giovedì 27 luglio 2017

218 a.C. Cremona sfida Annibale


Il busto di Annibale ritrovato a Capua
Per tener vivo l'interesse turistico suscitato dalla mostra del Guercino, Piacenza si appresta ad ospitare nel 2018 una grande mostra dedicata ad Annibale nei sotterranei del palazzo Farnese, approfittando dell'assonanza con il 218 a.C. quando il condottiero cartaginese sconfisse i Romani nella battaglia della Trebbia. Cremona, che pure ad Annibale deve in fondo la sua stessa esistenza, con scarsa originalità ha deciso di puntare tutto sui personaggi del Novecento: don Primo Mazzolari, Mina, Danilo Montaldi e il Premio Cremona”, il cui appeal resta strettamente locale. Un'occasione persa per rinverdire, esattamente a vent'anni di distanza, i fasti della grande mostra archeologica della Postumia, quando la soglia di Santa Maria della Pietà fu varcata da settantamila visitatori. E il materiale da esporre di certo non manca. Basti pensare che abbiamo prestato un elmo celtico in bronzo, proveniente da Pizzighettone, addirittura a Barletta, nel cui territorio si trova Canne, per organizzare lo scorso autunno, guarda un po', proprio una mostra dedicata al viaggio di Annibale, dove il pezzo forte era rappresentato dalla corazza dell'eroe cartaginese, proveniente dal museo del Bardo di Tunisi. La stessa corazza che, prima di tornare in Tunisia, viaggerà con altri pezzi celtici e romani alla volta di Piacenza. Insomma le due colonie gemelle, fondate sulle sponde del Po per fronteggiare l'avanzata dell'esercito cartaginese verso Roma, hanno diviso i loro destini proprio su questa importante occasione, tale da fornire a Piacenza il biglietto da visita ideale per candidarsi a capitale della cultura per il 2020.
Quando Annibale, nel settembre del 218 a.C., valicate le Alpi si presentò nella Pianura Padana, trovò solo una città in grado di tenergli testa: uno sperduto avamposto su uno sperone roccioso della riva sinistra del Po, nel mezzo di un territorio occupato dalle tribù galliche in rivolta, dove seimila spaventati coloni latini erano stati inviati in tutta fretta per difendere i confini, dapprima dall'aggressione dei riottosi galli Boi, e poi dalle soverchianti truppe cartaginesi che, seppure decimate dall'inverno alpino, erano pur sempre dotate di una fortissima cavalleria, dove spiccavano gli elefanti. Cremona, come la gemella Piacenza, era stata fondata solo qualche mese prima, secondo le ultime ricerche i primi di giugno del 218, anche se è possibile che fin dal 222 esistesse un avamposto insediato in territorio gallico, dopo l'accordo stipulato con i Cenomani. Erano momenti storici particolarmente convulsi, quelli a cui fa cenno Tito Livio: nel 225 a.C. vi era stato un primo attacco dei Galli nell'Italia settentrionale a cui Roma aveva risposto inviando un contingente di 80.000 uomini, forniti anche dagli alleati latini, dando il via alla prima iniziativa militare aldilà del Po. Nel 222 Marco Claudio Marcello aveva sconfitto i Galli Insubri ed ucciso il loro capo Vertomaro, ottenendo di conseguenza la disponibilità di un vasto territorio. Secondo Polibio, invece, sarebbe stata proprio la notizia dell'imminente arrivo di Annibale nella Pianura Padana a spingere i Romani a stringere i tempi per la deduzione delle colonie, dando un mese di tempo ai coloni per raggiungere il luogo loro indicato che, evidentemente, era in qualche modo già noto.
Annibale contempla l'Italia dalle Alpi (F. Goya, 1771)
La situazione, però, ben presto, precipita. Nel maggio del 218 Annibale aveva lasciato la penisola iberica con un esercito di 90.000 fanti e 12.000 cavalieri, oltre a 37 elefanti. Il condottiero cartaginese doveva muoversi in fretta se voleva sorprendere le forze di Roma ed evitare l'attacco diretto a Cartagine; Annibale intendeva combattere la guerra sul territorio nemico e sperava di suscitare con la sua presenza in Italia alla testa di un grande esercito e con una serie di vittorie una rivolta generale dei popoli italici recentemente sottomessi da Roma. Il piano predisposto dai romani prevedeva invece che i fratelli Publio Cornelio Scipione e Gneo Cornelio Scipione attaccassero Annibale mentre era ancora in Spagna, facendo leva sulle popolazioni locali, e nel frattempo fossero rafforzate le due colonie latine dedotte sul Po, Piacenza e Cremona. In questo contesto la notizia dell'imminente arrivo in Italia di Annibale, spinge i Galli Boi, già adirati per le assegnazioni agrarie ai nuovi coloni, a tentare un'azione armata con il sostegno degli Insubri nei confronti sia dei due insediamenti padani, che verso le terre occupate intorno ai due nuclei abitati, costringendo i coloni a fuggire verso est riparando a Mutina (Modena), rimasta interamente sotto il controllo romano, che viene stretta d'assedio. Tra i coloni che avevano trovato scampo a Mutina vi erano anche i triumviri incaricati dell'organizzazione della colonia di Piacenza, Publio Cornelio Scipione Asina, Papirio Masone e Gneo Cornelio Scipione. I tre deductores cremonesi, invece, Caio Lutazio Catulo, Caio Servilio Gemino e Marco Annio, che tentano di trovare un accordo con i Boi, vengono invece fatti prigionieri dai Galli ed a nulla serve un tentativo di liberarli compiuto dal pretore Lucio Minucio con la legione Quarta che, a sua volta, viene intrappolata dai Boi nella località di Tanneto, costringendo Roma ad inviare un altro contingente armato sotto la guida di un pretore, che però non riesce a liberare la legione prigioniera. I Boi, qualche mese dopo, offriranno i tre ostaggi ad Annibale che però consiglierà loro di tenerli in serbo in vista di uno scambio con prigionieri galli in mano dei romani. Tito Livio, che con Polibio si occupa di queste vicende, aggiunge anche una notazione curiosa e pungente sulla presunta pigrizia dei Celti, incapaci di sostenere l'assedio alla città e di bloccarne le vie di accesso.

Elmo bronzeo trovato a Pizzighettone
(seconda metà del III sec. a.C.)
Alla fine di settembre Annibale raggiunge la Pianura Padana e si accampa ai piedi delle Alpi per far riposare le truppe, impegnate per quindici giorni nell'attraversamento della catena montuosa e quasi dimezzate nei loro effettivi. Qui cerca di stringere un'alleanza con i Taurini, che si erano ribellati agli Insubri senza peraltro fidarsi troppo dei Cartaginesi, ma, non essendo riuscito nell'intento, stringe d'assedio la città di Taurasia, che dopo tre giorni capitola. Molti degli abitanti vengono messi a morte in modo da costringere le popolazioni limitrofe alla sottomissione. Una volta ottenuta la fedeltà delle numerose tribù celtiche Annibale decide di avanzare verso la pianura, ma viene a sapere che il console Publio Cornelio Scipione lo ha preceduto e lo attende a nord del corso del Po. Publio Scipione, infatti, una volta inviato il fratello Gneo in Spagna con la flotta e parte delle truppe, era ritornato in Italia, sbarcando a Pisa, ed attestandosi a Piacenza. Entrambi si apprestano a darsi battaglia, increduli per la rapidità dimostrata dall'avversario nei repentini spostamenti, avanzando lungo le sponde opposte del Ticino. Dopo due giorni di marcia, orami vicini, piantono gli accampamenti ed i romani, secondo Tito Livio, costruiscono anche un ponte sul Ticino, difendendolo con una fortificazione. Ne approfitta Annibale che, mentre i romani sono impegnati in queste operazioni, invia il suo generale Maarbale con una schiera di 500 cavalieri Numidi a devastare i campi delle tribù alleate dei romani, ordinando di risparmiare i Galli, in modo che i loro capi potessero in seguito defezionare a favore di Cartaginesi.
Lo scontro avviene a Viginti Columnae, una località non lontano dall'attuale Vigevano, verso la metà di novembre: i romani si era accampati a poco più di sette chilometri da Victumuli (forse l'odierna Lomello) dove a sua volta era accampato Annibale che, intuendo l'approssimarsi della battaglia, aveva richiamato in tutta fretta la cavalleria numida. Si trattò, in realtà., di uno scontro improvvisato, in quanto Scipione era andato in avanscoperta con i propri cavalieri romani e celti per spiare le condizioni dell'esercito nemico, senza immaginare che anche Annibale stava facendo la stessa cosa guidando la cavalleria numidico-iberica. Le due cavallerie si scontrarono frontalmente, dando vita ad un combattimento che per lungo tempo rimase equilibrato. Quando però i Numidi operarono l'accerchiamento alle "ali", caricando i soldati romani alle spalle, i velites, che inizialmente avevano evitato l'urto dei cavalieri nemici, vennero schiacciati dall'impeto numida. Gli altri, una volta assaliti alle spalle, si diedero alla fuga, disperdendosi, altri si strinsero attorno al console che, gravemente ferito, fu portato in salvo a Cremona Il resto dell'esercito romano raggiunse Piacenza, dopo aver sciolto le corde che legavano l'estremità del ponte sul Ticino, in modo da ritardare l'avanzata delle truppe cartaginesi. Annibale, dopo aver fatto circa 600 prigionieri, con due giorni di marcia riuscì a far passare il grosso dell'esercito cartaginese a sud del Po, sopra un ponte di barche, e pose l'accampamento a sei miglia da Piacenza, senza tuttavia forzare l'assedio alla città.
Un nuovo scontro avvenne il 18 dicembre sul fiume Trebbia. Dopo la battaglia del Ticino negli accampamenti romani vi era stata la rivolta degli ausiliari Galli che, dopo aver massacrato le sentinelle romane, in 2.000 fanti e 200 cavalieri erano passati dalla parte di Annibale. Scipione, prevedendo una rivolta generale, seppur ancora sofferente per la ferita riportata al Ticino, mosse da Cremona per spostarsi verso il fiume Trebbia in posizioni più elevate e collinari per meglio ostacolare la cavalleria cartaginese, e costruì un campo fortificato in attesa dell'arrivo delle legioni di Tiberio Sempronio Longo. Annibale, preoccupato per la scarsità dei viveri a disposizione all'approssimarsi dell'inverno, aveva occupato Clastidium, la fortezza-dispensa dove i Romani tenevano grandi riserve di viveri, in particolare di grano, grazie al tradimento del prefetto Daesio.
Spada celtica ritrovata a Romanengo
Inizialmente i Galli che abitavano la regione tra la Trebbia e il Po, di fronte a uno scontro tra popolazioni tanto potenti, preferirono mostrarsi amici di entrambi. I Romani che lo sapevano, ne tollerarono il comportamento, per evitare di avere ulteriori difficoltà. Ad Annibale invece spiaceva moltissimo poiché diceva di essere venuto in Italia per liberarli dal giogo romano, ma, per procurarsi i mezzi di sussistenza necessari all'esercito, aveva saccheggiato tutto i villaggi fino alla sponda destra del Po. I Galli avevano allora richiesto aiuto ai Romani, ma Scipione, dopo la rivolta negli accampamenti e ricordandosi del fatto che i Boi qualche mese prima avevano consegnato ad Annibale gli agrimensori cremonesi venuti a spartire le terre, non si fidava di loro. Tiberio Sempronio Longo, invece, che aveva affrontato vittoriosamente i cartaginesi in un primo scontro sul Trebbia in difesa degli alleati Galli, premeva per la soluzione veloce, probabilmente anche perché l'anno consolare volgeva alla fine e quindi la gloria, e i relativi vantaggi politici, di una vittoria su Annibale sarebbero toccati ai consoli successori. Publio Cornelio Scipione, ferito, cercava di prendere tempo, sia perchè riteneva che le legioni sarebbero state maggiormente preparate se avessero affrontato durante l'inverno un sufficiente addestramento, sia perchè sperava che i Celti, vista la forzata inattività dei Cartagine, avrebbero potuto voltar le spalle ad Annibale. Quest'ultimo, sebbene la pensasse quasi allo stesso modo di Publio Scipione, desiderava scontrarsi con i Romani il prima possibile: prima di tutto per meglio sfruttare l'ardore degli alleati Celti, almeno fino a quando gli fossero stati fedeli; in secondo luogo poiché le legioni romane erano state appena arruolate e poco addestrate e terzo, perchè sapeva che Publio, il migliore dei due consoli, era ancora ferito e non avrebbe potuto partecipare alla battaglia. Per questo motivo, quando seppe dagli esploratori mandati in avanscoperta che i Romani si apprestavano alla battaglia, il Cartaginese decise di giocare d'astuzia scegliendo un punto tra i due accampamenti dove si trovava una pianura priva di alberi, ma adatta ad un'imboscata, con un corso d'acqua dalle alte sponde, dove cresceva una vegetazione rigogliosa che gli studiosi hanno individuato ad est di Gazzola nei pressi di Rivalta. Qui fece nascondere le sue truppe, mandando il fratello Magone con la cavalleria numidica a provocare i Romani gettando dardi contro i posti di guardia. Sempronio cadde nel tranello, attraversando il fiume con tutta la cavalleria, la fanteria leggera e tutto il resto dell'esercito. Fu un strage: 10.000 soldati romani , stanchi, affamati, bagnati, ma compatti, riuscirono a ritirarsi in buon ordine a Piacenza. Dei resti dell'esercito romano una parte fu sterminata nei pressi della Trebbia dai cavalieri e dagli elefanti di Annibale, mentre indugiava a ripassare il corso del fiume gelido. La cavalleria e parte della fanteria romana riuscì inizialmente a tornare all'accampamento e poi, visto che le forze cartaginesi non riuscivano a passare il fiume per la stanchezza, irrigiditi dal freddo, oltreché dal disordine, a raggiungere Piacenza guidate da Publio Cornelio. Una parte dei Romani, infine, si spostò a Cremona, per non gravare con tutto l'esercito sulle risorse di una sola colonia.

