lunedì 4 agosto 2014

Il cercatore di tesori nascosti

Giuseppe Bodini

Sulle rive del Po, tra Pomponesco e Guastalla, verso la metà dell'Ottocento girava una storiella. Si raccontava che un vecchio in punto di morte avesse rivelato ai suoi cinque figli scapestrati che nell'unico appezzamento di terreno che avrebbe loro lasciato in eredità era nascosto un grande tesoro. Per tre anni i figli vangarono senza sosta quel terreno senza trovarvi nulla, ma in compenso lo resero il più produttivo della zona. Non diventarono ricchi, ma da quel momento si dedicarono con profitto alla coltivazione della terra. Una parabola forse un po' banale, ma il fatto che circolasse tra la gente indica che vi era ancora qualcuno riottoso ad accettare la rigorosa disciplina del lavoro. Uno di questi era sicuramente Giuseppe Bodini, nato a Grontardo il 23 giugno 1821, numismatico, bibliofilo, maestro elementare, arrotino e violinista, ma anche occultista e vagabondo. Uno “strano”, insomma, nel ricordo dell'immaginario popolare. Quando morì a Pescarolo, il 26 dicembre 1889, lasciò un breve manoscritto “Dei tesori nascosti” dove in una quarantina di fitte pagine egli disserta di leggende plutoniche e magia naturale, dà consigli sui modi per scoprire e per “levare” tesori e ne segnala addirittura la presenza di ben ventotto, sparsi qua e là lungo la riva sinistra del Po cremonese e casalasco. Il manoscritto dovrebbe essere posteriore al 1845, l'anno più recente in cui da quelle parti, secondo Bodini, sarebbe stato interrato un tesoro. Eppure, almeno fino al 1867, la sua esistenza dovette essere abbastanza regolare: sposato con Teresa Guindani, cucitrice, tre figlie, Catterina, Maria e Giuseppina, un lavoro da maestro elementare, per cui aveva passato gli esami il 20 novembre 1863. Ma con il 20 ottobre 1867 la sua vita cambia: la Giunta di Gambara con ogni probabilità non gli rinnova l'incarico di maestro e inizia per lui l'esistenza vagabonda del “muléta” e del suonatore occasionale. Una fotografia ingiallita del 17 agosto 1873 lo ritrae vestito goffamente mentre indica in modo vistoso il suo violino con lo sguardo che scruta nell'obiettivo. Ma a quel tempo Bodini era già famoso per quell'altra sua attività, giudicata dai malevoli non troppo cristallina, di esperto numismatico con la passione per le scienze occulte, come lascerebbe intendere una cartolina postale in un cui un numismatico, alla ricerca di notizie su certe monete d'oro trovate in una pentola dissotterrata in un campo di Castelnuovo del Vescovo, chiede al parroco di Pescarolo come si possa rintracciare Bodini, “el muleta”.
Possiamo immaginare che l'interesse del nostro maestro per un tema così insolito sia stato risvegliato dalle numerose dicerie sui tesori nascosti provenienti dallo stesso ambiente rustico e popolare in cui viveva. Alcune di queste voci non facevano che ripetere stancamente e senza alcuna fantasia gli echi di immagini e temi fiabeschi: una classica «pignatta di marenghini» si diceva, ad esempio, fosse sepolta nel campo dell'organo di Gadesco e in altre località di quei dintorni la fantasia popolare segnalava la presenza di stivali, fiaschettti, bauli, casse, paioli stracolmi di monete d'oro. Bodini raccolse poi anche notizie che affondavano le loro radici in remote tradizioni leggendarie, come quella sul “tesoro del Re di Spagna” nascosto a “Belvedere”, diffuse dal barbiere e tessitore di “Ca' de' Ghinzani”, Francesco Pagliari. Ma Bodini citò, anche se in modo più generico, tra i suoi testimoni anche un paio di altri personaggi appartenenti al medesimo microcosmo rurale: un “fittabile” di “Pievedelmona” ed un “cavalaro” di “Bonamerzo”. Fu da loro che il nostro apprendista cercatore apprese le segrete ubicazioni, le entità (espresse sempre in lire cremonesi) e le date di interramento dei tesori.
Fu però grazie a Bodini se quel vasto e disperso patrimonio di leggende orali e notizie ritrovò improvvisamente vita. Il maestro di Grontardo riuscì infatti a collegare la gran massa di informazioni sui tesori nascosti, che giorno dopo giorno raccoglieva nei paesi adagiati lungo le rive del Po, con il suo personale patrimonio di conoscenze e saperi estraneo alla cultura tradizionale di quell'ambiente. Il suo bagaglio culturale, decisamente eclettico e disordinato, dove la conoscenza del francese e del latino si mescola all'interesse per le materie esoteriche, fa poi il resto: le confidenze raccolte e le chiacchiere intessute di mistero, trovano riscontro nelle dottrine occulte assorbite dai testi degli autori del passato che gli erano capitati tra le mani e che, in certi casi, egli stesso aveva trascritto di suo pugno con la pazienza di un antico amanuense, come è il caso del "Trinum magicum sive secretorum magicorum opus" di Cesare Longino edito a Francoforte nel 1673, dove si affronta il tema dei patti col demonio, da lui tradotto a Grontardo nel 1843. E così la gran massa di notizie locali che le sue formidabili antenne avevano captato viene inserito piuttosto al centro di quella galassia dove stanno i testi della tradizione occulta con i quali il maestro di Grontardo era entrato in contatto.
Ma vediamo quali sono i suggerimenti del nostro maestro per cercare e trovare i tesori nascosti. I tesori di cui l'opera parla non sono quelli “che noi possiamo avere presso di noi, perché di questi - non merita descrizione”, ma “quelli che si nasconde con secretezza e “dei quali si ignora il preciso luogo”. Nella ricerca Bodini si affida a strumenti d'indagine e di verifica “che oltrepassano l'ordine naturale” e che lui stesso definisce “cose stravagante”: un misterioso arsenale fatto di “segni”, “secriti” e “buone calamite”. In questo scenario perdono qualsiasi significato le tecniche di ricerca tradizionale, perchè, scrive Bodini, quando i tesori “è molto tempo che son nascosti e trascurati vengono posseduti da certi spiriti” e perciò “non si possono levarli se non con modi operanti sopranaturalmente”. L'esito non è però scontato e il rischio di fallire nell'impresa costituisce anzi l'eventualità più probabile, cosicchè: “alfin di molte fatiche non si possono levarli; e potrebbero succedere quasi ai più bravi del mondo”. Per assicurasi il risultato il risultato, tuttavia, è necessario tracciare al suolo cerchi magici, osservare attentamente i mutamenti di stato di liquidi versati in un'ampolla, fabbricare una “palla simpatica” ripiena delle più incongrue sostanze, e via dicendo. Ad indicare la presenza di un tesoro sepolto può venire in aiuto, però, qualche segnale: “I tesori nascosti da qualche tempo e che sono trascurati perchè non sono alla mente da nessuna persona; danno alcuni segni, come sono, che si sente o si vede una chioccia coi pulcini a crotolare; e allora e segno che in quel luogo vi e nascosto un tesoro: e tal volta si e veduto una polla grigia, e questo è segno che vi e nascosto un tesoro misturato oro ed argento. Ale volte si sono veduto l'ombra d'un soldato, ed all'ora è segno che è un tesoro nascosto ad un tempo di sacheggio. Alle volte si è veduto delle torcie acese la quale parevano/ che fosser sostenute da diversi personaggi ed e perche sono tesori guarnati in tempo di notte al lume di torcia: E si possono vedere molte altre cose stravagante a tenor delle diverse positure che incombenza le circostanziali fenonomistiche”.
Una pagina del manoscritto

