" che seguì la nascita di Ascanio Maria Sforza avvenuta nel castello di Santa Croce il 23 marzo. Un piccola cometa sigillò nell'ottobre 1468 il matrimonio di Galeazzo Sforza con Bona di Savoja, dopo che Galeazzo aveva avvelenato la precedente moglie Dorotea Gonzaga, e per quasi un mese un'altra cometa stazionò nel cielo nel gennaio del 1472. Ed al passaggio di una cometa venne attribuita la grande siccità che colpì l'Itala nel 1500: “Apparve nel predetto anno 1500 una grande Cometa L'Italia fu travagliata da siccità. La state distinta da una grande quantità d'insetti e da singolari macchie ai corpi ed agli abiti degli uomini, cui susseguì una peste. - saremmo ciò non pertanto superstiziosi qualora volessimo ritenere come conseguenze della Cometa codesti fisici sconcerti. se nel volgo sono alquanto spenti (scrive Schumak) i pregiudizi che le Comete abbiano qualche influenza morale su di noi e sulle cose mondane, troviamo all'incontro vieppiù radicata la credenza che questi corpi celesti abbiano rimarchevole influenza sulle nostre stagioni e sul prosperare dei prodotti campestri. Non sarebbe qui difficile confutare tali opinioni con fatti dimostranti del tutto l'opposto. Così, per esempio, si ricorderanno molti della gran Cometa del 1811, che apportava una caldissima state ed una ricchissima raccolta, specialmente di un vino così eccellente che perfino anche oggidì in varie regioni viene appellato: Vino della Cometa".
Un'incisione tedesca con la cometa del 1556
Il Grandi accenna anche la passaggio di altre comete nel 1506 e nel 1510, quando il corpo celeste accompagnò l'ingresso del nuovo podestà francese seguito alla caduta della città dopo la battaglia di Agnadello tra i veneziani e la Lega di Cambrai. E due anni dopo sempre una cometa sancì l'imposizione di una nuova taglia da 15 mila ducati d'oro alla città e di una da due mila all'Università dei mercanti da parte di Massimiliano Sforza. Passano due anni e nel 1514 è sempre una cometa a preannunciare la resa della città a Teodoro Trivulzio ed altri anni infausti ed eventi straordinari: "Furono i nostri cittadini di molto contristati da tumulti bellici nel seguente 1516 (essendo podestà Guido Materono da Granopoli, che tenne la sua carica fino a tutto il 1521). Demolirono i Francesi i merli delle mura della città, atterrando pure alcune torri de' privati; e molte gravissime contribuzioni eziandio imposero. Anche in quest'anno apparve una Cometa. Asserisce il Campi che nel susseguente 1517 predicò nel mezzo della piazza maggiore un giovinetto dell'età di 11 anni, frate di San Francesco, con grande meraviglia degli uditori che in gran numero vi erano accorsi". Ed ancora nel 1522, "finalmente dopo varie vicende colle altre città del ducato venne Cremona ai 4 luglio 1522, trovandosi podestà Barnaba Pozzo piacentino, nelle mani dell'esercito imperiale, rimanendo ancora a' francesi il castello, che si arrese nel febbraio del 1524, essendo podestà Teodoro Ossio milanese. Si fa cenno che nel 1522 apparve una Cometa, e gli alberi fiorirono di nuovo in autunno, ed in ottobre si portarono fragole sul mercato". Nel 1530 apparve una cometa e “Il Po, che a que' tempi radeva le mura della città, fece cadere a' 23 di settembre per grande alluvione da 60 braccia delle dette mura, ed a' 27 stesso mese ne ruinò più di 80 braccia". E così via dicendo:appaiono le comete e subito è un seguito di omicidi, uccisioni, saccheggi, ma anche avvenimenti di grande rilievo, come la nomina di Gerolamo Vida a vescovo di Alba, preceduta, ovviamente, dall'apparizione della stella.