La tomba celtica di Offanengo
Annibale non si curò più delle due colonie e proseguì la sua discesa dell'Italia, contando sul fatto che le tribù galliche dei Boi e degli Insubri si sarebbero, come avvenne, nuovamente ribellate, costringendo Piacenza e Cremona a resistere ad oltranza, creando ostacoli agli arruolamenti di Galli da parte dell'esercito cartaginese, ritardando la marcia di Asdrubale che, nel 207, ritentò l'impresa del fratello cingendo d'assedio Piacenza senza ottenere alcun risultato, ma rinunciando ad attaccare Cremona, protetta dal Po verso tutti gli assalti provenienti da sud. Nonostante il prolungarsi della guerra finisse con il minare la volontà di resistenza degli alleati, e si moltiplicassero le defezioni dei coloni, le due colonie gemelle resistettero ancora, fino al 206, quando i loro inviati posero davanti al Senato la questione dell'impatto che il conflitto aveva avuto sulle due comunità. Il senato si limitò ad ordinare ai coloni di rientrare, inviando in aiuto un pretore con un nuovo contingente militare. Il conflitto andò avanti e la guerra finì con il mutare il destino che fino ad quel momento aveva accomunato le due colonie. Nel 200 a.C. l'esercito cartaginese guidato da Asdrubale, unitosi ai Celti, compresi gli stessi Cenomani, mise a ferro e fuoco Piacenza, massacrando due terzi dei coloni che la abitavano, ma nulla potè contro Cremona, dove resistevano ancora gli abitanti protetti dalle strutture difensive, in attesa del soccorso che di lì a poco sarebbe arrivato con l'arrivo di un nuovo esercito consolare guidato da Lucio Furio. Nella furiosa battaglia in campo aperto, dove trovarono la morte Asdrubale e tre capi gallici, ebbero la meglio i Romani, che riuscirono a liberare duemila ostaggi catturati dai Galli a Piacenza. Annibale, sconfitto a Zama nel 202, si era ormai ritirato nella sua Cartagine. Per anni si è ritenuto che il luogo dello scontro fosse il quartiere Battaglione, anche se la notizia è priva di qualsiasi fondamento.
Numerosi sono invece i ritrovamenti archeologici che testimoniano la presenza del Celti nel nostro territorio ed il loro rapporto con i coloni romani. Per la fase più antica, tra il IV ed il III secolo a.C. si sono individuati nove ambiti con una distribuzione geografica lungo il corso del Serio, del Po e dell'Oglio. Spiccano poi i ritrovamenti di Pizzighettone con la presenza di una serie di elmi ritrovati nelle acque del fiume Adda, e quello di Rivolta d’Adda rappresentato dal tesoretto di dracme padane del terzo quarto del II secolo a.C. Vi è poi la tomba con il corredo di guerriero di Romanengo riconducibile alla seconda metà del III secolo a.C. ad un’area probabilmente sotto il controllo degli Insubri e la necropoli della Cascina Venina ad Isengo.