“Per scoprire un tesoro – scrive Bodini – dovete portarvi nel luogo dove si sospetta che vi sia nascosto un tesoro, e lì dovete avere una bottiglia d'acqua santa, colla qual dovete far un circolo, vuotandola bel bello acciò sia abbastanza; guardano di non lasciar nepur un dito di sito senza avervi versato l'acqua, che se lasciate un poco di sito asciutto, per quello vi passano gli spiriti maligni; e dovete guardar bene prima di far il circolo, di circondarvi dentro il tesoro che sospettate che vi sia”: Segue poi la fabbricazione di tre croci e la lettura di alcune formule magiche scritte in alfabeto greco con il compito di muovere le croci verso il tesoro. Diversamente andrebbe bene anche un anello d'oro benedetto.
Bodini manifesta una predilezione particolare per le ore della notte, il tempo che di solito è riservato alle suggestioni oniriche e all'indeterminatezza dei sogni. Ma questo ribaltamento temporale, determina anche un rovesciamento dei valori “diurni” del lavoro, per cui, ad esempio, una volta muniti della zappa per cercare il tesoro, accade che “la prima zappata che darete sorge una figura, ed allora non si deve prendersi paura, ma anzi dovete farvi coraggio e parlargli, e dirgli - dalla parte di Dio zappatì - e sporgergli il Zappone, e se lo rifiuta, tornare ancora a sporgervelo sino che lo ha tolto, dicendo sempre 'Dalla parte di Dio' e nessuno non deve buffare, cioe non ridere ne far scherzi nemen parlare senza bisogno; tolto che avrà il Zappone la detta figura, stando tutti serij, vedrete che in un momento discuarcierà il Tesoro”. Qui insomma è l'ombra che deve faticare al posto dell'uomo.

Può però sorgere qualche complicazione: “E vi averto ancora che nel lasciarvi, la detta figura se la caso vi avesse di dire 'vigneret o manderet', ditegli 'non vengo e non mando' perche se gli dite 'vignerò', alora entro otto giorni morirete o la mano morirete entro un anno e un giorno: e se gli dite 'manderò', vi moriranno tutti i vostri di casa, dunque e meglio dirgli 'non vengo e non mando' per esser salvi tutti”. Potrebbe darsi anche il caso che le ombre siano più di una, che si sentano strepiti, rumori, lampi e grida con raffiche di vento, ma “se siete bravi Maghi dovete star franchi, perche stando franchi, la figura che parlerà viu suggerirà el preciso modo che dovere addoperare per levare il tesoro che vi siete intramessi di levare”. Se quindi, da un lato, per riuscire a dissotterrare un tesoro è necessario, come scrisse Bodini, dar prova di essere dei “bravi Maghi”, anche per nasconderlo nel più sicuro dei modi dovranno osservarsi delle precise prescrizioni rituali, le quali potranno persino comportare l'esecuzione di sacrifici umani. Bodini stesso affronta con parole esplicite questo argomento: “vi sono stati di quelli che guarnando il Tesoro hanno ucciso una persona e poi ve l'anno sotterrata in cima, e nel mentre che la sotterrava vi hanno detto: Tu tenderai a questo Tesoro”. Nel manoscritto di Bodini però l'evocazione del tema dei sacrifici umani compiuti per “guarnare” i tesori ricompare solo come pura menzione di un mito fondante.

Il maestro di Grontardo asserisce anche di avere notizie precise della presenza di 28 tesori nascosti nei paesi attorno. Si inizia, ovviamente, da Grontardo: un “gran tesoro” sarebbe stato sepolto nel 1780 a pochi passi dalla torre dell'oratorio della Madonna della Strada; un altro, nascosto nel 1827, sarebbe sepolto dietro la muraglia “verso mattina”del cimitero di San Basiglio. Nella cascina di San Giovanni del Deserto “dalla parte verso monte” a pochi passi dall'ingresso della stalla, “andando verso la porta”, sarebbe stato sepolto un tesoro nel 1827, così come in un edificio chiamato “Purga, appresso alla scala di dentro” nel 1770. A Scandolara Ripa d'Oglio, nei pressi di un ponte di pietra “alle colonne della vianova distante un tiro di schioppo dalla strada di Persico” sarebbe stato nascosto nel 1782 un “bel tesoro”, ed un altro nel 1834 a pochi passi da un crocifisso dipinto sul muro di fianco ad una portella “all'oratorio detto Senigola della parte verso monte” a Pescarolo. Sulla strada per Cicognolo a pochi passi da una cappelletta affiancata da una roggia vi sarebbe dal 1831 un tesoro di 50.000 lire cremonesi, ed addirittura un “gran tesoro” vicino alla cascina Fenile di Sant'Antonio di Pessina Cremonese, sulla strada diretta a Stilo de' Mariani (1815); un altro sarebbe nascosto nel cimitero di Pieve Delmona e, nello stesso comune, “a due o tre tiri di schioppo” da un filare di gelsi, posto dietro una roggia, nei pressi della cascina Cà del Lupo, ve ne sarebbe un latro nascosto nel 1842. E sempre nella cascina Torre Nuova un fattore di nome Console vi avrebbe nascosto un tesoro nel 1820. Poco distante da una fontana coperta “con muri pitturati” nei pressi di un'edicola dedicata alla Madonna di Caravaggio sulla strada per Gabbioneta, sarebbe stato nascosto un tesoro nel 1832; nel territorio di Binanuova, a pochi passi da un'edicola detta “Morti della Muracca”, sulla riva dell'Oglio distante due campi dalla cascina Casamento ad poco più di un chilometro da Gabbioneta, vi sarebbe un tesoro nascosto nel 1840. Dal 1771 sarebbe nascosto un tesoro nei pressi del muro dell'oratorio di San Damaso “dalla parte verso mezzo giorno” ad Alfiano Vecchio, frazione di Corte de' Frati ed un fiaschetto con il manico rotto, ma contenente monete, sarebbe nascosto nella muraglia della cascina Cà dell'Ora che costeggia la strada. Un altro sarebbe sepolto ad un braccio di distanza da un chiodo piantato in un pioppo nel cimitero delle “Ciaveghe di S. Matè”, una località che non è stato possibile identificare con nessuna delle attuali. Uno stivale pieno d'oro sarebbe stato nascosto nel 1830 ad un tiro di schioppo dalla località Posta di Cicognolo ed un tesoro sarebbe nascosto a pochi passi dall'oratorio della Madonna Sgarzonara, tra Vescovato, Gadesco e Cà de' Sfondrati. Altri tesori, di cui però il nostro maestro non specifica né l'importo né la data in cui sarbbero stati nascosti, sono indicati a Belvedere, a San Pietro nel comune di Gadesco, in una non meglio specificata cascina Cantarana, a Cà de' Marozzi , alla cascina Malongola nel comune di Malagnino, nel campo dell'organo a Gadesco, in un campetto a Villarocca, in un'edicola a San Salvatore, Bonemerse, e in un prato nei pressi della cascina Sidolo nel comune di Cicognolo, dove sarebbero nascosti un cassone e sete piccoli paioli per la bollitura dei bozzoli pieni di monete.