Si arriva al 1556. L’imperatore Carlo V e la sua reggia hanno osservato in maniera accurata il passaggio di una cometa, per questo anche chiamata “Cometa di Carlo V”. L’evento è avvenuto all’inizio di Febbraio, ma non è stato generalmente osservato fino alla metà della prima settimana di Marzo. Gli astronomi, a parte qualche eccezione, concordano nel  definire il diametro della Cometa la metà di quello della Luna. La coda è stata descritta come la fiamma di un incendio o una fiaccola agitata dal vento. Cornelius Gemma, medico, astronomo e astrologo, professore di medicina presso l’Università cattolica di Lovanio, ha descritto la cometa grande come Giove e dal colore simile a quello di Marte. Paolo Fabrizio, astronomo di Vienna, matematico e fisico presso la corte di Carlo V d’Asburgo, l’ha definita ‘tortuosa e brillante’. Al dire della gente comune, l’evento ha costernato a tal punto l’imperatore, che ha preso subito la risoluzione di deporre lo scettro e di ritirarsi nel monastero di pace di San Juste in Estremadura ponendo fine alle numerose guerre contro i francesi, i turchi e i principi protestanti che negli ultimi decenni hanno portato morte e distruzione in tutta Europa. Con questo segno di terrore il mio fato mi invoca”, queste sono le parole con le quali Carlo V si è ritirato dalla scena. A Costantinopoli nel frattempo avviene un terremoto.
Una cometa annuncia la battaglia di Hastings (1066) nell'arazzo di Bayeux
E a Cremona? Il Grandi attende che la cometa ricompaia nel 1856, trecento anni dopo, secondo quanto previsto dagli astronomi di quel tempo, ma non accade nulla."Correndo l'anno 1556 – scrive dunque il Grandi - l'imperatore Carlo V rinunziò gli Stati di Germania al fratel suo Ferdinando, i regni di Spagna e Sicilia con gli altri Stati all'unico figliol suo Filippo, che divenne il secondo di questo nome nella serie dei re spagnuoli. Comparve il 5 marzo una grande Cometa. La gran Cometa fu veduta sopra la Spiga, stella di prima grandezza, presso l'ala sinistra nella costellazione della Vergine, d'onde passò e fu veduta li 8 marzo sotto le ginocchia di Boòte (segno celeste settentrionale formato di 33 stelle), Il 9 stesso mese trovavasi presso Arturo (stella fissa situata nel segno del Carro), onde quasi nella circonferenza del massimo circolo cioè per la rettissima via sembrò accostarsi al polo boreale dello Zodiaco, ed allora lasciatolo a destra, si accostò con gran velocità al polo del mondo, indi quasi discendendo dal vertice si diresse verso Saturno che allora era nell'Ariete. E come prima si avanzò dalla Libbra contro l'ordine dei segni (secondo la longitudine) così dopo, imitando il moto di Saturno procedette secondo l'ordine dei segni da Andromeda fino al segno dei Pesci, ove si estinse. Allora tanto i raggi quanto il corpo di essa si cangiarono, ed i raggi che alla sera erano diretti a mezzodì, dopo la mezzanotte furono rivolti al tramonto; nè ebbe la chioma avversa al Sole finchè fu dal medesimo lontana almeno un quarto di circolo. Avvenne pure, che allontanatasi ancor più dallo Zodiaco,si potè scorgere la mattina e la sera fin quando si nascose sotto l'orizzonte. Questa Cometa venne in allora attentamente osservata da vari letterati, e fra questi specialmente da Paolo Fabricio dottore in medicina e matematico imperiale, il quale parlando in un suo scritto di questa Cometa, ne annunciava il ritorno per l'anno 1856, invitando chi bramasse maggior dilucidazione a leggere il suo opuscolo: Judicium de Cometa ecc, ove egli avrebbe registrato giornalmente le osservazioni fatte sulla Cometa in discorso. Ma questo stampato Judicium ecc di Fabricio non si è potuto oggi rinvenire, ed è stato l'oggetto di premurosa ricerca degli astronomi, e fu pur nel principio del detto scorso anno argomento d'un pubblico