lunedì 17 luglio 2017

Enzo, il re cremonese

Adelasia di Torres incontra
il giovane Enzo di Svevia

E' uomo di singolare valore e coraggio, e guerriero prode, e sollazzevole quando gli piace, compositore di canzoni, e che in guerra sa andare audacemente incontro ai pericoli, è bel uomo di statura mezzana”. Così descrive Salimbene de Adam nella sua “cronica” re Enzo, il figlio bello e sfortunato di Federico II, non senza aggiungere che, a suo avviso, di tutti figli dell'imperatore svevo era “il più valente”. Enzo è noto soprattutto per avere dato il suo nome al palazzo bolognese in cui fu richiuso per ventitrè anni e per la fama che lo circonda di romantico eroe nordico, che, dalle finestre del suo carcere dorato, assiste impotente alla tragedia degli Honenstaufen dopo la morte del padre, alla misteriosa morte di Corrado IV ed a quelle tragiche di Manfredi e Corradino. Poco conosciuto, invece, è il rapporto particolare che per tutta la vita lo legò alla sua città natale, Cremona, al punto da commissionare ad un letterato cremonese, Daniele Deloc, quando oramai era già da anni prigioniero a Bologna dopo la cattura a Fossalta, la traduzione dall'arabo di un trattato di falconeria, la passione che aveva ereditato dal padre. Eppure, mentre il cortiletto di palazzo comunale è stato intitolato alla memoria del padre, nessun ricordo esiste nella sua città natale dell'unico re che vi abbia risieduto stabilmente e ne abbia fatto la sua corte ed il suo rifugio. Di Enzo non si sa nulla di preciso, prima della sua investitura a cavaliere nel 1238 a Cremona. E la cosa è abbastanza verosimile, vista la sua origine, forse neppure imperiale. Stando a quanto riferiscono due storici medievali a lui contemporanei, Riccobaldo da Ferrara e Francesco Pipino, sua madre sarebbe stata infatti una fanciulla cremonese. Ad onore del vero fino a qualche anno fa non erano mancate neppure altre ipotesi. Ad esempio il cronista di origine francese Giovanni di Viktring sostiene che Enzo fosse figlio di Bianca Lanza, nipote del marchese di Monferrato e madre di un altro figlio illegittimo di Federico II, Manfredi. Altri sulla scorta di Tommaso Tosco hanno ritenuto che fosse figlio di una tedesca, per il nome stesso di Enzo e perchè conosceva il tedesco. Ma per l'origine cremonese depongono altri elementi: ad esempio il fatto che Enzo nel suo testamento ricorda come sorella carissima una certa Caterina da Marano, di cui ci restano pochissime notizie, tra le quali, però, è di grande importanza il fatto che essa si sposò a Cremona nel 1247 con Giacomo Del Carretto. Enzo, inoltre, fu riconosciuto e creato cavaliere dal padre proprio a Cremona e fece poi di questa città un punto di riferimento costante in tutti i suoi spostamenti. Ci sono dunque molti elementi per poter ipotizzare che egli sia nato proprio a Cremona e qui abbia trascorso la sua fanciullezza. E' incerta anche la data della nascita, che ora viene posta verso il 1220. Infatti secondo alcuni storici, Enzo non avrebbe avuto ancora venticinque anni quando fu fatto prigioniero nel 1249 alla battaglia di Fossalta: il che presupporrebbe che egli fosse nato nel 1224. Contro questa convinzione si sono espressi altri storici più recenti i quali hanno ritenuto del tutto improbabile che Federico II nominasse suo figlio legato generale in Italia nel 1239 se questi avesse avuto a quell'epoca appena 15 anni, per cui si è dunque preferito spostarne la data di nascita verso il 1220. Per la verità, non ci sono ulteriori elementi per poter essere più precisi, se non forse il fatto che ben difficilmente Enzo, quando sposò nel 1238 Adelasia di Torres, già ultratrentenne, poteva avere meno di 16 anni. C'è da aggiungere che la precocità era d'altronde una caratteristica degli Honenstaufen, se Federico, al momento di fare il suo ingresso trionfale a Cremona nel luglio 1212, dopo una rocambolesca attraversata del Lambro a cavallo per sfuggire ai milanesi, aveva appena 17 anni. Sta di fatto che ancora molto giovane Enzo seguì il padre nei suoi spostamenti nel Regno, in Puglia e Capitanata, di cui parla con nostalgia in una canzone composta nella lunga prigionia bolognese.
Re Enzo catturato dai bolognesi
in una miniatura medievale
I contemporanei sono d'accordo nel descrivere di Enzo la bellezza del corpo e il valore e l'audacia nelle armi. Frà Salimbene da Parma lo descrive biondo, di media statura, di animo valente, di gran cuore e di umore gaio, di mente sveglia e fantasiosa, in guerra molto audace anche se forse troppo spericolato. Daniele da Cremona lo loda per "sa grande cortoisie, sa noble valor".
Nell'ottobre 1238 Enzo, dopo essere stato creato cavaliere, s'imbarcava per la Sardegna con una scorta di gentiluomini per sposare Adelasia, giudicessa di Torres o Logudoro, vedova di Ubaldo Visconti, giudice di Gallura. La scelta era stata suggerita a Federico II dalla famiglia ghibellina genovese dei Doria, suoi fedelissimi sostenitori, imparentati con Adelasia. Giunti a Cremona avevano caldeggiato il matrimonio tra Adelasia ed Enzo, che avrebbe di fatto portato buona parte della Sardegna sotto il controllo dell'Impero. Federico II, colta l'importanza politica dell'operazione, che apriva peraltro un nuovo fronte di contrasto nella sua lotta ormai più che decennale con la Chiesa, aveva mandato subito in Sardegna suoi ambasciatori presso Adelasia per proporle il figlio come marito e Adelasia, pur avendo quasi il doppio degli anni di Enzo, lusingata dall'offerta, accettò. Al papa Gregorio IX non restò che scomunicare i due sposi e lanciare, l'anno successivo, l'anatema contro Federico II per essersi attribuita la sovranità della Sardegna.
In realtà Enzo restò in Sardegna solo pochi mesi, chiuso nel suo palazzo di Sassari, perchè nel luglio 1239 fu richiamato dal padre a Cremona a reggere l'ufficio di legato generale in Italia. Adelasia frattanto, abbandonata dal marito, estromessa dal potere ed angustiata forse dalla scomunica, si piegò sino quasi a umiliarsi al pontefice Innocenzo IV, il quale diede incarico all'arcivescovo d'Arborea di toglierle nel 1243 la scomunica e poi di concederle nel 1245 anche l'annullamento del matrimonio sul pretesto di nullità, per essere lo sposo uno scomunicato. Adelasia visse i suoi ultimi anni di vita nel castello di Goceano, dove morì dopo il 1255, senza lasciare eredi: sembra infatti da escludere del tutto che l'Elena figlia di Enzo che andò sposa al conte di Donoratico Guelfo Della Gherardesca possa essere figlia di Adelasia.
La battaglia di Fossalta in una miniatura del Codice Chigi
Nel decennio che va dal luglio 1239 al maggio 1249 Enzo, vero braccio destro del padre, fu tra i principali protagonisti dello scontro che infuriava nell'Italia centrosettentrionale tra l'Impero, i Comuni e il Papato. Il 25 luglio 1239 venne nominato "Sacri Imperii totius Italiae legatus generalis" con ampi poteri politici e militari sui vari podestà e vicari (perlopiù pugliesi) a cui Federico II aveva affidato i nuovi distretti territoriali in cui aveva suddiviso il Regno d'Italia. Nel nuovo piano di organizzazione amministrativa che Federico II aveva predisposto in giugno, Cremona era destinata ad essere la capitale di un vicariato che si estendeva su quasi tutta l'Italia del Nord. Era frutto di un lungo lavoro che Federico aveva portato avanti in due anni di continue battaglie e trattative diplomatiche. Federico II, di ritorno dall'impresa in Germania contro il figlio Enrico, aveva dapprima incontrato le milizie cremonesi nell'agosto del 1236 sul fiume Mincio e con esse si era recato in città; da questo momento e sino al 1250, Cremona svolse il ruolo di capitale imperiale per l'Italia settentrionale e l'imperatore vi soggiornò non meno di diciotto volte. La città era divenuta l'anno seguente il quartier generale dell'esercito imperiale prima della campagna contro i bresciani e i milanesi. All'indomani della vittoria di Cortenuova (27 novembre 1237) Federico II aveva fatto il suo ingresso trionfale in città, accompagnato dal suono delle trombe, scortato da una colonna infinita di prigionieri e seguito dal carroccio dei milanesi, la cui antenna era inclinata fino a terra e sopra il carro era legato con disonore il podestà di Milano, figlio del doge di Venezia Pietro Tiepolo. Il carroccio nemico era trainato dall'elefante di Federico, che portava sul dorso un castello di legno con armati e con le bandiere recanti l'aquila imperiale. Le prigioni della città si erano riempite di nemici in attesa di essere registrati e trasferiti nei castelli della Puglia e della Calabria. In seguito a Cremona si era celebrato il matrimonio di Ezzelino da Romano con la figlia dell'imperatore, Selvaggia, e nel 1238 il figlio Enzo aveva ricevuto, come abbiamo visto, l'investitura a cavaliere.
Dal momento del suo ritorno dalla Sardegna fino alla battaglia di Fossalta, Enzo fece di Cremona la sua base operativa e la sua reggia. Come il padre, d'altronde, anch'egli non era un sovrano residente, nella città si fermava per qualche settimana in un palazzo imperiale vicino al monastero di San Lorenzo, ormai inserito entro la cinta edificata nel 1169. In questa città vecchia abitavano i rappresentanti della Societas militum, i nobili, che si contrapponevano al popolo, che era sistemato oltre la Cremonella presso la chiesa di S. Agata, ove fu edificato il Palazzo del Popolo nel 1256. Enzo restò a Cremona fino a settembre, quando invase la Marca d'Ancona che l'Impero rivendicava di diritto e che era stata occupata da Innocenzo III durante la minorità di Federico II. Molte città della Marca gli si sottomisero senza opporre resistenza: così Iesi, Macerata ed Osimo, a cui Enzo aveva promesso alcuni privilegi economici. Il papa rispose all'invasione della Marca riscomunicando Enzo e togliendo ad Osimo il seggio vescovile. Furono dieci anni di frenetica attività militare. L'anno successivo Enzo fu a fianco del padre dapprima a Foligno e poi all'assedio di Ravenna. Nel maggio 1241 era a Pisa a comandare le operazioni navali contro i genovesi alleati del Papa, sconfitti tra l'isola del Giglio e Montecristo, catturando un ricchissimo bottino, oltre a cardinali e un centinaio di alti prelati che fece rinchiudere nel castello di San Miniato e poi trasferire in carcere nei castelli pugliesi. Si portò poi in Romagna poiché, ormai caduta Faenza, sembrava prossima l'occasione per un attacco decisivo alla strenua Bologna. A Ravenna cadde ammalato e venne curato dai monaci di S. Maria in Porto, che egli poi ricevette per gratitudine sotto la speciale protezione imperiale. Nel 1242, essendosi bloccata per la morte di Gregorio IX la marcia di Federico II su Roma, E. si impegnò prevalentemente in azioni di saccheggio e devastazione nei territori dei Comuni guelfi lombardi: fece scorrerie nel Milanese, assediò e prese il castello piacentino di Roncarello, distrusse Treviglio e altre località sulla sinistra dell'Adda sino a quando, ferito ad una coscia da un dardo nei pressi di Palazzolo, nel Bresciano, non fu costretto a ritirarsi a Cremona. Nel 1243 proseguì le sue campagne in Lombardia per poi ritirarsi infine di nuovo a Cremona. Nel 1244, unitosi di nuovo a Manfredi Lancia e a capo di una nutritissima cavalleria e delle milizie comunali cremonesi con il loro carroccio, Enzo puntò su Piacenza e bruciò alcune località prossime alla città, compreso l'ospedale di S. Spirito, ma essendoglisi fatto incontro un forte esercito della Lega lombarda preferì ripiegare prudentemente su Cremona. Nel 1245 il nuovo papa Innocenzo IV, il genovese Sinibaldo Fieschi, riuscì a convocare a Lione un concilio che il 7 luglio dichiarò Federico II deposto, sciogliendo i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà e bandendo contro di lui una crociata. Anche Enzo venne, in quell'occasione, per l'ennesima volta scomunicato. Ebbe poi dal padre il compito di muovere dall'Adda contro Milano con le truppe di Cremona, Parma, Reggio e Bergamo. Pur ostacolato da un canale artificiale fatto costruire dai Milanesi, riuscì infine ad attraversarlo e a venire a battaglia, l'8 novembre, coi Milanesi a Gorgonzola. L'esito fu felice per le sue truppe, ma Enzo, spintosi audacemente troppo avanti, fu catturato da un drappello di nemici capeggiati da Simone di Locarno e subito rinchiuso nel campanile di Gorgonzola. Il sopraggiungere delle truppe imperiali convinse pero i Milanesi a liberarlo, non prima però di avergli fatto giurare di ritirare il suo esercito e di abbandonare la campagna in atto, cosa che fece subito dopo anche Federico II. Nel marzo 1247 rientrò a Cremona per assistere alle nozze della sorella Caterina e si diede poi a saccheggiare il Bresciano ponendo l'assedio al castello di Quinzano. Qui si trovava quando gli giunse nel giugno la notizia che Parma si era ribellata mettendo in crisi tutto lo scacchiere militare ghibellino ed in pericolo il transito verso il Sud attraverso il passo della Cisa, oltre alla sicurezza della stessa Cremona ormai completamente circondata da città tutte guelfe. E. corse subito ad assediare Parma, ma commise forse l'errore di non attaccare subito la città, ben presto sovvenuta di armati inviati da tutte le città della Lega. Quando giunsero, nel luglio, anche le truppe imperiali di Federico II attaccare la città era ormai divenuta operazione impossibile e fu quindi deciso di prenderla per fame. Fu allora che Federico II decise che, una volta conquistata Parma, l'avrebbe distrutta dalle fondamenta costringendo gli abitanti ad andare ad abitare la nuova città che egli si mise a costruire in gran fretta tra Parma e Fidenza e a cui diede il nome augurale di Vittoria. Ad Enzo frattanto fu affidato il compito di battere le strade che portavano a Parma per impedire rinforzi di armati o rifornimenti di vettovaglie agli assediati. Passò così tutto l'inverno, ma la mattina del 18 febbraio 1248, mentre Federico II si era recato a caccia col suo seguito, i Parmensi uscirono in massa dalla città e, sorprendendo gli assedianti, distrussero Vittoria, impadronendosi dello stesso tesoro imperiale. La clamorosa e inaspettata disfatta fu un colpo fatale e decisivo per i piani di Federico II e a nulla valse il fatto che egli si ripresentasse dopo appena quattro giorni con un esercito davanti alla città di Parma. Enzo frattanto si spostava a Cremona, dove veniva nominato podestà, col compito strategico di mantenere sotto controllo la forte posizione che occupava sul Po. Nel 1249 sposava a Cremona una nipote di Ezzelino da Romano di cui non ci è stato tramandato il nome. Si trovava ancora a Cremona quando venne avvertito che i bolognesi avevano deciso di muovere contro Modena che si manteneva ostinatamente fedele all'Impero. Enzo raccolse la sua guardia tedesca con i cavalieri cremonesi e reggiani e si precipitò a Modena e da qui mosse subito, con le fanterie modenesi, verso il Panaro. Vi giunse alle 3 del pomeriggio del 26 maggio e cominciò ad attaccare i guastatori bolognesi intenti a far legna per la costruzione del ponte. Le grida di costoro spinsero i Bolognesi ad attraversare in massa e precipitosamente il fiume, mentre i loro squadroni di cavalleria, con ampio movimento avvolgente, sorprendevano ai fianchi l'esercito imperiale stanco e disorganizzato. E. ordinò la ritirata, ma rimase a proteggere la retroguardia con i suoi cavalieri tedeschi. Un rallentamento alla ritirata avvenne alla Fossalta a causa di un torrente ingrossato dalle acque: da qui verso Modena la ritirata si trasformò in rotta disastrosa. Lo stesso Enzo, giunto in località San Lazzaro, alle porte di Modena, fu rovesciato da cavallo e venne ben presto catturato. Alla fine della giornata i Bolognesi trionfanti si accorsero di aver fatti prigionieri, oltre al re, ben 1.200 fanti e 400 cavalieri, fra i quali Buoso da Dovara, condottiero dei Cremonesi, Marino da Eboli, podestà di Reggio, Corrado conte di Solimburgo, Antolino dell'Andito, Gerardo Pio, Tommaso da Gorzano e molti altri nobili ghibellini. Enzo fu dai Bolognesi dapprima rinchiuso, sino al 17 agosto, nella rocca di Castelfranco e poi in quella di Anzola sino al 24 agosto, giorno in cui venne condotto trionfalmente a Bologna e rinchiuso in quel palazzo nuovo che il Comune aveva costruito nel 1245 e che da allora si cominciò a chiamare "palazzo di re Enzo".
Il palazzo di Re Enzo a Bologna
Con lui furono imprigionati Marino da Eboli, Corrado di Solimburgo, Buoso da Dovara e Antolino dell'Andito, mentre tutti gli altri prigionieri vennero distribuiti in varie carceri private, poste nei quattro quartieri cittadini. Per costoro iniziò molto presto l'abituale operazione di riscatto, cosicché non era passato neppure un anno che nelle carceri bolognesi restavano poco più di 300 prigionieri, di cui diversi fuggirono nell'aprile 1253. Federico II scrisse diverse lettere ai Bolognesi perché suo figlio venisse liberato, alternando le lusinghe alle minacce, ma i Bolognesi, orgogliosissimi della loro preda, decisero di tenere Enzo prigioniero sino alla morte.. E così il giorno seguente l'ingresso di Enzo a Bologna si radunò il Consiglio comunale per deliberare che il giovane re mai e a nessun patto potesse essere rilasciato, ma dovesse vivere prigioniero sino alla fine dei suoi giorni, provveduto a pubbliche spese e con servitù consona al suo rango. Ai primi del 1272 Enzo si ammalò e fu preso in cura da diversi medici, tra i quali uno di sua fiducia, Eliseo da Siena, che egli volle fosse ricompensato con la cospicua somma di 100 lire di bolognini. Ma ogni cura fu inutile: morì il 14 marzo di quell'anno. Il suo corpo fu imbalsamato e, rivestito di abiti regali, fu sepolto, con solenni onoranze a spese del Comune di Bologna, nella chiesa del convento di S. Domenico. Nel suo testamento del 6 marzo 1272 alla sorella Caterina da Marano che, rimasta vedova nel 1268, si era trasferita da Cremona a Bologna per essergli di conforto, lascia 2.000 lire e altre 500 al convento delle suore della Misericordia che l'avevano onorevolmente ospitata. Prima della morte, comunque, Enzo dalla prigionia ebbe ancora modo di ricordarsi della sua Cremona quando chiamò presso di sé un giovane traduttore cremonese, Daniele Deloc, al quale commissionò la traduzione in antico francese di due trattati di falconeria dell'arabo Moamin o Moamyn e del persiano Ghatrif o Tarif, che costituiscono il primo testo scritto in lingua d'oïl nella penisola italiana. 