venerdì 1 agosto 2014

La disfida di Rolando da Cremona


E' una fredda mattina di settembre del 1238. Cremona è ancora avvolta nella prima nebbia autunnale, quando Frate Rolando sale sul suo asino, nonostante il dolore che gli procura la gotta. Esce dal suo convento di San Guglielmo e si dirige lungo la strada per Brescia. Viaggia da solo, anche se da qualche mese la campagna è battuta in lungo e in largo dagli eserciti delle città ribelli all'imperatore. Deve raggiungere Brescia, cinta d'assedio dal 3 agosto dalle truppe di Federico II, dove il sovrano lo attende. Per Federico le cose si stanno mettendo male. I bresciani si stanno difendendo con i denti e con le macchine da guerra costruite dal loro ingegnere, Clamandrino, consapevoli delle conseguenze che una vittoria imperiale produrrebbe sulle sorti della Lega Lombarda. Ormai si sta avvicinando l'inverno e la pioggia rende difficoltosi i movimenti degli assedianti. Dopo qualche giorno Federico, bruciate le macchine e levate le tende, vista l'inutilità dei suoi sforzi, si sarebbe ritirato con tutto l'esercito nella fedele Cremona. Ad attendere il frate domenicano sotto le mura di Brescia c'è anche Teodoro di Antiochia, una delle personalità più interessanti e discusse della corte di Federico, che assolve una pluralità di compiti diversi: è filosofo, matematico, medico, traduttore. L'imperatore, questa volta, gli ha affidato un compito ingrato: sfidare in una disputa teologica il più grande cacciatore di eretici del suo tempo, il domenicano Rolando da Cremona. Appartengono entrambi a quella corte stravagante ed eterogenea formata da astrologi, alchimisti, filosofi, medici e scienziati di cui ama circondarsi Federico, destando le preoccupazioni di papa Gregorio IX, che vi vede la prefigurazione del regno dell'Anticristo. Ne fanno parte, a vario titolo, Davide di Dinant, già cappellano di Innocenzo III, condannato per il suo panteismo al concilio di Sens del 1210; Adamo da Cremona autore di un trattato di medicina militare, il De regimine et via itineris et fine peregrinancium; Gualtierio d'Ascoli maestro a Napoli e autore di uno Speculum artis grammatice; Teodoro di Antiochia traduttore dall'arabo del trattato di falconeria di Moamin; Roffredo di Benevento giudice della Curia imperiale; Riccardo di San Germano cronista formatosi a Montecassino; i poeti italo-bizantini Giorgio da Gallipoli, Giovanni da Otranto, Giovanni Grasso e Michele Scoto. Quest'ultimo conosce molto bene Rolando, che aveva incontrato anni prima a Bologna al suo ritorno in Italia dopo una parentesi a Toledo dove si era recato per tradurre, dall'arabo al latino, testi scientifici e astrologici. Era stato proprio Michele Scoto a suggerire a Federico di mettere periodicamente a confronto il parere di esperti nelle varie materie per essere in grado di possedere tutti gli strumenti necessari per ben governare. Le cronache raccontano concordemente che, durante l'assedio di Brescia, Federico II aveva organizzato dispute di ogni materia, compresa quella a cui si sta recando frate Rolanddo. Non sappiamo come si articolò nei dettagli la sfida, anche se, a giudicare da quanto racconta il maestro generale dei Domenicani Umberto da Romans, Teodoro, che solo qualche tempo prima aveva ammutolito con i suoi sofismi due confratelli, ne uscì sonoramente sconfitto. D'altronde Teodoro, approdato alla corte di Federico qualche anno prima del 1230 con il compito di filosofo di corte, come scusante poteva dire di aver avuto in sorte il destino di scontrarsi con il più temibile frate domenicano dei suoi tempi, vero spauracchio di tutti gli eretici.