invito ai bibliotecari da parte del celebre astronomo K. L. Littrovv direttore dell'Osservatorio astronomico a Vienna (Schumah). La questione fattasi palese in diversi giornali sull'epoca di riapparizione di questa Cometa ha assunto la natura di una predizione o profezia vaghissima, come infatti abbiamo sperimentato non avendo veduto apparire la Cometa nè nel mese di luglio dell'anno andato, come pretesero alcuni articoli anonomi sparsi nei giornali francesi; nè in agosto, come vollero diversi giornali inglesi e belgici; nè nei mesi di settembre ed ottobre, come molti giornali han preteso. Dopo aver veduta fallita la lor profezia per le suddette epoche, ne aspettavano l'apparizione chi in gennaio, e chi nel giugno (e precisamente il dì 13, cadente in sabato), del presente anno 1857: ma di questa determinata comparsa del bell'astro nessuno degli assennati e circospetti astronomi ha pronunziato sentenza, nulla avendo trovato nè lor calcoli di positivo, perchè difettanti di base matematica. Non furono che vaghe e, puossi dire, stolte voci di taluni che, quasi volessero alle ombre dar forme di corpo o valore di realtà a mere e lontanissime conghietture, andavan qua e la disseminando dover veramente apparire la stella nel detto giorno 13; e per metter del torbido e preoccupar le menti del volgo (già ahi ! troppo proclive alla superstizione) dè più strani pregiudizi, scaltramente aggiunsero che l'infausto astro l'ultima ora segnava dell'esistenza dè mortali sulla terra, dovendo questa per lo intenso ardore o terribile scossa incenerita o subissata rimanere. Gran parte del volgo infatti al tetro pensiero dell'apparizione della stella, stava attendendo sbigottita il dì del gran cataclisma o dell'eccidio estremo del mondo. Per quanto gl'illuminati di tòr dalla lor mente la sognata chimera e di dispor gli animi a tranquillità si sieno studiati, non sonosi tuttavolta indotti a convinzione, se non nel dì stesso, che la terra e sè stessi vidersi illesi dalla fantasticata catastrofe, e per soprappiù nemanco la Cometa d'apparir si compiacque. Di quali tristi e fatali conseguenze non son mai causa l'ignoranza e la superstizione ! Tanto è stata sinistra la prevenzione di molti intra la plebe, e più tra il debil sesso, che non si andrà errato l'asserire, che se anche solo fosse apparsa la cometa (che il suo avvenimento, che può esser ad ogni istante nel successivo tempo, altro non sarebbe stato che un percorrere la sua orbita, giusta le leggi che Natura alle Comete ha imposto), alla semplice vista di essa soltanto si sarebber veduti cader tramortiti al suolo, come quegli che da folgore è percosso. Eppure a quest'istesso anno sono apparse due Comete (forse l'una o l'altra, giusta il parere d'alcuni, è quella stessa del 1556, attesochè le Comete attraversano gli spazi celesti in tutte le direzioni, e perciò aver preso un diverso corso, a differenza dei pianeti che si muovono d'occidente in oriente in una fascia sferica di circa 16 gradi di larghezza): la prima fu veduta in sull'iniziato gennaio all'estremità meridionale della California; la seconda al Capo di Buona Speranza sul declinar di giugno, e nè quella, nè questa non hanno fatto male, come s'esprimono i giornali, ad una mosca; giacchè, come abbiamo altra volta accennato, le Comete non sono messaggiere di strani o funesti eventi; e se non fosse lecito distruggere in esse alcun carattere eventizio, ne sia invece concesso considerarle quasi nostre amiche. "Il capolavoro della divina mente - dice il celebre Cagnoli - fu quello di collocare i corpi celesti a distanze reciproche distribuite in si giusta proporzione delle masse loro, che dalle attrazioni scambievoli, combinate con la prima spinta per linea retta, dovessero nascere que' maravigliosi moti orbicolari che osserviamo, e