martedì 11 luglio 2017

La calda estate degli Happy Boys

Gli Happy Boys nel dicembre 1956
al Circolo della Stampa di Milano

Se il 2017 è stato l'anno di Monteverdi, il 2018 sarà quello di Mina quando cadranno i 60 anni del debutto della Tigre di Cremona. Quest'anno, però, cade anche un altro anniversario legato a quegli anni indimenticabili. Il 1957, infatti, fu l'anno della definitiva consacrazione internazionale degli “Happy Boys” di Nino Donzelli, che, dopo qualche mese, avrebbero lanciato quella sconosciuta ragazzina, timida, spilungona, ma dalla voce formidabile destinata a rivoluzionare la canzone italiana. In quella lunga estate del '57 si gettarono le basi per un periodo irripetibile nella storia musicale della nostra città: gli “Happy Boys”, costituiti da Donzelli nel 1949, partirono per quella infinita tournée in Turchia destinata a segnare la loro storia e quella della Tigre. A febbraio era uscito il loro primo disco, preceduto dai commenti lusinghieri della stampa, dopo la partecipazione fin dal 1954 al concorso “Bacchetta d'oro Pezziol”, la nota trasmissione radiofonica condotta da Nunzio Filogamovinta quell'anno da Henghel Gualdi, in cui erano giunti al secondo posto. Nell'ottobre del 1956 si era tenuta a Boario Terme un'altra manifestazione artistica che aveva avuto una larghissima risonanza: era stato eletto «il “Benny Goodman” italiano, quel clarinettista cioè che maggiormente si avvicina per stile e carattere al celebre solista americano (ed è risultato vincitore Henghel Gualdi) e la “reginetta del jazz”, quella cioè che, fra una decina di giovani, promettenti cantanti rivelasse le migliori doti. Ha vinto Wilma De Angelis che già aveva conquistato nel campo della musica leggera una vasta notorietà». «Si tratta insomma – aggiungeva il cronista de “La Provincia” - di una giovane dall'avvenire certo, destinata a salire i più alti gradini della notorietà. Wilma De Angelis sarà domani all'Odeon dove presenterà le più belle canzoni del suo repertorio; accanto a lei Nino Donzelli ed il suo complesso Happy Boys, che da quando è tornato all'Odeon, dopo mesi di assenza da Cremona, riscuote un successo sempre crescente ed entusiastico». Durante l'assenza da Cremona gli “Happy Boys” si erano esibiti nel dicembre 1956 anche al Veglione del Circolo della Stampa di Milano insieme a Maria Callas e Wilma de Angelis, dove erano stati notati dall'impresario italo-egiziano Davide Matalon, proprietario della Italdisc, e poi fondatore della Broadway, la prima casa discografica di Mina. Fu così che all'inizio del 1957 incisero il loro primo disco. Così lo racconta “La Provincia” in un articolo del 7 febbraio: «Il complesso “Happy Boys” diretto dal maestro Nino Donzelli ha inciso un microsolco che in questi giorni viene posto in vendita in tutta Italia. Si tratta di un gruppo di dieci celebri motivi americani, fra le più famose melodie che la musica da ballo abbia prodotto. Accanto a tre “Rock and Roll”, la danza del momento, vi è “Blue moon”, “Frenesy”, “Arcobaleno”, “Straniero fra gli angeli”, “Tutto sei tu”, “Jungle drums”, “Temptation”. E' motivo di compiacimento per i cremonesi questo disco al quale altri si aggiungeranno: è infatti la prima volta che un'orchestra cremonese di qualsiasi genere ha un così alto riconoscimento (non è da dimenticare che di molte migliaia di complessi orchestrali sono solo alcune decine quelli che possono vantare una produzione discografica) e la cosa non può passare inosservata. 
All'Ankara Palace nell'estate 1957
Per il complesso di Nino Donzelli questa è un'ambita soddisfazione che si aggiunge alle tante altre che gli 'Happy Boys' hanno saputo conquistarsi, ed una nuova prova di quanto il valore della formazione sia riconosciuto ed apprezzato. Dal punto di vista artistico le dieci incisioni sono tutte altrettanto pregevoli; incisioni commerciali nel senso che non seguono una determinata ortodossia, ma sono fatte per piacere al pubblico più vasto, aggiungono ai pregi di una valida esecuzione la fresca spontaneità e la ottima qualità degli arrangiamenti. Una novità davvero interessante, è data dal fatto dimostrato dalle incisioni, che gli 'Happy Boys' non dispongono di uno solo ma di due complessi che possono inserirsi uno nell'altro, o agire distintamente pur essendo ognuno di essi perfetto. Nino Donzelli ha infatti presentato la consueta grande formazione ed in quattro incisioni ha dato vita ad un sestetto che celebri esperienze ha reso classici: fisarmonica, vibrafono, chitarra, clarino, basso e batteria (si noti l'assenza del pianoforte) che danno vita ad alcune esecuzioni nelle quali le sonorità raggiungono effetti d'impensata efficacia. La formazione che ha inciso il disco era la seguente: Nino Donzelli pianoforte e fisarmonica, Giorgio Levi vibrafono, Luigi Ruggeri tromba, Mario Bertoni clarino, Lino Pavesi sax contralto, Valentino Giazzi trombone, Renzo Donzelli chitarra, Giacomo Masseroli contrabbasso, Guido Mombrini batteria».
I giochi erano ormai fatti e verso la fine della primavera del 1957 i “ragazzi felici” potevano partire per loro grande avventura musicale in Medioriente, scritturati dal loro manager Matalon.

Lasciamo ancora la parola al cronista de “La Provincia”, che, il 9 giugno, scrive: «Per la prima volta un complesso musicale cremonese è stato ingaggiato all'estero: il noto complesso 'Happy Boys' del maestro Nino Donzelli, che già si distinse per due anni nella gara della “Bacchetta d'oro Pezziol” e che partecipò ad alcune fra le più importanti serate di gala nelle maggiori città italiane, si è trasferito ora, con tutti i suoi componenti e l'attrezzatura, in Turchia. Meta del soggiorno è la città di Smirne, un'antichissima città che oggi offre al turista forestiero non soltanto l'incantevole aspetto dei suoi monumenti orientali e romani, ma anche alcuni tra i più noti 'Night Club' del Medio Oriente. Proprio il maggiore di questo ha voluto per tutta la stagione estiva che si protrarrà sino a fine ottobre, usufruire di un complesso italiano di musica leggera quanto mai qualificato: la scelta degli 'Happy Boys' è stata pertanto felice perchè i locali turchi sono oggi frequentati da un considerevole numero di turisti provenienti da ogni Paese. Gli 'Happy Boys', che si sono distinti per la magistrale interpretazione di un repertorio internazionale e che alle tipiche canzoni italiane uniscono l'esecuzione originale dei migliori brani di autori stranieri (ad un migliaio di 'pezzi' assomma il repertorio di questo complesso) sono così entrati decisamente nella scena internazionale ed il loro primo debutto avvenuto a Smirne il 2 giugno, è stato sottolineato favorevolmente da tutta la stampa locale. E' con vivo piacere che viene segnalata questa attività di un complesso cremonese di musica leggera: dopo i trionfi internazionali di alcuni valenti artisti (ancora oggi degnamente rappresentati da Aldo Protti e da Gianni Lazzari), ecco che anche nel campo della musica leggera i cremonesi si fanno onore: ed anche questo è un sintomo confortante della espansione dell'attività di Cremona nel mondo, sulle vie di quell'affermazione estera che già al tempo dell'esarcato di Ravenna proprio in Turchia è stata convalidata nel campo commerciale». Aldilà dell'enfasi retorica del cronista il viaggio in Turchia si trasforma in un vero successo.