Nel 1229 Rolando da Cremona, nato nel 1178, aveva ricevuto la prima cattedra universitaria di teologia assegnata a un frate domenicano dal vescovo di Parigi, Gugliemo di Auvergne, in occasione di uno sciopero dei maestri secolari. Uno dei tratti salienti della sua biografia, secondo le testimonianze dei confratelli, fu senza dubbio l’impegno antiereticale. Alla lotta contro l’eresia si dedicò con irruenza e impegno instancabile. Rolando ha un’idea chiara della missione dell’ordine: i frati sono nati per combattere gli albigesi (ordo fratrum predicatorum contra albiensum locustas est statutus). La notte debbono pregare e contemplare, ma giunto il giorno il loro compito è pugnare contra ephesi bestias.
A Tolosa, dove giunge nel 1230 per insegnare alla locale università, appena istituita, diventa suo malgrado immediatamente protagonista. Il legato del papa, Romano di Sant’Angelo, aveva fatto inserire la fondazione dell’università tra le clausole che il trattato di Meaux impose al conte di Tolosa nel 1229. Si trattava d’installare, sotto l’egida della Santa Sede, un centro di studi che funzionasse da focolaio della riconquista cattolica nel regno dell’eresia catara. Ma Rolando in questo ruolo ebbe presto modo di distinguersi, e non per prudenza e moderazione. Quando dal convento venne denunciata pubblicamente la presenza di eretici in città vi furono aspre reazioni da parte dei tolosani, i quali negarono fermamente le accuse, ben consapevoli delle pericolose conseguenze che ne potevano scaturire. Invece di farsi intimorire dalle proteste Rolando spinse i confratelli a proseguire la battaglia con vigore. Lui per primo la portò avanti viriliter et potenter. L’occasione si presentò pochi giorni dopo le proteste. Avendo saputo che due uomini, da poco sepolti, erano stati in realtà eretici, guidò intrepidamente i frati, il clero e «alcuni del popolo»: in un’atmosfera di estrema tensione disseppellirono e bruciarono, dopo una solenne processione per le vie della città, i resti dei due defunti.
Tornato in Italia, dal 1233, ricoprì incarichi inquisitoriali e non cessò di lottare contro gli avversari della fede. Portava con sé l’esperienza guadagnata sul campo e una forte consapevolezza di ciò che era il suo dovere: opus Dei est impugnare hereticos et infideles. Ma il suo eccessivo rigore gli costò un aggressione con sassi e armi mentre predicava in piazza a Piacenza e nel tumulto rimase ucciso un monaco. Nel 1244 ricevette l’incarico di istituire il processo per eresia contro il temibile Ezzelino da Romano. Si dedicò comunque ancora all’insegnamento, sicuramente presso lo Studium domenicano di Bologna, dove è ricordato quale lettore l’anno prima della morte, che lo colse nel 1259.
Non stupisce dunque che il temperamento battagliero di Rolando si rifletta nell’opera principale. La Summa a lui ascrivibile contiene una breve questione de zizania, che bene sintetizza il suo pensiero. Seguendo una tradizione esegetica già consolidata nei padri la zizzania della parabola neo-testamentaria allude agli eretici: zizania sunt specialiter heretici. Ora, alcuni, che non posseggono una retta fede (quidam qui non sunt recte fidei), sono soliti affermare che gli eretici non debbono essere uccisi. Bisogna lasciar crescere la zizzania fino alla mietitura (che avverrà con il giudizio finale). Quindi Dio, secondo costoro, non vuole che gli eretici siano bruciati (Dominus non vult ut heretici comburantur). Se fossero uccisi non avrebbero la possibilità di pentirsi, suggerisce inoltre una glossa di Agostino.
Non sono pure speculazioni astratte. È qui registrato un orientamento che merita di essere discusso e confutato. A sostenerlo sono individui concreti (quidam qui non sunt recte fidei) e le obiezioni di costoro paiono di una certa serietà e non occasionali, lasciano pensare a tesi usuali e ripetute nel tempo (solent dicere, “sono soliti dire”). Ma è anche chiaro che a sostenerle si è ormai fuori dal solco della Chiesa (non sunt recte fidei). Il Concilio Laterano IV ha scavato un fossato non più colmabile. Con argomenti simili a quelli qui menzionati un’esegesi “tollerante” della parabola evangelica era rimasta viva fino al declinare del XII secolo. Rolando risponde con durezza ai suoi oppositori. La glossa, ci dice, va interpretata e Agostino, oltretutto, ha in seguito cambiato opinione. Se anche non l’avesse fatto bisogna credere alle scritture e alla chiesa più che ad Agostino (magis credo novo et veteri Testamento et toti ecclesie quam Augustino). L’importante è capire bene, senza precipitazione, cosa sia zizzania e cosa frumento. Quando ciò sia manifesto nulla impedisce che gli eretici siano tolti dal mondo “con la falce della sentenza giudiziaria”. La possibilità di pentirsi va data a chi è ancora nel dubbio, ma l’eretico ostinato deve essere ucciso. Può solo essere causa di corruzione: il frumento muta in zizzania, ma non accade il contrario. E nemmeno si deve aspettare la fine dei tempi: i mietitori della parabola sono gli angeli, è vero, però anche i vescovi e i poteri secolari sono “angeli di Dio”, in quanto suoi nunzii e ministri. L’angelo vescovo deve tagliare la zizzania con la falce della sua sentenza di scomunica, mentre l’angelo potere secolare fornisce l’appoggio del gladio materiale. Certo, bisogna procedere con cautela, evitando forme dannose di eradicazione. Ad esempio, la scomunica dei prìncipi, i quali potrebbero trarre con sé molti seguaci, e in genere delle moltitudini, rischia di risolversi in un danno per la chiesa. Richiede dunque una speciale licenza papale. Ma un consiglio cittadino può bene essere scomunicato. Ancora una volta siamo proiettati sul terreno dei concretissimi conflitti italiani. L’insegnamento del maestro, lungi dall’isolarsi nell’empireo della teoresi, offre indicazioni pratiche e operative su come affrontare i casi quotidiani del tempo: le lotte dei partiti e le resistenze delle autorità civili.

Rolando, il domenicano inquisitore, frequenta la stessa corte di Federico animata da altri personaggi decisamente fuori dal comune. Tra questi un ruolo da protagonista ebbe certamente Michele Scoto. Lo stesso Dante lo definisce “mago”, anche se probabilmente le arti magiche erano utilizzate da Michele per allietare la vita del re di Sicilia. Walter Scott, l’autore di Ivanhoe, riporta che Michele Scoto era in grado con una bacchetta magica di far suonare le campane di Notre-Dame dalle grotte di Salamanca e le sue abilità di mago sono ricordate anche nella letteratura italiana da Boccaccio, Fazio degli Uberti e Teofilo Folengo. L'immagine di un Federico che, servendosi di maghi e astrologi, controlla gli eventi della storia fu utilizzata per sottolineare il carattere diabolico della sua corte anche se poi i suoi collaboratori, nonostante le loro arti divinatorie, non riuscirono ad impedire la sconfitta di Parma del 1247. Allo stesso Michele si attribuisce quella profezia secondo cui Federico II sarebbe morto sub flore, per cui l'imperatore non entrò mai a Firenze; tuttavia il sovrano svevo morì effettivamente sub flore, ma a Castelfiorentino in Puglia il 13 dicembre 1250.
A Michele Scoto succedette nel 1238 nel ruolo di astrologo di corte Teodoro di Antiochia, approdato presso Federico un decennio prima forse durante un’ambasciata in Armenia, forse per i legami con il sultano d'Egitto. Ottenne dall'imperatore favori e benefici, fra cui un feudo in Sicilia, ma desiderava disperatamente di tornare a casa e morì suicida dopo aver tentato di fuggire oltremare, disobbedendo ai voleri del suo signore. Teodoro è designato, nei documenti imperiali, oltre che con il titolo generico di magister, con quello di philosophus: il suo ruolo era quello di filosofo dell'imperatore (imperialis philosophus), che non aveva precedenti nelle corti occidentali ma trovava paralleli nella società islamica. A corte si faceva uso, innanzi tutto, della sua conoscenza dell'arabo: nel 1240 egli scrisse per conto dell'imperatore una lettera in arabo all'emiro di Tunisi; nello stesso anno o poco prima tradusse dall'arabo in latino un trattato di falconeria, o meglio di medicina dei rapaci, conosciuto con il nome di Moamin e destinato a un largo successo in Europa. A Teodoro, in quanto medico, si richiese di preparare uno sciroppo per l'imperatore e il suo entourage (1240); egli mandò una scatola di zucchero di viola a Pier della Vigna, insieme a una lettera con cui ne raccomandava l'uso; redasse per l'imperatore un Regimen sanitatis in forma epistolare, che si aggiungeva a quelli indirizzatigli da Adamo da Cremona e da Pietro Ispano. Sono noti inoltre i suoi scambi di problemi matematici con Leonardo Fibonacci da Pisa e di problemi geometrici con Judah ben Salomon ha-Cohen : con il primo la corrispondenza avvenne in latino, con il secondo in arabo.