de' quali, non che delle eventuali e continue, ma piccole alterazioni loro, rende ragion puntualissima l'unica legge Newtoniana; senza che l'equilibrio delle reciproche azioni venga meno giammai, nè alcun corpo urti l'altro, od induca sconcerto nel venustissimo ordine universale". Ed il dottor Brevver riportato dal dottor Agostino Tozzi, scrive "Che la superstizione ha attribuito, senza una ragione, delle influenze cattive esercitate dalle Comete sopra la terra: e vi sono degli uomini pei quali la superstizione tien luogo della ragione: ma ognuno che abbia criterio deve abbandonare questi folli pregiudizi, e persuadersi che le Comete sono assolutamente estranee ai cambiamenti cui va soggetta la terra"

Ovviamente anche le apparizioni successive, che si susseguirono senza sosta, precedettero o seguirono fatti memorabili: ad esempio, nel 1572 annunciarono l'applicazione delle nuove leggi suntuarie, nel 1580 accompagnarono una malattia dell'uva, nel 1585 la richiesta di scacciare gli Ebrei dalla città “per le prevaricazioni de' cristiani” e nel 1590 l'elezione al soglio pontificio di Nicolò Sfondrati col nome di Gregorio XIV- Ovviamente anche l'avvenuta cacciata degli Ebrei a dieci anni dalle rimostranze ebbe la sua bella cometa, addirittura per due anni successivi. Nel 1652 la cometa apparsa nei cieli cremonesi “la cui grandezza era quasi eguale alla Luna”, qualche anno dopo, alla fine del 1665, un'altra stazionò nel cielo per quasi un mese. La cometa di Halley nel 1681 fece gelare le viti “e si ebbe penuria di vino”, mentre nel 1744 un'altra cometa fece fiorire gli alberi in febbraio e tornare il ghiaccio ad aprile “il che fu di sensibilissimo danno alle biade”. Nel 1819 le comete furono addirittura due “una delle quali visibile ad occhio nudo, raggiante di luce e fornita d'una lunga coda”, ma c'è una spiegazione: “A' 22 aprile 1819 arrivò in Cremona il granduca Michele, fratello d'Alessandro imperatore delle Russie, ed alloggiò all'albergo reale detto la Colombina”.

lunedì 12 febbraio 2018

Sessantotto in salsa cremonese

Ricorre quest'anno il cinquantesimo anniversario del Sessantotto, noto in Europa come il “maggio francese”, perchè la fase acuta della rivolta iniziò il 3 maggio, con i primi scontri alla Sorbona di Parigi. La miccia che innescò l'incendio fu una riforma, proposta da Christian Fouchet (ministro dell'Educazione nel governo gollista di Georges Pompidou), che tendeva a creare un legame stretto fra università e mondo produttivo, marginalizzando le facoltà umanistiche. Tuttavia era già da un anno che il mondo studentesco era in fermento a causa del sovraffollamento delle università, dell'incertezza degli sbocchi professionali, la crisi dei valori tradizionali, lo scarso ricambio nelle classi dirigenti.  A Trento, gli studenti avevano occupato la Facoltà di sociologia mesi prima rispetto a quelli di Nanterre, da cui tutto era iniziato. Il 2 maggio, dopo 40 giorni di occupazione, l'Università di Nanterre fu sgomberata dalla polizia. La prova di forza ebbe l'effetto opposto dal voluto e gli studenti sloggiati si trasferirono alla Sorbona e contagiarono la maggiore università parigina coi loro slogan: "L'immaginazione al potere", "Tutto e subito", "Vietato vietare". il 7 e l'8 grandi cortei attraversarono Parigi; il 10 nel Quartiere Latino sorsero barricate e per tutta notte le vie divennero un campo di battaglia, con centinaia di feriti. Il giorno 13 la rivolta toccò l'apice: mentre un manipolo di studenti occupava la Sorbona, 800mila scioperanti bloccavano Parigi. Per un mese la Francia fu incendiata dalla rivolta, poi il vento cambiò e subentrò alla rivoluzione il desiderio di nomalità. Ma intanto il dado era gettato. In Italia la contestazione studentesca divampò qualche mese dopo, agli inizi di novembre.