Con Mina nel 1958
Accanto agli “Happy Boys” ad Ankara c'era anche un altro complesso cremonese, l'orchestra “Arlecchino”, con Mario Dalla Noce, Pietro Bobbi, Flaminio Corradi, Alfredo Sclavo e Fausto Coelli, che qualche tempo dopo avrebbe fondato con Mina “I solitari”. Il 28 luglio, “La Provincia” riporta un articolo di un giornalista turco, Cezmi Zallak: «Il giornale “Yeni Asir” di Smirne ha pubblicato il 10 corr. Il seguente articolo: “Smirne è da alcuni mesi testimone di una parata di magnifici complessi di musica leggera. Nella nostra città, negli anni scorsi, sono passate orchestre italiane, spagnole, tedesche e francesi la fama delle quali aveva superato da tempo i confini delle Nazioni di provenienza, ma mai era capitato a Smirne di ospitare contemporaneamente quattro orchestre una più rinomata dell'altra, una più brava dell'altra che lavorano in locali di prim'ordine. Nei due locali della Fiera Internazionale è tutta una festa: al Goi Casinò ci sono due orchestre, una italian e l'altra spagnola che lavorano in emulazione per conquistare il favore del pubblico; quella italiana soprattutto (la 'Capitol' di Roma che è uno dei più importanti complessi della capitale italiana e che si è distinta anche nel campo jazzistico aggiudicandosi recentemente un magnifico secondo posto nel 'Festival del jazz' per l'Italia meridionale) ha entusiasmato e la sua fama è andata ben oltre Smirne. Al 'Cubana' vi è un'altra famosa orchestra spagnola: riscuote gran successo ed è soprattutto inimitabile nell'esecuzione dei tanghi. Se tutto ciò è molto bello, è però giusto dire che ka nuova orchestra italiana del Kordon (il signorile hotel del Lungomare) ha superato tutti i complessi sopra citati. Si può anzi affermare che il complesso diretto dal maestro Nino Donzelli (un simpatico giovanotto che si alterna al pianoforte ed alla fisarmonica) ha ridato al Lungomare di Smirne quella vita e quell'animazione che più non si conoscevano da quando anni or sono venne chiuso il Club municipale. Il maestro Giorgio Levi alterna le due ammiratissime esecuzioni pianistiche con splendide applauditissime esibizioni lal vibrafono; e Renzo Donzelli è giustamente ritenuto il miglior 'chitarrista elettrico' che abbia lavorato sino ad ora in Turchia. Orchestra prettamente italiana, ha il grande pregio di saper dare al pubblico quello che i pubblico vuole; ci trasporta così in viaggi fantastici attraverso le meraviglie d'Italia,da Venezia a Napoli, e ci pare di sentire lo sciacquio del mare sotto una gondola o di vedere stagliarsi contro il cielo la sagoma inconfondibile del Vesuvio. E ci accompagna in questo viaggio la voce dolcissima di 'Micio' Masseroli, il più bravo cantante che Smirne abbia udito da molti anni a questa parte. Quando andate al 'Kordon' non dimenticate di pregarlo anzi insistete perchè vi canti 'Buongiorno tristezza'', la canzone che 'Micio' Masseroli ha fatto diventare il successo del momento: conoscerete nuovi palpiti e nuove sensazioni. Siamo in giorni di festa ed è giusto che tutti possano godere le dolci melodie, le supreme bellezze che sa esprimere il complesso 'Happy Boys' (al quale auguriamo una lunga e prosperosa permanenza nella nostra città) l'orchestra dei nostri sogni più belli».

Dopo Smirne è la volta di Ankara. «Da ormai sette mesi – scrive “La Provincia del 4 dicembre 1957 - una delle più famose orchestre italiane di musica leggera, quella degli 'Happy Boys' di Cremona diretti dal maestro Nino Donzelli e dal maestro Giorgio Levi, che fu rinomata nel concorso della 'Bacchetta d'oro Pezziol' nel 1956, sta mietendo ampi successi in Turchia dove rappresenta oggi 'l'orchestra nazionale' per tutte le grandi serate da ballo e le particolari manifestazioni di festa. Gli 'Happy Boys' dopo un soggiorno di sei mesi a Smirne, sono stati richiesti ed ingaggiati dal più grande albergo di Ankara, il famoso 'Ankara Palas' che è l'ambiente più scelto di tutto il paese. L'orchestra cremonese è diventata in pochi giorni, come apprendiamo dalla stampa locale, la 'sensazione del momento'. Tutti i giornali hanno parlato e parlano dei 'valentissimi e miracolosi suonatori italiani di musical eggera' e l'eco ha raggiunto persino il Palazzo dle Presidente della Repubblica: proprio l'altra sera infatti Cecil Bayard ha voluto presenziare ad una grande serata danzante e congratularsi con gli 'Happy Boys'. Nè quasi ogni sera mancano illustri personaggi all'Ankara Palas, dal Primo Ministro Menderes a ministri, a diplomatici, deputati, tutto il pubblico migliore della Turchia, insomma. Ciò non poteva non interessare la stampa perchè è la prima volta che si registra un fenomeno del genere; e gli 'Happy Boys' del resto hanno saputo corrispondere alal attesa ed alle esigenze musicali dell'aristocrazia turca con un repertorio incredibile di esecuzioni perfette. La testimonianza migliore di questo successo sarà data domenica prossima allorchè gli 'Happy Boys' si presenteranno ai microfoni di 'Radio Ankara' alle 10, contratto singolare perchè prevede esecuzioni di ogni genere di musica leggera e per un periodo indeterminato. La romantica canzone italiana o il nostalgico valzer viennese, la tipica musica hawaiana e la conturbante esecuzione di can-can modernissimi, languidi tango e melodiose 'beguine' formano il grande complesso del repertorio di questa orchestra che il più grande giornale di Ankara definiva domenica scorsa “la più calda e palpitante orchestra europea che mai abbia suonato in Turchia”».

Il 3 agosto 1958 è il primo concerto nel giardino d'estate all'Odeon dopo il ritorno dalla Turchia ma la svolta è il 23 settembre 1958 alla fiera di Rivarolo del Re. Qualche giorno prima, in un afoso pomeriggio di fine agosto, dopo aver assistito ad una loro esibizione al circolo Filodrammatici di Cremona si era presentata a casa dei due fratelli Donzelli una giovane ragazza che voleva dimostrare le sue doti vocali.  I ragazzi l'avevano accolta subito nel gruppo, che aveva già in programma varie serate nelle balere della zona per i giorni successivi. La prima esibizione di Mina con gli Happy Boys porta la data del 14 settembre 1958. Il luogo è Castelvetro Piacentino, frazione di Croce Santo Spirito in provincia di Piacenza. È domenica. Pezzo d’apertura “Be-bop-a-lula”. Il nome con cui viene presentata è Mina Georgi. Replica l’indomani, quando alla “Festa settembrina” è ospite d’onore Achille Togliani. Ma è la serata di martedì 23 settembre che tiene a battesimo la nascita di una nuova stella. Ecco la cronaca: «Lunedì sera (ma è sbagliato, si tratta di martedì 23 settembre, ndr.) nel grande padiglione eretto al centro del paese, si è presentato il complesso 'Happy Boys' diretto dal maestro Nino Donzelli: una formazione affiatatissima che con la briosità delle sue esecuzioni, la modernità del repertorio, la bravura di tutti gli elementi, ha conquistato il pubblico che, con scroscianti applausi, ha manifestato la sua approvazione e la sua ammirazione. L'attesa per il magnifico complesso del maestro Donzelli era grandissima; Rivarolo aveva ospitato più volte l'orchestra, ed aveva seguito con soddisfazione le sue affermazioni nel Vicino Oriente. Il complesso, in nuova formazione si è dimostrato anche superiore ad ogni più rosea aspettativa; è il migliore che si sia mai presentato a Rivarolo. Un vivo successo personale hanno riscosso i due cantanti degli 'Happy Boys', Giacomo Masseroli, che da anni fa meritatamente parte dell'orchestra e che è apparso anche migliorato in confronto alle volte precedenti, e la nuova recluta, la signorina Mina Georgi che è stata una vera e propria rivelazione. Intelligente, moderna, giovanissima, ha suscitato un entusiasmo travolgente. Ieri sera, attirate dagli echi del successo degli 'Happy Boys' e dai nomi di Flo Sandon's e Natalino Otto, ben 2500 persone si sono ammassate nel padiglione. E' stata una serata magnifica, indimenticabile, presentati dal titolare dell'organizzazione Motta, i due celebri cantanti sono stati accolti da un'ovazione che voleva dimostrare la calda simpatia dei loro ascoltatori. Flo Sandon's e Natalino Otto hanno compreso l'atmosfera che li circondava ed hanno ricompensato il pubblico dando il meglio di loro stessi,della loro personalissima, magnifica arte. Ed artisti di classe altissima quali sono hanno saputo offrire interpretazioni stupende: i due artisti si sono confermati per quello che sono. I due più eletti, più sensibili interpreti italiani di canzoni». Mina aveva cantato “You are my destiny” e “Buonasera signorina”. Qualche anno dopo, nel 2011, ricordò su “Vanity Fair” quella serata: “Ho un dolcissimo ricordo di Flo Sandon’s che ho visto la primissima volta che sono salita su un palco. Lei e il marito, il grande Natalino Otto, erano le star della serata. Io, sconosciutissima, cantavo con un gruppo cremonese, per la prima volta, appunto. Eravamo in una classica balera lombarda. Alla fine ricordo che mi dissero: “Lei farà strada”. La prima cosa che mi stupì fu il fatto che mi dessero del lei e poi pensai: "...Questi due ..son matti…"”