sabato 15 marzo 2014

Le profezie di Fulvio Cazzaniga, moderno Nostradamus

Corso Campi agli inizi del Novecento

Quanti errori urbanistici si sarebbero potuti evitare se i nostri amministratori avessero prestato maggiore attenzione a quanto profetizzava quasi centocinquant'anni fa Fulvio Cazzaniga! Senza aver bisogno di piani regolatori o grandi alchimie urbanistiche, il direttore del “Corriere cremonese” nell'assolato agosto del 1871 disegnava il futuro della città fino al duemila con un'intelligenza e una lungimiranza senza precedenti. La città per lui non aveva segreti: con una perspicacia ed un intuito che ancora adesso lasciano stupefatti Cazzaniga, tra il serio e il faceto, in una serie di articoli intitolati “Una bizzarria, cronologia anticipata dell'edilizia cremonese”, pubblicati sui numeri 66 e 67, stendeva le linee generali dello sviluppo urbanistico futuro. Un po' per gioco ed un poco per provocazione, quello spirito libero ed audace immaginò come sarebbe stata la sua Cremona dopo la sua morte. Date, ricostruzioni e nuovi assetti, periodici storici perfettamente delineati, un chiara visione dello sviluppo urbanistico e delle sue direttrici, lo sventramento del centro storico, lo spostamento delle funzioni direzionali. Tutto è presente in quelle poche colonne scritte strettissime, senza fotografie, ma estremamente chiare e profetiche. Come abbia fatto Cazzaniga è un mistero. Sta di fatto che quella che lui stesso definì una “bizzarria” e che probabilmente come tale voleva venisse considerata, è quanto di più attuale esista oggi in fatto di pianificazione urbanistica. La sua lunga carrellata sulla cronologia anticipata dell'edilizia cremonese procede di vent'anni in vent'anni. Si inizia con il 1880: in quell'anno Cazzaniga ipotizza l'ultimazione dei giardini pubblici di piazza Roma, dopo la demolizione del complesso di San Domenico. “Ora che le sue piantagioni sono cresciute – scrive – lo si riconosce il più bel ornamento di Cremona, ed è oggetto di invidia in tutte le città vicine. A poco a poco tutte le case prospicienti sul giardino si sono alzate d'uno o più piani, ed abbellite. In parecchie di esse si aprirono alberghi, caffè grandiosi, birrerie e fondaci sontuosi. Un speculatore ha comprate le case Anselmi e Pagliari, e vi ha fabbricato un teatro di mezzana capacità per la Commedia e l'Opera buffa”. I giardini pubblici vennero inaugurati effettivamente nel 1878 e il teatro Ricci, edificato una prima volta nel 1859 venne ripristinato dopo il furioso incendio del 1896, prendendo il nome di Politeama Verdi. Sempre negli stessi anni si ipotizza la sistemazione dell'ufficio postale (avvenuta realmente nel 1885), la copertura dei due canali Cremonella e Marchionis e la sistemazione definitiva del selciato delle vie e delle piazze della città: “Finalmente per ogni dove si vada si cammina bene, e la pulizia è ovunque”, esclama soddisfatto Cazzaniga, destinato ad essere esaudito solo nel 1902, con due anni di ritardo sulla previsione, con il primo tratto di superficie stradale bitumata in piazza Roma.
Via Solferino