Gli studenti in Questura la mattina del 19 novembre (foto Faliva)
A Cremona il 6 novembre nella sala cooperative e mutue di via Beltrami 18, Roberto Giammanco tiene una conferenza su “La rivolta degli studenti” su invito di un gruppo di studenti cremonesi. Qualche giorno dopo a manifestare la loro inquietudine sono per primi il 9 novembre gli studenti dell'Istituto magistrale Sofonisba Anguissola, nel corso di una tavola rotonda convocata dal giornale dell'istituto “Gruppo 66”, anche se si affrettano a chiarire di non essere “contestatori nel senso violento che oggi si attribuisce al termine”, ma solo interessati “ad una discussione aperta e civile sui problemi che ci riguardano più da vicino e che investono tutto tutto quanto il nostro futuro e il nostro avvenire di uomini e di insegnanti”. La contestazione, però, è presente, e verte sulle prospettive offerte dalla scuola, che ogni anno sforna decine di abilitati all'insegnamento che, per accedere alla facoltà di magistero, devono sostenere un esame di ammissione con il risultato di creare schiere di maestri disoccupati. Il motivo? L'inflazione degli studenti, attirati dai quattro anni di corso. Il dibattito è acceso, animato da un lato dal presidente del parlamento dell'Istituto Giovanni Gregori e da un'abilitata recente, Franca Dall'Acqua, e dall'altra i professori Pontiroli, Barbieri e Marcocchi e il direttore didattico Siboni.
I temi della politica e dell'attualità sono ancora lontani in queste prime manifestazioni spontanee di disagio, centrate soprattutto sui temi del diritto allo studio fin da quando, ad inizio dell'anno scolastico, nel settembre il Comitato di agitazione studentesca, nucleo che dà luogo al Movimento Studentesco, aveva diffuso un documento in cui si invitava a combattere nella scuola “il classismo: il 90 % degli alunni delle scuole elementari sono figli di lavoratori dipendenti, nella Università essi si riducono al solo 6%; l’autoritarismo poiché non abitua alla critica personale ma solo ad assimilare un contenuto fornito da superiori (professori, presidi, programmi ministeriali); l’antidemocrazia: gli studenti non hanno alcun potere di controllo sui professori e i professori non l’hanno sul preside”. il documento, annunciando la costituzione del Movimento Studentesco, enunciava i principi su cui doveva basarsi la lotta degli studenti: “Nessuna delega alla soluzione dei nostri problemi; no al parlamentino. si all’assemblea; in ogni istituto si devono creare dei nuclei di mobilitazione permanente tra loro collegati e possibilmente ramificati per classe. studenti: l’azione deve cominciare da oggi!”. 
La protesta degli studenti il 20 novembre
Da questi confini l'analisi si allargherà nei mesi successivi ai temi più generali suggeriti dall'attualità, come la pace, il Viet-Nam, l’America Latina e la figura di Che Guevara, la Cecoslovacchia, la fame nel mondo. Già l'anno prima, d'altronde, qualche studente come Deo Fogliazza dell'Itis, aveva partecipato alla Marcia per la pace nel Vietnam organizzata da Danilo Dolci, Ernesto Treccani e Don Gaggero, in due tappe contemporanee: una che da Milano andava a Roma, l’altra che raggiungeva Roma partendo dal Belice in Sicilia. Un gruppo di ragazzi di Casalmaggiore aveva trascorso una settimana a Parigi per essere presente alle lotte del maggio francese e nei luoghi storici del dibattito extrascolastico, come il Ristorante Centrale, l’Osteria del Vicolo del Cigno, Cinto ed altri si iniziava a discutere e ad impostare volantini che poi venivano ciclostilati presso qualche partito o sindacato che disponesse dell'attrezzatura necessaria, sneza che dovesse interferire.