lunedì 26 giugno 2017

Il lager di Cingia de' Botti

Donne slave internate al campo delle Fraschette

Si tratta di un episodio sfuggito all'attenzione degli storici locali, ma in provincia di Cremona, nel periodo compreso tra il 1942 ed il 1945, sono esistiti anche dei veri e propri campi di internamento destinati agli oppositori del regime, veri e propri centri di raccolta per coloro inviati poi al famigerato campo di concentramento delle Fraschette di Alatri, campi di lavoro per i prigionieri di guerra, e campi di internamento destinati agli stranieri ritenuti nemici dello stato, per lo più di origine greca. La ricerca storica, di cui si possono trovare i primi risultati sul portale www.campifascisti.it, è ancora all'inizio e di questi ultimi si conoscono solo i nominativi ed i luoghi di internamento, contenuti in un elenco della Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati del 6 dicembre 1944, conservato all'Archivio Centrale dello Stato tra i documenti della Croce Rossa Italiana, riguardante gli internati stranieri e lo spionaggio tra il 1939 ed il 1945. Sappiamo dunque che ad Izano era internata una famiglia di nazionalità inglese, costituita da Arturo Alves, sua moglie Giuditta Danenberg e la loro figlia Elsa, provenienti da Hong Kong; a Pandino era sorvegliato speciale Panajotis Mauridis, greco nato in Turchia; a Soncino risiedevano altri tre greci ariani: Giovanni Monastiriotis di Corfù, Giorgio Karanicas di Arta e Costantino Ragopulus di Patrasso; a Robecco d'Oglio erano sorvegliati due greci ariani, Giorgio Kafritsas di Karditsa e Nicolas Kuniadis di Chios e un americano, Antonio Perniciaro; altri due greci erano a Soresina, Giovanni Sakellaropulos di Santavlese e Pericle Katsanos di Larissa; Costantino Princos di Valos a Pescarolo; all'ospizio di Vescovato Sottirio Dejannis di Chalia e Giorgio Hagiantoniu di Smirne; a Piadena Giovanni Giannopulos di Lafco e Panajiotis Nicolacakos di Chidio; ed infine a Casalmaggiore era internato Kiriakos Vorvis di Spartis. Per i quattordici internati greci il 3 aprile 1945 il Ministero delle Forze Armate dette il parere favorevole allo scambio con gli 84 prigionieri italiani degli equipaggi delle due pirocisterne Taigete ed Arcola catturati dagli alleati ed internati a loro volta a Capo Verde. Da un documento di un mese prima del Capo della Polizia della Repubblica Italiana relativo alla possibilità di effettuare questo scambio, veniamo a sapere che gli stranieri appartenenti a stati esteri internati nel territorio della RSI erano 229. Non sappiamo se tutti gli stranieri internati nel cremonese rientrarono poi nello scambio proposto.
In provincia di Cremona esistevano anche altri due campi di lavoro per prigionieri di guerra a Torlino Vimercati e a Trigolo. Se ne parla in un documento dello Stato Maggiore, ufficio prigionieri di guerra, del 12 marzo 1943, senza, peraltro che venga specificato da quale centro dipendessero. Cinquanta prigionieri erano destinati all'azienda agricola del cavalier Fortunato Marazzi a Torlino e 60 alla ditta Guerrini e Ronchetti di Trigolo.
Una vecchia foto dell'ospedale Germani
a Cingia de' Botti
Ma la località di internamento più importante della Provincia era Cingia de' Botti. Infatti secondo un documento segreto dello Stato Maggiore del reale Esercito, Ufficio protezione impianti a difesa Antiparacadutisti del 3 settembre 1942, nell'ospedale della frazione di Pieve Gurata sarebbero stati internati 72 congiunti di ribelli del Carnaro deportati dai territori della provincia annessa di Fiume, affidandone la sorveglianza a sette militari della stazione dei Carabinieri: “Risulta, inoltre – scrive il Capo dell'Esercito Vittorio Ambrosio - che per altri elementi del genere sarebbero in corso provvedimenti di sgombero e sistemazione nel Regno con modalità analoghe. Pur condividendo l'opportunità dell'allontanamento dalla Venezia Giulia dei congiunti dei ribelli, non sembra che la sua attuazione, con le modalità suaccennate, offra tutte le garanzie che appaiono neessarie e ciò perchè trattandosi di individui da considerarsi pericolosi, siccome aderenti e facenti parte di vere e prorpie organizzazioni a noi contrarie, particolarmente sviluppate nei territori della frontiera orientale non è da escludere che, lasciati relativamente liberi, anche se vigilati, possano cercare di concorrere ad atti di sabotaggio ed attentati promossi dalle organizzazioni stesse, svolgere facile propaganda ai nostri danni, (specie verso i contadini e le classi meno colte) e, comunque,dedicarsi ad attività incontrollate, in collegamento con le ripetute organizzazioni sia direttamente sia per corrispondenza (dato che questa ultima, con la sistemazione in esame, può assai facilmente eludere da censura. Quanto sopra – conclude Ambrosio – m'indusse a prospettare a codesto Ministero l'opportunità di raccogliere gli elementi in questione in appositi luoghi di concentramento, fuori dal contatto con la popolazione civile ed adeguatamente vigilati dalle forze di polizia”. Il generale Ambrosio, d'altronde, conosceva bene la situazione dei territori occupati, in quanto aveva partecipato alle operazioni sul fronte jugoslavo ottenendo in pochi giorni notevoli successi personali che gli procurarono la nomina a Commendatore dell'Ordine militare di Savoia e, all'inizio di quell'anno, la nomina a Capo di Stato Maggiore dell'Esercito.
Tuttavia, la Difesa Territoriale di Milano, sotto la cui giurisdizione ricade anche il territorio del comune di Cingia de' Botti, considera non adeguata la sistemazione degli internati in quanto vi è troppo contatto con la popolazione civile, e propone al Ministero degli Interni di trasferire i "congiunti di ribelli" in un campo di concentramento. Il 24 ottobre 1942 l'Ispettorato per i servizi di guerra del Ministero dell'Interno rispondendo alle osservazioni del Capo di Stato Maggiore informa che ha interessato la Prefettura di Milano affinché i congiunti di ribelli vengano internati nei ricoveri di mendicità della provincia, onde limitare la loro libertà di azione e assicurare una conveniente sorveglianza. “Disposizioni analoghe – scrive il prefetto Giuseppe Stracca, ispettore per i servizi di guerra – sono state impartite per la sistemazione degli sfollati dalla frontiera orientale avviati in altre Provincie del Regno. E poiché lo stesso Stato Maggiore del Regio E. aveva, nei primi giorni del mese in corso, richiesto a questo Ispettorato ed alla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza di provvedere alla ricezione e sistemazione nella penisola di altro contingente di sfollati, ammontante a circa 50 mila unità, il problema è stato oggetto di nuovo, attento esame sotto l'aspetto politico-militare.
L'incendio di un villaggio jugoslavo
In un appunto al Duce, di cui si unisce copia -aggiunge Stracca – questo Ispettorato pose in evidenza che detti elementi costituivano un serio pericolo per la compagine politica e per l'ordine pubblico del Paese e rappresentò la opportunità che quelli pericolosi e sospetti dovessero essere mantenuti nei Campi di concentramento di cui dispone la stessa Autorità Militare. Questo Ispettorato avrebbe, tutt'al più, potuto provvedere alla ricezione e sistemazione nelle Provincie delle sole popolazioni che avevano chiesto la nostra protezione, delle donne abbandonate da mariti e dei bambini rimasti privi di assistenza da parte dei loro congiunti. Questi stessi concetti confermò il rappresentante di questo Ispettorato nella riunione tenutasi il giorno 3 corrente mese, presso il Comando Supremo – Ufficio Affari Generali, Reparto III, per l'esame delle questioni relative alla sistemazione degli internati civili sgombrati dai territori della frontiera orientale in seguito ad azioni di polizia militare”.
In un'altra nota della Direzione di Pubblica Sicurezza si osserva che “dato l'intenso, continuo afflusso dalle nuove Provincie e dai territori occupati d'internandi politicamente pericolosi, i campi di concentramento sono quasi completamente saturi e pertanto non si ha alcuna possibilità di sistemare le persone succitate nei campi stessi: si soggiunge che i vari comuni del Regno e le altre località a disposizione dell'Ispettorato dei Servizi di Guerra sono del pari quasi interamente sature e soltanto con grandi difficoltà si è riusciti finora a sistemare le persone di cui sopra nelle pochissime zone rimaste disponibili. Si soggiunge infine che recentemente questo ufficio, in dipendenza delle difficoltà di cui sopra, ha dovuto rispondere in senso negativo ad una richiesta del Comando Supremo tendente ad immettere nei campi di concentramento per internati civili 18000 elementi sospetti rastrellati dalle autorità militari nel corso delle operazioni effettuate nelle nuove provincie e nei territori occupati. Si assicura tuttavia che gli elementi di cui sopra, destinati nei vari comuni del Regno, sono sottoposti ad opportuna vigilanza da parte degli organi di polizia”.
Sembra che a Cingia de' Botti gli internati fossero alloggiati presso un istituto ospedaliero, ma certamente lo fu un gruppo di altri 27 familiari di ribelli che arrivò a Cremona il 28 luglio 1942 e due giorni dopo venne internato presso l'Ospedale Germani, come si apprende da una nota della Prefettura all'Ispettorato Servizi di Guerra del 23 novembre 1942: “Si precisa che il secondo gruppo di 27 congiunti di ribelli giunto a Cremona il 28 luglio senza alcun preavviso, venne trattenuto fino al 30 detto (epoca in cui venne sistemato presso l 'Ospedale Germani di Cingia de' Botti) per stabilire se trattavasi di congiunti di ribelli e quindi da internare, oppure di amici dell'Italia e quindi da proteggere e sistemare in Cremona”.
L'hotel Al Parco di Lovran
Non è nota l'identità di questi internati ed il loro destino, se non di alcuni di essi. Una di questi, Eleonora Mateicic, come informa una nota della Prefettura del Carnaro alla Direzione Generale per i Servizi di Guerra del 12 gennaio 1943, aveva chiesto di essere inviata all'internamento presso i fratelli Zvonimir e Mario che, dopo essere stati arrestati a Podhum. erano stati inviati prima nel campo di concentramento provvisorio di Lovran nei pressi di Fiume e poi a Cingia de' Botti. La Prefettura spiega che “allo scopo di prevenire la possibilità che la predetta possa, spinta dal bisogno, svolgere attività deleteria, si propone che venga internata nel predetto comune per riunirsi ai suoi familiari”. Il Ministero dell'Interno si dice d'accordo con la proposta di internamento, ma poco prima della partenza di Eleonora Mateicic per Cingia de' Botti dove dovrebbe ricongiungersi con la famiglia, il prefetto di Cremona con un telegramma urgente prega di sospendere il trasferimento perché tutti gli internati di Cingia de' Botti stanno partendo per il campo di concentramento Le Fraschette di Alatri.
Il periodo dell'internamento all'Ospedale Germani è allietato anche da nuove nascite: Antonia Ban, che fa parte del secondo gruppo, ha dato alla luce il 4 dicembre 1942 una bimba cui viene dato il nome di Palmira e Maria Valeria, due giorni dopo, la piccola Angela Marsanic. Sempre il 6 dicembre Elisabetta Grabar dal Germani viene trasferita al reparto maternità dell'Ospedale Maggiore. I neonati vengono aggiunti al gruppo degli sfollati ed assistiti anch'essi con una retta di 7 lire al giorno. Di altre donne si conosce solo il nome: Bozica e Ivka Ban, Angela Darinka e Gorina Grabar, Giovanna Hatesic, Giuliana Klic, Barbara e Caterina Kukulian. Elvira Juretic, Caterina Lukesic, Albina Marsanic, Luigia e Maria Mateicic, Maria Skaron, Maria e Mattea Simon, Susanna Sudan, Ljuba Zmarich, Francesca e Vittoria Zoretic.
Il 20 gennaio 1943 arriva alla Prefettura con telegramma l'ordine del Sottosegretario all'interno Guido Buffarini Guidi perchè le famiglie dei ribelli vengano fatte accompagnare al campo di concentramento di Fraschette in provincia di Frosinone mantenendo intatti i nuclei familiari ed escludendo solo quelli che abbiano trovato un'occupazione stabile, e contemporaneamente l'invito alla Prefettura di Frosinone di comunicare alla direzione del campo l'arrivo di complessive 400 persone. Come informa un successivo telegramma della Prefettura di Frosinone, il 4 febbraio gli internati cremonesi erano arrivati a destinazione e fatti proseguire con i loro bagagli per il campo di Le Fraschette. Tra di loro non vi era Eleonora Mateicic che nel frattempo aveva trovato lavoro presso la famiglia del tenente colonnello Giuseppe Maltese, giudice del Tribunale di Guerra di Fiume, ed aveva di conseguenza rinunciato a raggiungere i due fratelli internati a Cingia de' Botti, ed ora, siamo all'11 febbraio 1943, trasferiti nel campo Le Fraschette di Alatri.