Della localizzazione del nuovo palazzo delle Poste si iniziò invece a parlare nel 1913, mentre la prima decisione in materia per piazza Filodrammatici, ipotizzando il nuovo ufficio in casa Grasselli, fu del 1920. La decisione definitiva per corso Campi fu adottata nel 1925, prevedendovi di fronte una grande piazza di contorno. Una delle preoccupazioni maggiori del nostro direttore era l'accesso alla stazione ferroviaria: Cazzaniga ipotizzava che verso il 1900 l Comune decidesse di demolire parte dell'albergo San Giorgio e del vicino mulino, rimangiandosi in seguito tutto quanto nel giro di pochi anni: “Riconosciuto lo sproposito dell'accesso alla stazione ferroviaria – annotava il giornalista per il ventennio 1900-1920 – vi si rimedia con l'adozione dell'altro progetto, quello di aprire nelle mura del Passeggio una barriera, che prospetti la stazione e serva di sbocco alla via Diritta, per la quale si penetra nel cuore della città più presto e senza tante svolte? Visto che il livello stradale sul crocicchio di via Affaitati coincideva perfettamente con quello della stazione ferroviaria, si coordinarono insieme mediante un alzamento della strada e con opportuno e graduale abbassamento del piano del Passeggio. Un vasto piazzale abbellito da piantagioni con costruzioni simmetriche ai lati della barriera prospetta la stazione; e praticato un lieve rettifilo al locale delle Orsoline, la via Diritta, fiancheggiata da palazzi, e una delle prime arterie della città, viene per così dire restituita al comodo ed al pubblico decoro”. Diabolico Cazzaniga, degno emulo padano di Jules Verne: il giardino della stazione fu realizzato nel 1987, sedici anni dopo, e nel 1906 iniziò il dibattito sull'abbattimento del pubblico Passeggio. Due anni dopo fu spostato nei giardini della stazione il monumento a Garibaldi, fino allora davanti a palazzo Cittanova, e nello stesso periodo venne realizzato il prolungamento di via Palestro. Non pensiamo che Cazzaniga, spirito polemico per eccellenza, possedesse doti paranormali. Certamente, oltre ad avere una profonda conoscenza della città e dei suoi problemi, aveva dalla sua il desiderio di cambiarne in qualche modo l'evoluzione, migliorandola, venendo incontro a quello che era il buonsenso comune.
Un esempio è quello del rettifilo di corso Vittorio Emanuele, ipotizzato dal nostro Cazzaniga a cavallo tra il 1900 ed il 1920. Si cancella finalmente quello monumentale sproposito degli uomini pratici ed economici che reggevano il Comune nel 1840 o lì per lì; togliendo la mostruosa sporgenza delle case, dopo il Teatro in via Po; e si spende dieci volte di più di quanto sarebbe costata l'opera eseguita suo tempo”.
Si sbagliò, invece, Cazzaniga sui tempi di abbattimento della cinta muraria che individuò nel ventennio, mentre invece i lavori ebbero inizio nel 1908 con la soppressione di porta Po e porta Venezia, seguita nel 1910 da quelal di porta Romana; per piazza Lodi, che avrebbe dovuto diventare un elegante “square”, si pensava che prima o poi qualcuno avrebbe richiesto di farvi un mercato, mentre in realtà, in tempi non sospetti, vi sorse un supermercato. Il giornalista individuò anche cn incredibile perspicacia la necessità di costruire una galleria coperta, m ne sbagliò, seppur non di molto, la collocazione. Dai giardini di piazza Roma una tettoia coperta a vetro avrebbe dovuto condurre attraverso l'attuale via Solferino fino in piazza del Duomo.
La galleria, come sappiamo, venne edificata sul lato opposto dei guardini tra il 1932 e il 1934. Incredibile invece la “profezia” su piazza Stradivari, che Cazzaniga progettava di allargare per fare spazio al mercato. Siamo tra il 1920 e il 1940. Sentite un po' cosa scriveva: “Si rende indispensabile di allargare piazza Cavour. A quest'uopo da un lato si prolunga il portico del caffè Soresini fino al Giardino Centrale, e dall'altro si abbatte casa Rossi. Il Comune si riserva in avvenire, se il bisogno lo esigerà, di demolire anche l'isolato fra piazza del Lino e piazza Cavour. Intanto i Cremonesi, oltre la Galleria di Becchiere Vecchie, hanno un porticato, ove passeggiare al coperto dalal pioggia, dal vento e dalla neve”. Palazzo Galizioli venne abbattuto nel 1935 e l'anno successivo venne presentato il progetto per la grande Piazza Littorio, dopo che venne abrogato il vincolo monumentale; nel 1938 vennero abbattuti i portici orientali di piazza Cavour per la costruzione della sede delle Corporazioni, mentre l'anno successivo vennero espropriate le case sul lato ovest. Insomma farinacci, che conoscesse o meno le indicazioni del suo illustre concittadino, arrivò alle stesse conclusioni nel tempo programmato, ed a distanza di 125 da quelle profezie, nel 1996 il Comune pensò ad una nuova sistemazione della piazza, conclusa un paio d'anni dopo.
E veniamo al 1940: per quella data Cazzaniga pensa venuto il momento di isolare il Duomo. In effetti il piano regolatore che lo prevede è del 1914 e nel 1926 per l'isolamento completo mancava solamente l'abbattimento del fabbricato della Canonica, la sistemazione del Camposanto e il taglio rispetto al palazzo vescovile, ultimati nel 1933. Ma forse è più interessante annotare quanto il nostro scriveva al proposito dello sviluppo urbanistico del villaggio Po: “Un argine di prim'ordine, largo, alto e robusto, si costruisce lungo la sponda sinistra del Po da Cava Tigozzi fino allo stradone passeggio. Il sobborgo ed i quartiere interni di porta Po sono così solidamente garantiti. La sicurezza crea la fiducia, e sorgono dappertutto fra il Po e la città fabbricati e ville. Il Morbasco esso pure fortemente arginato, si adorna di pubblici passeggi, di stabilimenti di bagni e di lieti ritrovi”. Forse era un po' troppo ottimista riguardo al Morbasco, che pure è stato depurato e inserito nell'ambito del parco sovracomunale, ma non si sbagliava nel successo del villaggio Po: la prima licenza edilizia a scopo residenziale è infatti del 1902 e negli anni Cinquanta e Sessanta il villaggio ha conosciuto quella forte crescita che Cazzaniga proprio per quegli anni antecedenti il 1970 aveva auspicato. E sempre in quegli anni si sarebbe dovuto avverare uno dei tanti sogni nel cassetto del giornalista: la sistemazione definitiva di palazzo Ala Ponzone, “adattato a sede dei corpi scientifici, letterarj ed artistici della provincia; giacchè si è riconosciuto che il sapere è una potenza civile, la quale in ciascuna provincia dello Stato ha il diritto di un'alta rappresentanza. Quivi si allogano gli uffici dell'Istituto Politecnico, dell'accademia di Belle Arti, del Museo Civico, ecc. e si collocano le doviziose collezioni delle scienze e delle arti”. Un sogno, abbiamo detto, ma non lontano dall'essersi realizzato: il museo in palazzo Ala Ponzone fu inaugurato effettivamente nel 1888, anche se il progetto della città studi interessò poi invece palazzo Fraganeschi con la costruzione della scuola industriale e quello del polo culturale di palazzo Affaitati, acquistato nel 1924, dove nel 1938 si inaugurò la Biblioteca Governativa.
Il libro dei sogni si chiude con il Duemila: dal 1970 la Banca Popolare ha sede “in un grande e maestoso fabbricato” posto su uno dei lati dei giardini pubblici (in realtà è poco lontano, in via Cesare Battisti), “la quale per lo sviluppo colossale di questa istituzione non poteva più capire in casa Schizzj, ove stette per più di un secolo, e che ha ceduto alla Società degli Operaj, essa pure assai prospera per il suo governo e per varie vistose eredità conseguite”.
Viale Regina Margherita, oggi viale Po
Le ex caserme austroungariche sono diventate sede di scuole e musei: “Il vasto locale del Corpus Domini viene trascelto per la sede del Museo industriale cremonese e a tal uopo lo si adatta decorandolo anche al di fuori di una facciata maestosa e conveniente. Quivi sono insediate le scuole professionali delle arti dei mestieri; e si raccolgono le collezioni di tutti gli strumenti inservienti alle industrie, dai più antichi ai più recenti. V'ha altresì la raccolta storiche dei campioni e quella dei modelli di tutte le macchine più utili e più usate in qualsiasi manifattura. Si approfitta dei cortili e delle ortaglie attigue per costruirvi il locale delle esposizioni industriali...”. Come non pensare al parco dei monasteri?
La città degli anni Settanta presenta, ovviamente, problemi di traffico ignoti al nostro direttore che, con lungimiranza davvero eccezionale riesce però a prefigurarsi un quadro non del tutto privo di verosimiglianza. “La maggior parte delle sue case – scrive – si sono alzate di uno o più piani; e la sua arteria principale, il Corso, riesce in molti punti troppo angusto, e quindi d'impaccio e pericoloso alal circolazione. Corretto qua e là a piazza Garibaldi, dove già furono l'albergo del Sole, casa Finzi ecc. dove maggiore è il bisogno e il lavoro è nella stretta che incomincia di fronte all'oreficeria Isacchi e prosegue. Si trova quindi indispensabile di fare il relativo rettifilo sulla linea dell'Albergo Italia fino alla via Ariberti o del Teatro. E così si ha la compiacenza e il vantaggio di possedere l'arteria principale della città quasi diritta; la quale principia dalla stazione ferroviaria e con poche deviazioni termina in piazza Cavour. La spesa sarebbe stata minore se anche qui non si avesse dovuto correggere e scontare uno sproposito dei nostri maggiori, uomini pratici ed economi, i quali per poche migliaja di lire nel 1820 o lì per lì si lasciarono sfuggire l'occasione di comperare e demolire lo stabile degli Orfanotrofi che ingombrava il Corso”. Al rettifilo di corso Campi si iniziò a pensare nel 1924 con l'acquisto di alcune case da parte del Comune sui lato ovest. Il piano regolatore vero e proprio venne elaborato nel 1926, quando venne edificata dall'architetto Ranzi la facciata del palazzo della Cooperativa dei Sarti. Un anno dopo veniva edificato il palazzo Pizzamiglio sull'angolo di via Guarneri, poi sede delle Assicurazioni Generali. Un nuovo acquisto di case, questa volta sul lato est venne deciso nel 1929, mentre nel 1930 si abbatteva una casa posta in piazza Cavour sempre sul lato orientale di corso Campi. Nel 1931 si iniziavano le demolizioni per far posto alla galleria XXV Aprile, con il primo progetto a T dell'ingegner Mori che risparmiava le case verso il giardino pubblico. Nel 1933 si completarono i lavori per il primo lotto della Galleria, iniziando nel frattempo le demolizioni per la realizzazione del secondo. La Galleria veniva definitivamente inaugurata l'anno successivo.
Su una cosa, però, Cazzaniga, si sbagliò: non previde due guerre mondiali, che tanto abbondano invece nelle profezie di Nostradamus. Dai suoi tempi al 1970, quando la sua cronologia si ferma, il nostro giornalista calcolò ottant'anni ininterrotti di pace, portatrici di benessere e prosperità. Come non riuscì a calcolare esattamente, e questo è più comprensibile, il reale andamento demografico della città che, secondo le sue stime, nel 1971 avrebbe toccato le sessantamila unità. Sbagliò, ma non di molto: una decina di migliaia di anime, o poco più.