A Cremona i temi di discussione vertono sui numerosi casi di sovraffollamento in edifici vetusti ed inadatti, sugli orari ed i trasporti scolastici, le mense e così via e su questi problemi molto sentiti si elaborano in diverse scuole dettagliate piattaforme rivendicative proprio utilizzando il diritto di riunione nelle aule. Man mano, però, il movimento diventa meno “spontaneo”, si struttura, si articola e politicizza, dialoga e polemizza coi “vecchi partiti”, si confronta con le organizzazioni giovanili degli stessi. C'è anche un gruppo che in via Oberdan si struttura in modo autonomo e dà vita ad un giornaletto, “Il quarto lato del triangolo” in cui affronta le tematiche più specifiche del mondo studentesco cremonese, come ad esempio i i problemi degli studenti “pendolari” che vengono con autobus e treni a Cremona dalla provincia.
Nel frattempo, però, inizia a crescere la tensione: l'11 novembre avvengono tafferugli a Bologna e Roma. Il 12 novembre si tiene al Cittanova l'assemblea degli studenti del Manin, la prima in orario di lezione alla mattina, moderata da Floriano Soldi con relazioni di quattro studenti: Conte, Mangani, Goi e lo stesso Soldi, al termine della quale viene diramato un comunicato stampa, in cui si ribadisce “l'assoluta infondatezza delle continue accuse che in altre sedi si fanno ai giovani di non essere che strumento, portavoce di determinati partiti e organizzazioni politiche. Niente di più falso: per lo meno al liceo classico si è sentito un appello corale all'unità e all'assoluta indipendenza del fronte studentesco e si è sottolineato continuamente come da gran parte dei giovani sia del tutto superato il discorso delle divisioni partitiche”.
Il provveditore Grimaldi parla agli studenti
Il 13 novembre all'inaugurazione dell'anno dell'Università Cattolica di Milano gli studenti inscenano una protesta abbandonando l'aula della facoltà di lettere e filosofia, al liceo scientifico Leonardo da Vinci la polizia interviene per sgombrare il corridoio del primo piano dagli studenti che lo occupavano, al liceo Berchet 150 studenti disertano le lezioni, a Ferrara polizia e carabinieri intervengono per sedare la protesta degli studenti del liceo scientifico Antonio Roiti contro il preside che non concede il diritto di riunirsi in assemblea, a Fidenza un centinaio di studenti dell'istituto commerciale Luca Paciolo sciopera contro la sostituzione dell'insegnante di estimo agrario. Altre agitazioni avvengono a Mestre, Roma e Bologna. La protesta non risparmia neppure il mondo della cultura d'evasione. Si ribellano anche gli autori di fumetti che disertano in massa il Salone dei Comics di Lucca ed il oltre duecento firmano una dichiarazione contro le strumentalizzazioni intellettualistiche cui sono soggetti: si trovano insieme a braccetto Tex Willer e Trottolino, Zagor e Braccio di Ferro, Diabolik e Tiramolla. E tra gli autori Jacovitti e Bruno Bozzetto, Pier Carpi e i fratelli Montecchi, Armando Testa e Biassotti, soggettisti delle storie di Topolino e Paperino. Il giorno dopo scendono in piazza anche gli studenti di Firenze, Vigevano, Napoli, Sanremo, Genova, Savona, Bari e Bologna.