La maggior parte degli internati a Cingia de' Botti provenivano dal campo di concentramento di Lovran, istituito presso il Park Hotel, una struttura alberghiera di 500 posti requisita dalla prefettura di Fiume, presso di cui passarono, per tutto il tempo in cui rimase in funzione, circa tremila civili internati, molti di questi sgomberati dal villaggio di Podhum. Qui, il 12 luglio 1942, i soldati italiani al comando del maggiore Armando Goleo, per ordine del prefetto della Provincia del Carnaro Temistocle Testa avevano fucilato in un campo ai piedi della collina, almeno duecento abitanti del villaggio, che fu poi dato alle fiamme. I fucilati erano maschi per lo più dai 16 ai 64 anni. I bambini, i vecchi e le donne, cioè l’intera popolazione del paese, furono deportati nei vari campi di internamento in Italia, dai quali parecchi di loro non fecero più ritorno. Molti dei cognomi delle donne internate a Cingia de' Botti, ricorrono anche nelle lapidi di bronzo sul muro di cinta del Parco delle Rimembranze di Podhum: Ban, Grabar, Hatesic, Kukulian, Marsanic, Mateicic, Skaron. L’eccidio fu compiuto, secondo Testa, per vendicare sedici soldati uccisi dai ribelli di Podhum nella prima decade di luglio, mentre fonti del Fascio di Fiume puntarono il dito, all’epoca, sulla morte di due maestri elementari, i coniugi Giovanni e Francesca Renzi, il 16 giugno 1942, mandati dal regime fascista nelle terre occupate e annesse per italianizzare gli slavi. Secondo le fonti partigiane i due maestri elementari vennero fucilati il 14 giugno, dopo un processo sommario, per attività di spionaggio condotta dai coniugi Renzi contro il Movimento di Liberazione. I due maestri, peraltro, erano malvisti, anzi odiati dalla popolazione di Podhum per le dure e immeritate punizioni e i maltrattamenti inflitti ai bambini loro affidati solo perchè faticavano ad imparare l'italiano.
Il campo Le Fraschette di Alatri
Il campo delle Fraschette di Alatri, dove vennero trasferiti i 79 internati di Cingia de' Botti, era stato invece progettato nell’aprile del 1941 per ospitare 7.000 prigionieri di guerra, ma, dato il difficile problema di trovare una sistemazione alle migliaia di sfollati, il Ministero degli Interni decise presto di destinarlo a questo uso. Alla fine prevalse l'uso campo di internamento per migliaia di slavi che venivano deportati per rappresaglia contro l’attività partigiana. La gestione dell’internamento, però, fu affidata non alla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, bensì all’Ispettorato Generale per i servizi di guerra. Ciò consentiva al governo di risparmiare il versamento del sussidio di L. 6,50 al giorno per ogni internato. Per questo all'interno del campo si pativa la fame, e si mangiava solo, da parte degli slavi, la brodaglia preparata dai militari. Diversa era invece la situazione per i non numerosi internati anglo-maltesi che venivano assistiti dalla Croce Rossa svizzera. Traccia chiarissima del trattamento riservato agli slavi risulta dalla consultazione dei registri di morte, da cui risulta che moriva, in percentuale, il 95% di internati slavi, quasi ogni giorno, dai due mesi di età agli 89 anni. Nel luglio 1943 su 1.162 “dalmati” presenti nel campo, circa 500 erano bambini, quasi tutti orfani. Gli internati erano civili, familiari di “ribelli” slavi, tenuti in ostaggio per convincere i partigiani a rinunciare alle loro attività in cambio del ritorno a casa degli internati. Dopo l’8 settembre, il venir meno della vigilanza consentì a molti internati di fuggire, e, nel novembre dello stesso anno, le SS tedesche imposero al governo di Salò il trasferimento degli ultimi rimasti al campo di Fossoli, presso Carpi. Gli slavi, però, avevano avuto modo, per la massima parte, di tornare fortunosamente e faticosamente a casa, visto che ai tedeschi il loro destino non interessava.




martedì 13 giugno 2017

Cremona è sempre meglio di Hitler

I primo numero de "La difesa della razza"

Ci fu un momento, settantacinque anni fa in piena guerra mondiale, in cui l'accoglienza non venne meno anche nei confronti di quelli che il nazismo identificata come i nemici per eccellenza: gli ebrei. Anche dopo l'approvazione delle leggi razziali nel 1938 e nonostante i rapporti sempre più stretti intrattenuti da Farinacci con i gerarchi tedeschi in quegli anni, Cremona non voltò le spalle ai profughi ebrei in fuga dalla Germania e dalla Jugoslavia. Quello che raccontiamo è un episodio sconosciuto, che non ha mai trovato spazio nella storiografia cremonese, ma che risalta nella drammatica veridicità dei documenti ufficiali nelle pagine curate da Anna Pizzuti sugli “Ebrei stranieri internati durante il periodo bellico” per il sito campifascisti.it a corredo di un eccezionale database che contiene, oltre ai dati anagrafici degli internati, informazioni sull’ultimo luogo di internamento documentato, sugli eventuali spostamenti avvenuti in precedenza, ma anche le notizie, quando è stato possibile reperirle, su quello che accadde loro dopo l’8 settembre del 1943. I documenti originali riguardanti Cremona, provenienti dal Ministero dell'Interno, sono conservati presso l'Archivio Centrale dello Stato a Roma.
Sono una decina i nomi degli ebrei rintracciati in due “campi di internamento libero” a Cremona e a Gussola. I “campi di concentramento” italiani per gli stranieri non avevano in comune con quelli tedeschi molto più che le denominazione. Per realizzare gli internamenti fu costruito all'inizio un unico campo di baracche a Ferramonti-Tarsia, a nord di Cosenza in Calabria. In tutti gli altri casi vennero usati edifici requisiti o affittati: monasteri, ospizi, caserme, sale cinematografiche ampliate e ville disabitate, che potessero contenere fino a 200 persone. Non è stato possibile identificare con precisione l'ubicazione di questi due “campi”. Nel caso del capoluogo è possibile che il campo avesse sede nella stessa location in cui, nello stesso periodo, vennero ospitati anche i cosiddetti “internati protettivi” provenienti da Lubiana e Fiume, tra di essi con ogni probabilità anche altri ebrei (ad esempio una certa Francesca Babnic, poi ospitata da una famiglia di origine ebrea), anche se non specificato nei documenti. Di loro non si è saputo più niente dopo il 19 ottobre 1943, giorno in cui si sono allontanati facendo perdere le proprie tracce. Il loro nome, però, non si trova fra quelli di quanti, provenienti dai campi italiani, sono finiti nei lager tedeschi. Si chiamavano: Daniele Hammerschmild, tedesco, nato a Schloppe il 14 febbraio 1884, arrivato a Cremona il 16 settembre 1940 insieme al fratello Willy (nato il 6 marzo 1889) dal campo di Campagna, in provincia di Salerno. Con loro c'era anche la sorella maggiore Jenny (nata il 15 maggio 1881), non attestata nello stesso campo, ma sicuramente presente a Cremona e ritrovata dopo la Liberazione a Fermignano in provincia di Pesaro, dove era stata deportata il 31 maggio 1943. Con lei anche il figlio, Alfredo Lewin, nato a Berlino l'11 settembre 1911, deportato a Fermignano il 5 maggio 1942. A Cremona c'era anche Susanna Hammerschmild, nata a Berlino il 12 marzo 1926, ed allontanatasi dal campo insieme agli altri il 19 settembre 1943. Con loro anche Irene Mengasz, nata a Sibinj in Iugoslavia il 15 giugno 1935, Amelia Rosenfeld nata a Nagyernie, il 10 gennaio 1893, ufficialmente documentata poi a Milano, e Hela Steinfeld, tedesca, nata a Rintien il 11 aprile 1896, giunta a Cremona da Lanciano il 12 luglio 1940 ed allontanatasi con gli altri il 19 ottobre 1943.
Un'altra famiglia ebrea era internata a Gussola, dove era presente ancora il 6 agosto 1942, data da cui non si hanno più sue notizie. Si trattava di Hans Wolf Stawski, tedesco di Berlino dove era nato il 21 settembre 1906, giunto a Gussola da Urbania il 20 maggio 1942; della moglie Gertrude Cohen, di cui non si conosce il luogo di nascita, e dei due figli Pietro, nato nel 1938, e Gabriella, nata nel 1940.