venerdì 7 marzo 2014

La vera storia della demolizione di San Domenico

Il convento di San Domenico
Padre Marcellino da Agnadello, al secolo Vincenzo Moroni, è stato il primo sacerdote cremonese ad aver esercitato, in modo pressochè esclusivo, l’attività di giornalista, in qualità di direttore del primo periodico religioso cremonese “La Buona Famiglia”, antesignano dell’attuale settimanale “La Vita Cattolica”, ed uno dei primi giornali cattolici della Lombardia. Ed è stato anche il primo giornalista ad averci rimesso il posto per aver esercitato fino in fondo il diritto di cronaca. Pubblicato tra il 1868 ed il 1880 “La Buona Famiglia”, fortemente voluto dal vescovo Antonio Novasconi, diventa con gli anni la voce dei cattolici moderati e del clero conciliatorista in una provincia, come quella di Cremona, dove particolarmente forte è la componente radicale, massonica e anticlericale ereditata dal Risorgimento.
Nel primo anno della sua direzione padre Marcellino si trova ad affrontare la spinosa questione della demolizione di San Domenico. E si accorge subito di come sia difficile passare dalle letture d’intrattenimento spirituale all’esercizio del diritto di cronaca. Nell’aprile del 1869 Il direttore si vede costretto a rinunciare a una rubrica inaugurata solo quattro numeri prima, “L’Osservatore della Provvidenza”, dove, fingendo conversazioni serali tra amici, si affrontavano temi di attualità cittadina.
E’ con ogni probabilità uno dei primi esempi di censura alla libertà d’informazione che padre Marcellino, pur obbedendo, denuncia sulle stesse pagine della rivista di cui è direttore con estrema dignità e consapevolezza del proprio ruolo di giornalista: “La Cronaca s’era mostrata, incominciava appena: né messo ancora innanzi il capo, ma appena il piè, per tentare il terreno. Veniva innanzi, un po’ seria, nella sua ingenuità, a seconda dei momenti; ma neppure ancor aveva dato la sua Prefazione per dichiararsi qual’era, una quasi fotografa d’uomini, di parlari e di avvenimenti: scritta da uno che guarda le cose persuaso assai della Provvidenza di Dio nel minuto governo e nel succedersi di tutte le cose. Ora la cronaca è condannata in parte al silenzio? Prenderemo di lei quello che ci si lascia e dove ella poteva contare come in più facili acque; e sempre devoti Osservatori della Provvidenza quali ci professiamo, siano o no i contemporanei per tollerarci, verremo innanzi nelle svariate e native e forme che mano mano daranno alle cose le circostanze”.
A un anno esatto di vita del giornale padre Marcellino rassegna le proprie dimissioni in seguito alle polemiche seguite alla decisione di demolire l’antico tempio dei Domenicani, con la denuncia del giornale e del suo direttore da parte della massoneria liberale cremonese.
Ma padre Marcellino è anche in difficoltà di fronte all’incalzare degli eventi e indeciso sulla linea editoriale che avrebbe dovuto assumere il giornale, stretto fra i propositi originari di farne un periodico di letture popolari e la necessità, probabilmente avvertita dagli stessi ambienti curiali, di una più marcata contrapposizione politica. Il suo canto del cigno è proprio la cronaca esatta della demolizione, ricostruita sulla base delle testimonianze dirette e dei verbali della commissione mista del genio civile e del genio militare. Un documento eccezionale di cronaca giornalistica.
Scriviamo in luglio questa memoria – scrive padre Marcellino nel numero del 15 agosto 1869 ‐ e già dal principio del mese, giorni di altissima e lungamente ricordabile vergogna ai Cremonesi in faccia a quanti capitarono visitatori della città, e di profondo e non sanabile cordoglio per tutti i buoni, la barbara demolizione scende sul maestoso tempio e sulla torre colossale e severa, murata sì forte a disdidare tempi e congiungere tra loro lontanissimi secoli e lontanissime generazioni. Tetro avvenimento!”
Tutto ha inizio la notte del 13 febbraio 1862 quando i soldati ospiti della caserma sentono scricchiolare i muri della chiesa. Il 24 la chiesa viene chiusa ed il 26 avviene il sopralluogo della commissione mista che rileva i segni di una rovina imminente, al punto da chiudere parte della caserma facendo ritirare i soldati nel chiostro più interno con uscita sul vicolo Cantoncino. Aggiunge malignamente padre Marcellino: “Il Bortolo Soresini, già custode della chiesa, mi raccontò più volte la cosa. Egli mi disse che la chiesa dopo aver servito di magazzino ai Francesi nel ’59, veniva riufficiata dopo la loro partenza, e vi era stata la Visita Pastorale nel Marzo 59, né alcuno segnò mai che la Chiesa fosse in pericolo. Incominciò il Capomastro Conti, a far qualche romore, in occasione che gli venivano affidate le riparazioni al tetto della crocera e del coro. Se da lui sia saltata al Corriere la cosa, o se vi si tramezzi il gran dimenarsi che fe’ l’ingegnere del Genio Civile, Carlo Porro, passato presto di vita, e molto immaturamente, e l’inconsideratezza d’uno altro che s’era messo ad odiare la maestosa casa di Dio, perché gli stringeva la strada ed egli vagheggiava il guadagno alle finestre di casa sua della vista d’una piazza, è problema da sciogliere”.
Un gruppo di operai 
Prosegue padre Marcellino: “Al 12 gennajo 1863 una controvisita della Commissione composta d’un Architetto e due Ingegneri, mandata dalla Fabbriceria della Cattedrale, constatava invece, con suo Rapporto 5 Febbrajo, i limiti ai quali estendevasi il vero bisogno di riparazioni, e chiariva le menzogne dell’altra. Perciò, e con lentezza da meravigliare in chi non sia nemico delle divine cose, si incominciava a consultare dei mezzi: ai 15 novembre Monsignor Vescovo domandava al Ministero delle Finanze un lasso di sei mesi per raccogliere”.