Il 20 novembre anche a Cremona si tengono le prime manifestazioni: circa settecento studenti delle Magistrali si recano davanti al Provveditorato per consegnare una petizione con le loro richieste, a loro si aggiungono anche studenti del Beltrami, dell'Industriale e dello Stanga, mentre quelli dello Scientifico e del Classico si limitano ad una protesta interna. Il preside del Beltrami Enzo Maffini acconsente alle richieste perchè partecipi alla protesta una delegazione dell'ultimo corso dei geometri, preoccupato per il crollo di parte della cancellata dell'istituto sotto la pressione degli studenti che in via Palestro sono sempre più numerosi. Nel corso del pomeriggio il comitato studentesco decide indire per il giorno dopo una manifestazione di tutti gli istituti superiori cittadini con la richiesta dell'assemblea degli studenti in ogni istituto.
La protesta del 20 novembre
All'appuntamento in piazza Roma si ritrovano oltre seimila studenti che, incolonnati da un discreto servizio d'ordine formato da agenti di polizia e carabinieri, si dirigono verso piazza Cavour e corso Vittorio Emanuele per raggiungere il Provveditorato agli studi. Sugli scalini del palazzo è posizionato un microfono, dove, richiesto a gran voce, si presenta il Provveditore Vero Grimaldi che “assicura che terrà buon conto di tutte le proposte che gli verranno dagli alunni, massimamente se esse saranno state presentate con quella cordialità, della quale non si può fare a meno nelle relazioni umane. Invita, quindi, i giovani a non disertare ancora le aule facendo presente che la scuola, anche per chi non voglia attribuirle altri meriti, è metodo, è graduazione, è programma; rileva inoltre che anche i contestatori hanno ricevuto proprio nella contestata scuola strumentazioni linguistiche ed attrezzature intellettuali sì da poter esprimere in modo efficace le loro opinioni; nutre, infine, la speranza che i giovani sappiano dignitosamente giovarsi del clima di libertà e di benessere preparato con molta fatica dai loro padri”. Il Provveditore, accolto con applausi, se ne va tra i mugugni. Tocca agli studenti dir la loro. Il rappresentante degli istituti tecnici chiede la ristrutturazione dei programmi, un nuovo metodo di insegnamento, l'abolizione delle spese di studio, il diritto di assemblea, e l'orario unico. Quello del liceo classico li liceo unico, il tempo pieno, il presalario, la scuola obbligatoria fino ai 18 anni, le materie opzionali l'abolizione del voto e l'immediata soluzione del problema edilizio. Lo scientifico rivendica la cassa scolastica di studio, la ristrutturazione dei programmi negli insegnamenti di chimica e disegno, l'assemblea per discutere sui diritti degli studenti. A mezzogiorno la manifestazione di scioglie in un clima di grande incertezza, nel pomeriggio di susseguono le voci su un intervento del Provveditore per autorizzare la concessione delle assemblee in tutti gli istituti ma, nonostante i tentativi degli studenti, non vengono reperiti i presidi che possano eventualmente confermare la notizia e, di conseguenza, si resta d'accordo nel ritrovarsi la mattina successiva davanti ai cancelli delle scuole per decidere il da farsi. Il giorno successivo tutti i presidi, in accordo con il Provveditorato, concedono il diritto di assemblea, ma tuttavia la protesta prosegue perchè ai ragazzi fermi in attesa davanti ai cancelli degli istituti arriva la notizia che il preside dell'Istituto professionale per il Commercio Einaudi di via Cavallotti non ha concesso il diritto all'assemblea, ma, sembra solo per la mancanza di un locale adatto, e che gli studenti del Liceo Scientifico sarebbero stati rinchiusi nella scuola. Gli studenti del Classico, dell'Industriale, Magistrali e Beltrami non entrano in classe e si concentrano nuovamente in piazza Roma e raggiungono lo Scientifico dove ad attenderli vi è un cordone di polizia. Tre rappresentanti degli studenti entrano nell'istituto ed apprendono che in realtà il diritto di assemblea è stato concesso e che gli studenti sono entrati. Questa viene immediatamente convocata, e sarà la prima nella storia del mondo studentesco cremonese, e delibera a maggioranza di unirsi agli studenti che attendono in via Palestro. La preside concede ai ragazzi di uscire da scuola e questi vengono accolti all'esterno dagli applausi, poi tutti insieme si dirigono nuovamente a parlare con il Provveditore Grimaldi, decidendo, dopo l'incontro, il rientro a scuola.