Una coppia mista ariano-ebrea
esposta al pubblico ludibrio
Secondo una stima ufficiale del marzo 1940 si trovavano ancora in territorio italiano 3870 ebrei immigrati e rifugiatisi in Italia. Immediatamente dopo l'entrata in guerra dell'Italia, il l0 giugno 1940, il governo fascista varò delle misure per l’internamento dei cittadini delle nazioni nemiche, seguendo in tal modo l'esempio delle Germania, della Francia, delle Gran Bretagna e di altri paesi. L'internamento fu motivato come strumento per garantire la sicurezza interna e la sicurezza militare, ad esempio contro lo spionaggio, e con esso si voleva evitare che uomini abili al servizio militare lasciassero il paese e si arruolassero nell'esercito nemico. A partire dalla metà di agosto del 1939, dunque poco prima dell'inizio della guerra, le autorità italiane cominciarono i primi preparativi. Solo a partire dal maggio del 1940, quando vengono emanate le prime circolari, sono documentabili le prime disposizioni relative all’internamento degli immigrati e dei profughi. In tal modo l'internamento, che all'origine non aveva nulla a che vedere con la politica razziale varata con la legge del 1938, entrò in stretta relazione con quest'ultima. Il 15 giugno fu ordinato l'arresto degli uomini ebrei di età compresa tre il 18 e i 60 anni, di nazionalità tedesca, polacca e ceca oppure apolidi. Le donne e i bambini furono allontanati dalla loro residenza e concentrati in luoghi isolati sotto il controllo della polizia nel cosiddetto "internamento libero”. Il periodo trascorso nelle prigioni locali immediatamente dopo l'arresto durato in genere alcune settimane, prima di poter raggiungere i campi di internamento, fu sentito da tutti i detenuti come particolarmente duro. Le celle erano in genere strapiene, prive delle necessarie attrezzature sanitarie e spesso pullulavano di insetti. Accadeva poi frequentemente che gli ebrei fossero rinchiusi insieme ai criminali comuni. Ma la cosa più pesante da sopportare era l'incertezze sulle intenzioni delle autorità italiane, per il timore che il governo italiano decidesse di rispedire i rifugiati in Germania.
Il trasporto nei campi di internamento ebbe luogo in piccoli gruppi sotto il controllo della polizia, utilizzando le ferrovie. Durante il trasporto dalla prigione ai vagoni ferroviari ai polsi dei detenuti venivano strette talora delle manette, come si usa fare con i delinquenti. Alle donne e ai bambini veniva di regola risparmiato l'arresto, ma si aggiungeva loro di tenersi pronti per la partenza in un giorno determinato e di presentarsi alla prefettura della provincia prevista per il loro internamento.
A partire dal 1941 nel campo di Ferramonti-Tarsia fu data la possibilità, su richiesta degli internati, di passare al regime di “libero internamento". Molti speravano di trovarvi condizioni di vita migliori, specie se i luoghi in questione si trovavano nell'Italia settentrionale. Nelle domande si poteva indicare la provincia preferita per il soggiorno. Così molti profughi e immigrati ebrei che avrebbero potuto essere liberati dagli alleati, dopo l’8 settembre si trovarono nella zona d'occupazione tedesca e furono deportati. E' questo il caso degli ebrei “cremonesi”, che, per sfuggire alla deportazione, scapparono insieme dal campo il 19 ottobre 1943 facendo perdere le proprie tracce.
Nel decreto del 4 settembre 1940 riguardante l'internamento viene detto espressamente: “Gli internati devono essere trattati con umanità e protetti contro ogni offesa e violenza” In effetti questo principio, salvo poche eccezioni, fu rispettato, e gli internati ebrei non ricevettero un trattamento peggiore dei non ebrei. Non si ha notizia che in Italia venissero compiute crudeltà e sevizie. L'internamento in un campo significava peraltro una considerevole limitazione della libertà personale. Le persone venivano strappate alle loro famiglie, alle loro case, al loro ambiente e ammassate a secondo delle possibilità di ricezione dei campi. Di regola gli internati non potevano lavorare, ma ricevevano per il loro sostentamento un sussidio giornaliero di 6,50 Lire,che era calcolata sui bisogni della popolazione rurale povera e che fu più volte elevata a causa della crescente inflazione. Era appena sufficiente per mangiare e difficilmente poteva bastare .per la sostituzione degli abiti logori. Quando crebbero le difficoltà di approvvigionamento e non tutti i generi alimentari giungevano nei campi, gli internati patirono la fame. Anche l'isolamento in un comune lontano dal proprio domicilio abituale comportava una notevole limitazione della libertà personale. Gli internati venivano strappati all'ambiente loro familiare, separati da parenti e amici, e costretti a vivere in un luogo fino ad allora sconosciuto, dove era loro proibito ogni contatto con gli abitanti, ad eccezione dei padroni di casa. Non potevano allontanarsi dal territorio comunale senza autorizzazione speciale e dovevano presentarsi alla stazione di polizia o dei carabinieri in orari determinati, di solito una volta al giorno. Potevano lasciare la casa dove abitavano solo durante il giorno, senza però mai superare un determinato perimetro. Quando le donne e i bambini partivano per l'internamento, l'autorità di polizia del luogo di residenza consegnava loro il «foglio di via obbligatorio», con il quale dovevano presentarsi entro una data prestabilita alla questura della provincia decisa dal Ministero dell'interno, che li destinava a un comune. Di solito le donne con i loro bambini raggiungevano in treno il capoluogo della provincia, e da lì venivano portate in treno, con la corriera o con un tassi collettivo al luogo di destinazione definitivo. Da tutti i resoconti di cui disponiamo, sia quelli degli internati che quelli dei prefetti o degli ispettori generali, si ricava l'impressione che anche nell’«internamento libero» gli alloggi fossero quasi sempre poveri o squallidi, quando non addirittura invivibili. Pur costretti a rinunciare alle più modeste comodità quotidiane, molti internati dovettero adattarvisi per oltre tre anni.

Un ghetto ebreo
Ma Cremona, oltre ad essere un luogo di internamento per gli ebrei stranieri profughi in Italia, lo fu anche per  alcuni internati protettivi provenienti dalla province annesse di Fiume (Rijeka) e Lubiana, sotto la minaccia dei terribili Ustascia e dei ribelli comunisti di Tito. Di fronte alla persecuzione che, si è calcolato, avrebbe comportato la morte di 65.000 ebrei nei campi jugoslavi e tedeschi, l'unica salvezza possibile era, per chi poteva, tentare di fuggire verso i territori posti sotto il controllo degli italiani, e la legislazione antiebraica fascista, confrontata con la violenza degli ustascia, appariva il male minore. Lo stesso internamento che aveva privato della libertà migliaia di ebrei stranieri già presenti in Italia nel giugno del 1940, appariva dunque, ai fuggiaschi, come garanzia di salvezza.
I primi arrivi avvengono nel giugno del 1942. Si tratta di 17 persone provenienti dalla provincia di Lubiana. Sappiamo che le donne e i bambini vengono alloggiati presso la "Casa di Nostra Signora", e successivamente presso l'Istituto della Pace, mentre gli uomini presso la trattoria Montone. L'assistenza, almeno nel primo periodo, è a carico della locale Federazione dei Fasci di Combattimento, proprio in virtù del fatto che i profughi sfuggissero alla persecuzione degli ustascia. Successivamente, le spese passano a carico dell'ECA (Ente Comunale di Assistenza). I nomi sono contenuti nella richiesta di rimborso per le spese sostenute per il loro mantenimento inviata dalla Regia Prefettura di Cremona al Ministero dell'Interno, Direzione Generale per i Servizi di guerra. Si tratta di: Matteo Hrbar, di anni 55, di sua moglie Maria Ansek, di 50, e dei figli Franz. Lodovico, Matteo, Ludmilla, Sofia, Elena, Ivan, Miroslav e Giuseppe; della famiglia di Maria Ocvirk, di anni 49, con i figli Rudolf, Ivanka e Liubra; di Giuliana Atmic (Stimu) di anni 48 e di Francesca Babnic, anch'essa di 48 anni. Il Prefetto Giovanni Battista Laura aggiunge: “Si prega esaminare l'opportunità di aderire alla richiesta dell'ECA tenendo presente che per circostanze facilmente intuibili una sistemazione degli sfollati contenuta nei limiti di spesa prescritti, avrebbe dato luogo a vivo malcontento da parte degli sfollati stessi ai quali non poteva passare inosservata la differenza di trattamento in confronto a quella già disposta dalle Federazione Fascista”. Lo stesso documento informa anche del loro rimpatrio, avvenuto nel dicembre del 1942. In realtà ad essere rimpatriata a Bloska Polica, con foglio di via per indigenti, sembra essere solo la famiglia di Hribar Matteo e dei suoi nove figli. Degli altri sei internati protettivi sappiamo solo che Francesca Babnic si trasferisce, sempre nel dicembre del 1942, da Cremona a Preggio, in provincia di Perugia, presso la famiglia Contini, probabilmente come domestica.
Il 19 luglio 1942 arrivano da Rijeka, nella cosiddetta provincia del Carnaro, altre sei famiglie, in tutto 24 persone “per protezione contro l'attività dei ribelli” che vengono alloggiate all'Asilo Notturno Broggi-Simoni, in via Cadore, e per il vitto presso la trattoria Capellini, con una spesa per il loro mantenimento che ha superato di gran lunga quella massima stabilita dalla circolare ministeriale del 18 giugno 1942. “A seguito della nota 28 ottobre 1942 n. 23605/303.3. - scrive il Prefetto al Ministero dell'Interno – l'ECA venne avvertito che la spesa doveva esser contenuta nei limiti di L. 8 giornaliere più L. 50 mensili per alloggio al capo famiglia e di L. 4. r L. 3 giornaliere per ciascun congiunto rispettivamente maggiore o minore di età. Ma l'Ente non poté, da un giorno all'altro, modificare l'assistenza già in atto perchè il nuovo trattamento non avrebbe potuto garantire un minimo di vitto ed alloggio assolutamente indispensabile. Peraltro non si appalesava opportuno scindere i nuclei famigliari per sistemarli presso ospizi di ricovero della provincia (i quali non avrebbero potuto accogliere provvisoriamente uomini, donne e bambini) anche nella previsione di collocamento al lavoro in Comune...Dal 16 febbraio l'assistenza è stata limitata a quella disposta da codesto Ministero, dato che ad integrare il fabbisogno indispensabile di ciascun nucleo famigliare concorrono i salari che percepiscono i componenti avviati al lavoro”.
Non sappiamo praticamente nulla sulle condizioni di vita degli internati protettivi alloggiati presso l'Asilo Notturno di Cremona. La loro presenza sembra protrarsi almeno fino a giugno del 1943. Infatti in quella data Maria Brunelich (o Brnelich) chiede di essere trasferita da Gottolengo in provincia di Brescia, a Cremona presso il fratello 
Sappiamo così che Brunelich (o Brnelich) Antonio, nato a Cucugliano (Kukuljan) il 10/8/1902 è alloggiato presso l'asilo notturno della città assieme alla moglie Uliana Zoritic e alle due figlie Zora di 11 anni e Maria di 8 anni. Antonio ha trovato occupazione presso l'azienda Ceramiche Frazzi.

I documenti raccolti da Anna Pizzuti dimostrano che, mentre molti dei profughi, una volta entrati in territorio italiano, cercavano di rimanervi come clandestini, altri si recavano presso le autorità di polizia e presentavano istanze con le quali chiedevano il permesso di dimora in località del Regno e, in attesa delle determinazioni del Ministero, il permesso di soggiorno.
Nelle istanze venivano descritte le terribili violenze subite e si parlava di parenti portati via dagli ustascia e dei quali non si avevano più notizie. Le autorità, anche quelle militari che presidiavano i territori croati, quindi, erano perfettamente informate di quali fossero i rischi che avrebbero corso le persone che respingevano o allontanavano. L'aspirazione dei fuggitivi, comprensibilmente, era quella di essere internati in un qualsiasi campo o località dell'Italia, ed era la soluzione che la Delasem (Delegazione per l'assistenza degli emigranti ebrei) cominciò ben presto a proporre in ciascuna delle zone "critiche".
In generale furono accolti coloro che dimostravano di potersi mantenere a proprie spese, ma anche quelli che avevano collaborato con le autorità militari italiani o che, a qualsiasi altro titolo, risultavano "favorevolmente noti" alle autorità. Ad ogni modo l'afflusso dei profughi si interruppe nella seconda metà del 1942. A partire da questo periodo l'inasprirsi dello scontro con i partigiani portò ad un controllo delle frontiere ancora più rigido di quanto non lo fosse stato in precedenza. In più, dall'estate di quell'anno, entrò in vigore l'accordo stipulato tra i tedeschi ed i croati che prevedeva la deportazione verso la Polonia di tutti gli ebrei non ancora periti negli eccidi o nei campi di sterminio jugoslavi. Nonostante ciò, da Roma continuarono ad arrivare ancora ordini di respingimento, anche quando era ormai ampiamente noto che il destino dei profughi sarebbe stato segnato. Il 25 novembre del 1942 il questore di Fiume trasmette a tutti gli uffici sottoposti una circolare ministeriale, nella quale si legge:"Con riferimento a precorsa corrispondenza si comunica che questo Ministero, riesaminata la situazione degli ebrei profughi dalla Croazia che emigrano clandestinamente nel territorio delle nuove province per sottrarsi a presunte vessazioni e che si rifiutano di far ritorno in patria dove correrebbero pericolo di vita ha deciso che gli stessi debbono per norma essere respinti nei paesi di provenienza."