In Aprile 1864 il Ministero interrogò il Vescovo che esponesse oramai i mezzi disponibili per la riparazione: il Prelato rispose che dava quindicimila lire del proprio. Quasi contemporaneamente la Fabbriceria insinuata da Chi non sappiamo, scriveva al Ministero d’essere pronta ad assumere i restauri, purchè il Ministero volesse dichiarare emancipata per l’avvenire la chiesa di S. Domenico da servitù in caso di guerra. Ai 12 Maggio venne la risposta, e cioè un’altra Commissione mista di civile e militare, ad una nuova visita, per riconfermare le asserzioni della prima, esagerare l’imminenza del pericolo sino a far credere che la facciata del tempio stava per cadere sulla piazza; e addì 5 giugno 1864 un Decreto della Direzione Generale del Demanio ordina la demolizione, incaricando l’ufficio del Genio Civile di Cremona per la Perizia e suo capitolato, e dà facoltà al R. Prefetto di far eseguire la demolizione anche subito, in caso di vero imminente pericolo. In 20 giorni l’ingegnere del Genio Civile signor Carlo Porro, che poi morì, eseguì la perizia. Allora si vide nei buoni un po’ di fremito. Ma chi s’è mosso davvero? Spontaneo un uomo fuori di carica, un illustre Ecclesiastico; e andava a Torino per isventare il Decreto. Fece parlare la verità agli orecchi del Direttore Generale del Demanio, Commendatore Sacchi, poi gliela parlava egli stesso. Il Direttore Generale promise ritirare il Decreto, sopra voto autorevole che gli venisse presentato di non esistente pericolo. L’Ecclesiastico propose il voto della Consulta Archeologica di Milano, e piacque”.
La cronaca di Padre Marcellino prosegue con il racconto del sopralluogo effettuato dalla Commissione archeologica, contraria all’abbattimento dell’edificio sacro: “Quindi ai 20 di giugno, l’Ecclesiastico portò a Milano alla Presidenza della Consulta Archeologica la necessaria istanza, firmata da ragguardevoli persone, perché la Presidenza ottenesse dal Mini‐stero autorizzazione alla visita; quattro giorni dopo, colla domanda della Consulta, rivedeva Torino; il 28 e 29 Giugno, la Commissione della Consulta, composta da due architetti e due archeologi, eseguiva in S. Domenico la visita. Il suo rapporto presentato al Ministero con data 5 luglio 1864, lodava la maestà e la bellezza dell’edificio, ne raccomandava la conservazione, smentiva il vociferato pericolo di rovina, dichiarava la riparazione, quand’anche si fosse verificata opportuna la normale, limitarsi ad un pilone della crocera, e non difficile da eseguire. Del resto, mentre non taceva le sopraggiunte del tempo e i veri bisogni, francamente asseriva destituito di ragione, anzi contrario al decoro nazionale, alla civiltà crescente ed alla savia economia il proposito dell’atterramento”.
Accanto alla perizia della Consulta Archeologica viene presentata una controperizia da parte della commissione composta da due Ispettori del Genio addetti al Ministero, l’Ingegnere signor Oberti e un certo Falconieri che accerti le prove dell’incombente rovina. Il giornale “la Buona Famiglia” riporta integralmente il rapporto della Commissione della Consulta archeologica, che conclude: “Da più parti occorrono certamente sollecite riparazioni, come ai tetti delle navate del piè di croce ed al pilone in angolo della crociera della navata maggiore, le fenditure del quale non potrebbesi provare essere effetto di un recente squilibrio del soprapposto peso, stantechè gli archi di corrispondenza non manifestano correlative lacerazioni, siccome lo attesta l’intonaco non screpolato negli intradossi dei due archi succennati. Inoltre dallo stato di fatto del pilone e delle screpolature in esso esistenti non si può dedurre con certezza che la fenditura penetri nel nucleo della costruzione, e qualora la rottura fosse limitata al rivestimento, la riparazione sarebbe di lieve momento. “Ma dato pure che questo fonda‐ mentale sostegno della crociera richiedesse una riparazione normale, cionullameno presenterebbe pur sempre una difficoltà costruttiva di comune contingenza, e quindi non potrebbe a buon senso essere bastante ragione per atterrare un monumento grandioso, un vasto locale, del quale ben presto si rimpiangerebbe la demolizione”.
La controperizia presentata dalla commissione del Genio arriva invece a conclusione opposte, anche se sulla base di elementi abbastanza discutibili. Le prove erano 17 ostie di 32 che s’erano applicate sulle screpolature del pilone, le quali essiccando nel corso di otto giorni si divisero sulla screpolatura: le altre 15 tenevano fermo ancora e bastavano contro l’imminente rovina”.
Padre Marcellino continua così il suo racconto: “Contro la impudenza dello ingegnere così e corbellarsi de’ proprii cittadini fu pubblicato il 15 luglio uno scritto intitolato: ‘La chiesa di San Domenico e il Corriere Cremonese’, dove si rimproverava urbanamente al Giornalista l’abuso della stampa, e si faceva conoscere ai cittadini lo stato vero delle cose secondo il giudizio spassionato della Commissione Milanese. Erano parole gittate su un foglio di carta. I buoni Cremonesi lessero, sorrisero, lasciarono fare, confidenti, al loro solito, che basti a sé stessa la verità nelle condizioni impersonali contro ogni insolenza. Ond’è che apparve una volta di più nella città nostra potersi le gaglioffaggini; né mentire il vecchio proverbio che invita a Cremona chi vuol misfare a talento. “Dopo la data 5 luglio della Relazione al Ministero incominciò una commedia di sedute alla Direzione Generale del Demanio in confronto del sullodato Ecclesiastico per concertare i modi della ammessa riparazione della chiesa senza l’intervento del Genio Civile di Cremona apertamente avverso del conservare. Credè l’Ecclesiastico più ad altrui che a se stesso quando, per chiusa delle sedute, gli dissero colà: essersi deciso di affidare alla Consulta Milanese la direzione dei lavori ed il collaudo, e che l’indomani partivano le lettere ai tre Uffici, la Consulta, la R. Prefettura e il Genio Civile. E l’indomani Egli, tornato, s’affrettava di prevenire annunziando quelle lettere a Cremona. Ma indarno aspettatele, rivolò a Torino e là si agitò ancora dal 17 al 30, nulla risparmiando né d’opere né di lamenti. Anche il Vescovo in quel tempo si agitava per Torino, itovi a celebrare la santa Messa l’anniversario della morte di Re Carlo Alberto: fece presentare dal proprio Segretario una lettera al Ministro delle Finanze, domandando di poter eseguire a proprie spese le riparazioni. Ebbe dal Ministro un reciso No; del qual no i motivi indegni conosce e narrerà forse un Cavaliere pensionato nostro. Il Conte Guido Borromeo Segretario generale del Ministero potrà confutarli esposti che siano. Così dunque restava condannato ad essere raso da terra il maestoso tempio, e d’allora nessuno più s’arrischiò moversi d’un dito, sì svilita al bene è tutta quanta la generazione e disformi dalle venerate immagini de’ maggiori sì enormemente apparvero i reggenti succeduti”.