La protesta del 20 novembre (foto Faliva)
Gli studenti medi cremonesi hanno fatto un passo avanti verso l'auspicata forma di colloquio con i docenti – commenta il cronista de “La Provincia” - La dimostrazione è arrivata proprio ieri mattina quando l'assemblea dello Scientifico, in piena libertà ha deciso di uscire per solidarietà, unendosi ai colleghi che già manifestavano. E' questo il primo atto di un colloquio che va concretizzato, seriamente, con coscienza non solo dei propri diritti ma anche dei propri doveri. Sottolineeremo come gli studenti cremonesi abbiano compiuto con maturità queste agitazioni riuscendo ad escludere qualsiasi interferenze di elementi che avrebbero potuto trarne vantaggio di ordine partitito e politico. Non sono mancate, è vero, alcune lamentele in ordine a questo particolare. Ma noi, in coscienza, abbiamo seguito passo, passo lo svolgersi delle manifestazioni e possiamo affermare che solo gli studenti hanno manifestato, negando a chiunque la possibilità di strumentalizzarli. Ciò è un fatto positivo perchè è solo dibattendo fra di loro i problemi e con la comprensione dei professori che i giovani potranno portare avanti le loro idee, le loro istanze a vantaggio non solo di loro stessi ma anche della società. In questi tre giorni di agitazione studentesca molti si sono chiesti: che cosa vogliono gli studenti? Quali sono le loro idee? Interrogativi ai quali è difficile dare risposte precise assolute. La «contestazione» degli studenti era nella logica delle cose. Nel dopoguerra si sarebbe dovuto verificare, parallelamente alle trasformazioni politiche, economiche e sociali del paese, il passaggio dalla scuola di élite (tipica di un particolare assetto sociale) alla scuola di massa. Di fatto invece si è verificato solo un ampliamento di ciò che già esisteva, senza adeguare le strutture fondamentali. La scuola è ancora ancorata all'accademicità, al tecnicismo ed al nozionismo. Ora il mondo studentesco è in agitazione. Molto spesso gli studenti assumono posizioni di rottura nei confronti della società ma non dimentichiamo che sino ad oggi non è stato fatto tutto o quanto meno è stato fatto poco perchè essi possano trovare nella scuola non solo il motivo meramente culturale ma anche la preparazione a quella che sarà la vita professionale e civica. Sono grossi problemi, d'accordo, che non si possono risolvere con la bacchetta magica ma dobbiamo dare atto che anche per quelli piccoli si è agito in ritardo”.
Il movimento degli studenti proseguirà nel 1969. Momenti di tensione avranno luogo nella primavera in Piazza Marconi, capolinea dell’autotrasporto pubblico provinciale, con blocco dei bus da parte degli studenti, con rivendicazioni di gratuità del trasporto scolastico e relative agli orari.

Verrà poi occupato l’ITIS - Chimici allora in via S. Lorenzo con l’obiettivo dello studio e della realizzazione dell’orario unico, che risultò piuttosto lunga ed impegnativa e che venne esacerbata dalla voce che il Preside stesse elaborando una contropiattaforma rispetto agli occupanti insieme a studenti di destra. All’occupazione venne poi posta fine dall’intervento dei Carabinieri. Anche il Liceo classico fu occupato per un breve periodo dagli studenti nel febbraio 1969: l’occupazione, per l’atteggiamento più disponibile del Preside, fu poi trasformata in assemblea permanente, con gruppi di studio che si riunivano in orari non di lezione e che si tennero per un lungo periodo.